
Che la disforia dell’ipermoderno e del contemporaneo passi attraverso il corpo, il corpo vivo (Leib), non ci risulta sicuramente più una novità. Almeno, non dovrebbe esserlo nel momento in cui ci si trova, oggi più che mai, a dialogare autenticamente con lo spazio circostante, in pieno senso anche atmosferologico [1].
Nell’epoca odierna, nel pieno di un nuovo regime ipermoderno, il nostro corpo infatti sente tutto e il sentire odierno passa inevitabilmente da una dimensione, quella del dolore. Caos emotivo, stress, rabbia, frustrazione sono solo alcuni degli stati mentali e emotivi che attraversiamo quotidianamente all’interno di quello spazio che, per la stragrande maggioranza di noi, è l’ambiente urbano, lo spazio deleuzianamente schizofrenico per eccellenza. Ovviamente va anche notato come qui lo spazio va inteso sotto due profili specifici: quello sicuramente metropolitano delle grandi città ma anche quello dello sprawl provicinciale (perifericoagricolo/rustico o periferico-industriale); entrambi corrispondenti al quel famoso processo di urbanizzazione globale che Henri Lefebvre, già nel secolo scorso, prefigurava come ineludibile.
E in questo contesto relazionale di oggi, tra noi e lo spazio-tutto che ci circonda, che forse si può rintracciare una possibile genealogia dell’ultima opera di Letizia Polini; un’opera che – lasciando in disparte il discorso sullo spazio (maggiormente affrontato in altre scritture, Perozzi in primis) – tenta in modi specifici di raccontare il sentire del corpo vivo (Leib) nel contemporaneo, in tutta la sua pachidermica disforia spaziotemporale. Perché è in questo senso che, leggendo questa seconda opera di Polini, risulta impossibile non notare come il sentimento disforico venga presentato, non stranamente, attraverso i caratteri di un vero e proprio desiderio (dell’io-protagonista); di una pulsione di morte-manifesta, principalmente espressa – all’interno dell’opera – attraverso un continuo cadenzarsi di processi di interiorizzazione e esternalizzazione della violenza fisica e emotiva, che emerge da un oscuro quanto torbido inconscio – individuale (all’interno della narrazione) quanto collettivo (al di fuori di essa, nel lettore).
La violenza del sentire, del suo specifico sentimento muta così nei versi di Letizia in una pulsione di mortecontinua, di violenza materiale, concreta, carnale verso sé stessi e ciò che ci è più vicino (il nostro corpo). Perché forse davvero oggi l'unico modo per sfuggire dall’inquietante (eerie) alienazione atmosferica del contemporaneo consiste proprio nel tentativo di ricordarci di essere vivi in senso pieno, viscerale e autentico, anche e soprattutto attraverso il dolore fisico, ciò che io posso ancora controllare di me stess*; ciò che posso sentire sotto il mio controllo (anche istericamente); corporalmente, l’unica testimonianza rimasta che possa confutare il fatto che io esisto e mi posso ancora determinare in qualche cosa o modo all’interno dell’inquietudine (eerieness) urbano-globale in cui mi trovo immers*.
Non è poi un caso notare come in risposta, al dolore e allo stress, il corpo e la spasmodica ricerca del suo doloroso sentire contemporaneo – così espressi nei vari testi di Pachiderma (Zacinto, 2025) – fornisca al lettore anche tutti gli elementi utili per incrociare sulla propria strada di spunti, intuizioni e riflessioni il concetto di edonia depressa, fornitoci da Mark Fisher, autore sia di The weird and the eerie (2016) quanto di Realismo Capitalista (2009).
Da questo punto di vista, Polini sembra desumere – dallo spirito edonico depresso – una nuova chiave interpretativa che passa appunto dalla mutilazione fisica, tanto osservata quanto auto-inflitta; una chiave che forse proprio per questo motivo assume i connotati infine di una strana/straniante dimensione erotica e auto-erotica, qualcosa che tanto ricorda per esempio l’opera di Cronenberg, Crimes of the Future (2022).
