
La seconda opera di Arianna Vartolo, Derma (Arcipelago Itaca, 2025) è forse uno di quei rari casi di opera che non può che essere letta alla luce di un discorso più generale e largo su un certo modo, maniera, di fare poesia oggi.
All’interno infatti del variegato e pulviscolare panorama delle scritture giovani (esordienti), dove sempre più spesso è possibile riscontrare una forte connotazione individuale e/o molto spesso omogenizzante rispetto alla maniera di scrivere (come si debba o meno affacciarsi alla scrittura di un testo poetico oggi), la scrittura di Vartolo sembra qui, in piena controtendenza, ignorare molte questioni del panorama italiano, iscrivendosi piuttosto all’interno di un astratto e Altro orizzonte di giovani scritture che non casualmente, in tempi recenti, hanno trovato un’importante punto di ancoraggio, spazio di condivisione, all’interno di una antologia: Roman Beat Generation (MaGoG, 2026).
Al di là di specificità uniche, delle singole scritture di autrici e autori antologizzate nel volume, rispetto alla poesia di Vartolo appare evidente come l’autrice sia stata influenzata negli anni (di formazione e scrittura) da un abecedario, vocabolario comune che trae, in primis, origine da una certa “aura” delle cose (di sentimenti condivisi) che ha certamente delle sue specifiche regole sintattiche e linguistiche, oltre che di immaginario.
Su cosa si basi precisamente questo principio di vaga rassomiglianza è presto detto:
Roman-Beat – non categoria della giovinezza ma esercizio di entomologia poetica, archeologico apprendistato tra rovine umane, urbane. Cerimoniale di sentimenti antisentimentali, orfismo dell’anti-biografismo, eclissi d’una neo-barbarie dell’io. È capezzale del monumentale. […] Feudo d’elezione è la sua azione – creazione, parola-ingranaggio. La sua fede è nel lignaggio. Alla cena predilige il cenacolo – comunione di spiriti, estroso miracolo. A mondare il mondano – aristocratico, esimio esilio
[Fabrizia Sabbatini, Beati siano i Beat, introduzione a Roman Beat Generation, MaGoG, 2026]
Scendendo nel particolare, quando Fabrizia Sabbatini usa il termine “lignaggio”, ci si deve riferire qui a come certe scritture, accumunate da anni di scambio e amicizia, abbiano ormai intessuto una rete psico-geografica, una mappatura sociale dei possibili modi di “fare poesia” e che, proprio nella trasduzione poetica (H. Lefebvre, 1968) del vissuto (per certi momenti e contesti spazialmente condiviso), è stata quindi capace di fare tendenza, di creare cioè una costola assestante e fluttuante all’interno della poesia italiana.
In secondo luogo, va poi notato come Derma di Vartolo, al netto di diverse scritture ruotate negli anni intorno alla rivista «Inverso», si inserisca perfettamente in un discorso, in questo senso, de-genere rispetto alla giovane poesia italiana. Ciò che qui diciamo non è solo una speculazione o quantomeno smette di esserlo se si analizza la scrittura delle autrici e degli autori che hanno fino a oggi partecipato alla rivista (Galloni, Tarantino, Barbato, Riggio, Palomba, ecc.). Anche se ciò si dovesse qui limitare a un discorso sul simbolico, spazio immaginativo, non si può che constatare come in Derma sia presente quel principio secondo cui, come diceva un amico tempo fa (facente anche lui parte di Beat Roman Generation), «io non scrivo per tutti, io scrivo per i miei amici».
In questo senso, è anche altrettanto vero che la scrittura di Derma, al pari di quanto accade a certe delle scritture finora citate, nasconde qui un punto critico, quello cioè che nasce indirettamente da un discorso di questo tipo e che riguarda la possibilità di una certa incomunicabilità (o comunicabilità parziale) di alcune poesie del libro perché facenti parte di una mappa mentale, fatta di linguaggi e campi dell’immaginifico, che un lettore casuale di poesia difficilmente condivide e/o conoscere. E qui però un altro amico potrebbe risponderci dicendo:
Tutto il mondo è la sagoma di un corpo. La pelle, l’unica geografia possibile. Come tutte le geografie è un sapere di guerra. I popoli che camminano tra le dita, quelli appesi tra l’uno e l’altro labbro, oppure certe bestie, un’imboscata attorno all’ombelico.
[Mattia Tarantino, introduzione a Derma, Arcipelago Itaca, 2025]
La scrittura di Vartolo non può quindi essere letta alla luce di un generale mondo della poesia italiana, bensì secondo specifiche lenti che permettano di definire una certa rete di scritture, attraverso rimandi e strutture linguistiche. Per concludere, il punto però fondamentale e di grande pregio del discorso intorno alla genesi immaginativa di questo libro dipende dalla comprensione di come nel caso di Vartolo e di altre scritture affini a quanto detto finora permetta, nel generale campo della giovane poesia italiana, di osservare come si possa effettivamente mutuare un certo discorso sulle maniere della scrittura poetica contemporanea (postarticismo romano, intimismo senese, lirismo antropologico borghese, difettismo postintellettuale, darkacademismo di stampo nevrotico, maledettismo occidentale, e così via) in qualcosa di più ampiamente legato a un fattore di scambi umani e valoriali, svincolati da ogni intenzionalità imitatoria e legati piuttosto alla costruzione di immaginari condivisi che possano portare un giorno a rendere tutti miei e nostri amici (per qualche suggerimento interpretativo della questione: https://poesiainverso.com/2025/04/08/poesia-capanne-skene-un-quasi-manif... ).
Da Derma (Arcipelago Itaca, 2025)
Segnare la rotta di quel linguaggio
è moto ignoto in una danza
a convulsione. Al punto di passaggio
stretto dell’angoscia – tra coscia
di detto e intimità di senso – resta
solo qualche passo; sul limite
di quel mondo in cui il vuoto è di stanza.
*
A poggiare il viso sulla spalla si rischia
di marchiarla a fuoco – di macchiarla
con il sangue. Ché il dolore si sa
lascia traccia, cambia i tratti
fisionomici; assegna i nomi fin allora
conosciuti all’usuale senso della foratura.
Ne rimane concreto sedimento,
sentimento di concrezione. E terra
si rende per quel che cresce e si tende
nella vertigine tra perpendicolarità
nucale e parallelismo clavicolare.
*
L’atto di un dolore non è un passo
di danza: la cadenza segna un ritmo
non adatto alla realizzazione;
né può definirsi il suo linguaggio
fatto per la comunicazione, se
non assente – a distanza. È piuttosto
moto costante di penetrazione
che porta con sé solo mancanza; uno
scandire che non può misurare grazia.
*
Lo stigma della mosca
Il dormire delle mosche è morire
apparente su una parete bianca.
Tenti spostando con mano pendolare
la prima luce l’ombra la luce
sugli occhi composti della mosca domestica
a testarne lo stato vigile, o il rigido trapasso:
nessun palpito del labbro inferiore – dei suoi palpi
mascellari che tanto riconosci quando passa l’insetto
muovendoli a pasteggiare sulla tovaglia usata.
La mosca come tutti ha uno stigma,
sulla pleura – appena sopra il prosterno, con cui le è permesso
respirare: nulla che preveda
l’espiare una colpa, un’estasi di salvezza.
La fermezza del corpo esiguo suggerisce
non venire o andare niente per quei fori anteriori: il suo stare
ambiguo tra sonno eterno e veglia, mentre fuori alla finestra resta
il giorno. E tu che guardando cominci a sanguinare.
*
E rimane il sangue – una rete
a colare senza rompersi – ancora.
Ritorna il mese della sete
è finito* in un ricordo che sempre
dirà il bianco di questa parete.
E le luci: rimaste accese
*Citazione da Sleeping in Carthage, testo contenuto nell’opera White Stains (1898) di Aleister Crowley.