Certo, che il dolore fisico producesse principalmente endorfine, peptidi oppioidi endogeni rilasciati dal cervello e dal sistema nervoso centrale – con effetti simili a quelli della morfina –, lo sapevamo già; ma è in questo amore, sempre più perverso, verso una certa carnalità viscerale orrido-estetica dell’esperienza traumatica che forse ritroviamo un ulteriore punto da evidenziare, un punto estremamente presente nella scrittura di Polini. Forse che, in questo senso e contesto odierno, ci si possa oggi di nuovo riappropriare (almeno a livello proiettivo-rappresentazione-desiderante) della morte quanto della vita?
Spiegandoci peggio: forse l’amore perverso della mutilazione, del suo dolore e dell’osservazione stessa in senso quasi-erotico ci può permettere di riacquisire i mezzi per una presa di coscienza, di sé, del significato di vivere e della necessità di tornare nuovamente a sentire il proprio corpo, riabilitando così – soprattutto dentro noi stessi e la nostra esperienza dello spazio (Altro) – anche un’autenticità di vivere (habitus + dasein) nuovamente emancipata dal sempre più persistente quando invisibile discorso dell’Eerie Capitalism.
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(1) lei dorme in un buco. lei è nel centro di una stanza traslucida. questa volta si è tagliata fino all’osso. sanguina. nessuno sa sanguinare come lei non me lo sono mai dimenticato dopo la caduta ha mostrato l’osso sono serviti cinque punti di sutura il cane che voleva salvare è vivo e libero. lei no. lei sanguina e si vede l’osso.
dice di smettere di piangere e di sanguinare
si dà buoni consigli mentre si tortura ha ammesso di aver barato quando ha mostrato il corpo a pezzi l’ha sparpagliato sul tavolo la voce si era liquefatta su ogni superficie tutto grondava del suo liquido diceva qualcuno deve rimettere insieme i pezzi prima o poi con una colla buona. asciuga asciuga la voce diceva in ospedale le aveva tenuto la mano mentre un velo con un buco le tovaglie l’aria - serve per isolare la parte da cucinare -.
e questo buco da questo buco, che si posiziona in laterale in ogni stanza, parte una linea diagonale
una macchia le intralcia la visione
fa sempre piccoli movimenti ondulatori fa sempre piccoli movimenti
anche quando sembra ferma
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(6) in quei giorni si frapponeva sempre un ostacolo un oggetto oblungo quell'oggetto esercitava su di lei molti poteri:
spezzava ogni volontà impediva la visione della terra in quel punto la terra era interrotta e non sermbrava pericoloso aveva uno spacco profondo
e c’era, poco lontano, quell’oggetto polveroso quell’oggetto scassato e oblungo che forzava
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(12) biascicherà qualcosa prima del crollo
Stava per dire
poi una perla le è caduta di bocca
sradica le piante e lascia la zolla di terra
per farle sentire ancora al sicuro prima di
adora guardarle morire è già troppo caldo ed è ancora marzo brucerà tutto è difficile scappare se nessuno te lo impedisce (così appiccherà un incendio)
la madre dopo il crollo ha parlato di un grosso pachiderma che le si posa sulla schiena senza frantumarla e che non la uccide è questo ad essere letale dice che questo peso le si spande per il corpo come un uomo grasso dice che sembra uno stupro e che per difendersi non si muove il corpo si diffonde
è come evaporare
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(13) da quando è nata ha inventato proibizioni è stata tra due mondi
ha finto di nascondersi ha cercato di silenziare lo scatto la luce di un bambino che viene
che la salva
si è infettata quando era nel ventre eppure non decifra i suoni della lingua che si dipana e sfonda la stanza
dorme perché da sveglia ogni cosa non succede da sveglia ha un tenero essere fra le mani che non vuole
nel sonno è tutta nel sonno assume le sembianze del suo pachiderma
ogni parola si sforma sembra doppia ancora due desideri:
