
C’è un discorso che si apre mettendo in relazione queste due opere, un tipo di discorso attorno cui tra l’altro si può arrivare a toccare alcuni snodi cruciali della produzione poetica odierna. Perché è forse nella limitazione del mezzo, della scelta cioè di indagare il mondo attraverso un singolo elemento o lente che questi due autori – Andrea Inglese con Prati. Extended version (Tic, 2025) e Francesco Deotto con Finestre (Industria&Letteratura, 2025) – ci permettono di comprendere quale possa essere uno degli usi odierni della poesia come dispositivo.
Ancora una volta, qui ci viene incontro la radice filosofica presente in entrambi questi autori, incisa nel DNA della loro stessa scrittura. Perché è solo in questi casi, in questo tipo di scritture che si può sviluppare un tipo di studio-ricerca rivolto quasi esclusivamente verso la dimensione dell’Altro e di ciò che ci circonda, verso cioè i rapporti significativi che si generano a partire dalla quella realtà esterna a noi. Lo scrittore di stampo filosofico in fondo è sempre un mancato ricercatore sul campo, uno che guarda al rapporto estetico come teoria generale della percezione, ponendosi quasi sempre come osservatore-partecipante dell’esperienza stessa, del fluire di situazioni, accadimenti e vicissitudini in cui si imbatte costantemente (non a caso si tende a parlare in prima persona sia dentro quanto fuori dalle vicende narrate).
Al di là però di vicinanze quasi-biografiche (per nulla scontate) che possono comunque darci qualche indizio di indirizzo, non si capisce perché vi sia allora una necessità, da parte di entrambi questi autori, di costruire dei veri e propri inventari specifici e perché, una volta scelta questa via, questo venga fatto a partire da un singolo elemento. La risposta potrebbe anche qui essere scontata ma non lo è per nulla; la limitazione attraverso cui Deotto e Inglese si muovono è il taglio di una ricerca specifica, un taglio quanto più simile a quello cinematografico del Dogma 95. Si può raccontare, spiegare il mondo partendo e limitandosi a un singolo elemento ricorrente all’interno di varie circostanze, situazioni e/o disposizioni di cose? La risposta è ovviamente sì, anzi: questo è un tipo di approccio che permette di guardare assolutamente alle cose che ruotano intorno a un singolo elemento.
Ciò ci rimanda anche alla teoria secondo cui, davanti a uno scaffale con diversi prodotti, scegliere il prodotto giusto per il cliente è progressivamente più difficile all’aumentare della varietà di marche presenti. Il ricercatore-poeta che quindi decide di muovere le proprie indagini su un qualcosa (tode ti) di significativo, dovrà necessariamente decidere un singolo mezzo; un taglio specifico; una lente privilegiata attraverso cui poter osservare e registrare la distribuzione dei quid percettivi, oggetto di studio-scrittura.
Analizzando poi, ogni volta, le differenze, le ricorrenze, nonché le eventuali peculiarità che emergono tra un’osservazione e un’altra (dentro e fuori un impianto narrativo), si determinerà nella dimensione dell’inventario (macro testualmente) l’esito di tali ricerche: tra l’occhio e lo spirito, una serie di ritratti e quadri, nel suo insieme, un risultato che supera la somma delle sue parti, quell’osservazione così particolare del mondo, di quanto è possibile cioè tradurne ciò che è già stato esperito, sentito e poi interpretato.
Va però adesso passato al vaglio anche quale tipologia di mondo-inventario questi due libri raccolgono, in cosa effettivamente poi divergano. Qui il discorso si fa più complicato.
Da un alto abbiamo infatti l’estensione finale di un’opera, quella di Inglese, che rimanda a una spazialità, intesa qui come interazione tra i soggetti e altri oggetti, tra i soggetti e lo spazio prato che vi si abita (anche indirettamente) o, persino, tra i soggetti e la loro in-esperienza del prato stesso (capace comunque di delinearne il rapporto). L’interazione con l’oggetto prato in sé, nelle sue varie formule di pretesto e inserimento, insegue così un principio comunicativo che verte sul risultato dell’iterazione (tode ti) tra due o più oggetti/soggetti, su quello stesso caos emotivo-qualitativo dell’espressione. Si mantiene qui il principio originale dei testi del primo Prati (Le lettere, 2009; Tic, 2020), il testo non è mai assertivo rispetto all’esperienza, e non c’è tutto sommato una vera e propria quadra finale. Proprio per questo, la quadratura del prato si formula nel lettore su un’idea caleidoscopica, sull’accumulo continuo di accezioni e schemi mentali rispetto al taglio attraverso cui ogni volta l’oggetto prato viene tirato in mezzo. Si giunge così per rimbalzo alla presenza del prato, qui mediato – nella versione estesa – anche dal supporto di alcuni scatti fotografici, al suo importante significato all’interno del discorso umano.
Dall’altro lato invece bisogna considerare come, nel caso di Deotto, la componente personale e narrativa dei singoli quadri venga tracciata su una base diversa, attraverso le strutture significative che si sottendono fuori (prima o dopo) l’iterazione, nel momento della sua sospensione. A sinistra del testo intervallato da referti medici troviamo l’impianto narrativo, a destra invece le descrizioni e le riflessioni sulla questione dell’oggetto finestra, in senso quanto più esteso. La finestra emerge tra una situazione e un’altra, in un continuo senso di sospensione tra un dentro (della questione familiare e medica della madre) e un fuori (della riflessione sul tema della finestra e del suo possibile senso, significato). L’attraversamento anche solo immaginifico è però sempre bloccato, la finestra assume maggiormente il senso di uno schermo anche quando «qualcosa si intravede / qualcosa, a suo modo, riesce a passare» - metafora forse questa del travaglio sanitario-burocratico quanto di quello emotivo. La finestra, quando emerge, è quindi un ritaglio di interpretazione e riflessione, di evasione, di esclusione dall’affare del mondo tra un evento familiare e un altro. La finestra può assumere la forma di una partita di calcio su uno schermo, di un incontro letterario. Nel movimento quanto nella struttura grafica del testo, il discorso arriva così a palesarsi – al contrario di Prati – come uno spazio chiuso, soggettivo e introverso seppure nell’espressione tenda all’oggettività attraverso le riflessioni stesse sull’oggetto (finestra).
Se in Prati si va per accumulo e sovrapposizione dei singoli frammenti soggettivi dei personaggi, in Finestre i singoli testi gravitano intorno a una massa significativa maggiore e interiore, verso questa fantasmatica presenza dell’io che collassa – dopo ogni frammento – in un nuovo aggiornamento del ricovero, dello stato di salute pre e post intervento. Anche in questo caso troviamo chiaramente un apparato fotografico a supporto, anche se vi è in Deotto un’attenzione più mirata, un’attenzione autenticamente compositiva. L’innesto fotografico qui non supporta l’idea di un oggetto come in Prati; in Finestre l’oggetto -fotografia -finestra perde quasi la sua funzione. Che sia una fotografia o un testo, la nostra percezione travalica la forma e ci dà una sensione testuale rispetto alle immagini, nonché una sensazione visuale rispetto alle parti testuali allineate a destra. Questo è un lavoro che, seppure in Deotto acquisti intenzioni e vettorialità di senso diverse, rimanda anche al lavoro per esempio di Ventroni in La sommersione (Nino Aragno, 2016).
In entrambi i casi, dal discorso narrativo – di finzione o meno poco importa –, un’immagine complessiva e composta emerge, in maniera dirompente, l’ossessività della forma o della struttura dei testi – oltre che del tema in sé – determina un prius qualitativo sentimentale specifico in chi si legge. C’è in questo tipo di approccio, una modalità della scrittura prescrittiva e descrittiva che travalica la volontà della scrittura fine a sé stessa, vi è in certo senso un tentativo filosofico, un esercizio estetico sul mondo. In sostanza, qui in questi due tentativi macrotestualmente si può riconoscere l’idea di una costruzione più artistico-figurativa, della volontà di restituire al lettore cioè un tipo di nuance atmosferica intorno a un punto di circostanza, in questo caso un oggetto, la sua stessa rappresentazione sagomata e aperta attraverso cui si muovono vari e molteplici punti di vista, fino al completo esaurimento della forma.
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Da Prati. Extended Version (Tic, 2025)
PRATO 102
Collage e stucchi
Praticello con pescheria (e dadi di tonno rosso mattone nella cunetta di ghiaccio, da cui affiora un orlo di prezzemolo), stivali di gomma blu, vasche di polistirolo, e pompa arrotolata (e mercato del pesce di Tokyo, tonni segati in due, sequenza al rallentatore di Bill Viola). Praticello con pulegge, stoviglie lavate, e orme fresche. Praticello tipo Sierra Nevada senza avvoltoi. Praticello in cui il bisogno di un padre buono, onnipotente e amoroso viene soddisfatto da una poltroncina mobile, elegante e dallo schienale ampiamente flessibile. Praticello con alcune bestie che parlano, non per esigenza spirituali ma a causa di impulsi elettrici (e altre bestie mute, addestrate a inviare impulsi, e addestratori umani incapaci di tutto, salvo di addestrare). Praticello con gradevole luce, su forcone appeso al muro, e colata di vernice. Praticello con gradevole luce, su forcone appeso al muro, e colata di vernice. Praticello delle sei e mezza di pomeriggio (d’estate, e personaggi vari che a quell’ora provano angoscia immotivata). Praticello da cui uscire solo morti o amputati (infrequentabile). Praticello con uomo dai molteplici delitti, un cuore putrido, poteri paranormali, e una fortuna sfacciata alle corse dei cavalli. Praticello in cui mi ricordo di tutti i seni indovinati dietro una stoffa leggera, e dei piedi nudi femminili, nei periodi di riscaldamento climatico. Praticello in disuso, con grandi ammassi di pneumatici in fiamme, e materassi sventrati o fradici, e gatti finiti nelle tagliole, o in brodo. Praticello di poca luce, con fontana, e fagiani al suolo, immobili, probabilmente impalati. Praticello borghese, fine novecento, con tubuli, maschere, bombole, quadranti, per respirazioni artificiali, prudenti, rarefatte, e bistecche al sangue, rognoni, roast beef, per masticazione frenetiche, perenni. Praticello per allievi impudenti, studentesse feroci, giochi di mortificazione fisica e mentale. Praticello dei cannibali, tutti quanti essendolo diventati, dopo aver ognuno attraversato un certo numero di difficoltà alimentari. Praticello della musica, da fare all’improvviso quando ci si passa. Praticello in cui è impossibile masturbarsi, mancando foto, video, disegni, persino ogni materiale psichico (e sorgono ricordi invece d’equazioni, di sequenze numeriche, di documenti zoologici). Praticello in cui l’alcolismo è un metodo tra i migliori per rispondere all’assenza di un padre buono, onnipotente e amoroso. Praticello con ministro della pace, ufficiale delle Schutz-Staffeln, profeta, e lucido da scarpe (e un solo paio di stivali, un solo slogan per dirigere la gioventù, e meno di quattro capri espiatori disponibili). Praticello come vero, in cui si fa l’amore e si dorme, si beve e ci si carezza (e non mancano i viveri), e ci si muove con cautela, si parla a bassa voce, per non interrompere il sogno o modificarne l’intreccio. Praticello dove chi scrive conosce bene le arti marziali del pensiero, e anche di tutti i cinque sensi, e delle zone erogene, e di ogni poro (e guarda a lungo la luce dentro un bicchiere d’acqua). Praticello ad alta tecnologia, ma pulita e produttiva, dove ogni pensiero del canguro, e il suo fiato, e la pressione arteriosa, e i tic nervosi, e le unghie, il manto, i denti, sono assolutamente registrati, copiati, riprodotti, trasformati, resi utili, in tempo reale, a tutti i possibili clienti, anche nelle zone remote, dal clima difficile, e dalla politica energetica incerta. Praticello delle droghe belle, con un codazzo di dementi, che non sanno comporre una frase di commiato, e si intrappolano sempre più a vicenda, sempre più ridendo, assieme.
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PRATO 166
Con monologo e barlumi
di coscienza a costi ridotti
Non è che io parli in prima persona perché abbia qualcosa di intimo da dire che un altro, di me, non potrebbe dire, se solamente mi vedesse, per buona parte della giornata, mentre vivo quello che vivo, faccio le cose della mia vita, dico le poche frasi che le danno senso. Parlo alla prima persona, in quanto chi è molto povero come me un intermediario, ossia la terza persona, non può permettersela. Non sembra sul momento, ma considerando la durata intera del discorso, i malintesi e le ripetizioni, e qualche amnesia da colmare, i costi lievitano. Ed è in ogni caso quanto basta, quello che ci chiedono, un po' di autenticità, a gente come noi. Loro stanno raccogliendo le informazioni, le nostre, ognuno dà in ragione delle informazioni che ha, e dei mezzi di diffusione che possiede; io che ne ho poche, d’informazione, e nessun mezzo, le do così. Con biro e foglio. Noi, che siamo autentici, non possiamo depositare ritratti cinematografici, monumenti equestri, cofanetti audio dei nostri pianti o borbotti, abbiamo la zona bassa dello schedario, che ci è riservata, con diverse righe tratteggiate, e il pronome umile, ma altrettanto legittimo sul piano burocratico, della prima persona. Non dico sia dignitoso o di grande interesse, ma così posso dire anche male, direttamente, usando quella coscienza residua che mi resta, e non ho dovere d’esattezza o stile, di dominio cronachistico sui fatti, non sono un testimone oculare, ma qualcuno semmai che si confessa, già ben implicato, immerso nella colpa. Ho fatto quello che dovevo fare. Sono andato dove mi si chiedeva. E ho lavorato. Più che altro, questo. A volte, non so neppure per quale grazia, ho fatto l’amore, messo incinta una donna, avuto dei figli. E intanto, andavo in certi posti, ben suggeriti da altri, e lì – chiuso dentro – lavoravo. Potrei anche parlare di tutto il lavoro che ho fatto senza quasi rendermene conto, io da solo, negli anni della mia vita, da quando ho cominciato a lavorare fino a oggi. Se mettessi in fila, come indirizzati a un unico progetto, tutti i miei gesti lavorativi, un acquedotto romano o una cattedrale gotica probabilmente ne sarebbero il risultato. Io da solo. Magari esagero. A volte, non so per quale grazia, ho però smesso di lavorare- E allora andavo verso un posto piano d’erba. Dove a lavorare al massimo fossero i castori, gli scoiattoli o le altre bestie del bosco. (Dico castori, per amore d’avventura e pittoresco. Nei prati è più verosimile che vi siano soprattutto coleotteri e anellidi d’ogni risma.) Così io andavo verso il bosco, possibilmente fermandomi un po' prima. Ben lontano dalla città, ma vicinissimo al bosco. Non del tutto dentro il bosco, perché è scomodissimo sdraiarsi. Pochi passi prima, invece, è perfetto: dove c’è il semplice prato. Sembra fatto, quel prato, per chi ha smesso di lavorare. Allora mi ci mettevo, tirandomi dietro mia moglie e i miei figli, e mi concentravo tutto sul non fare nulla. Non volevo finire in quello stato bastardo che è l’ozio, dove uno fa qualcosa, si affanna a leggere e a suonare lo zufolo, senza neppure essere remunerato. Se non si lavora, si deve non lavorare con coerenza. E fare quindi nulla. E per raggiungere il successo, in tale operazione, trovarsi il prato adiacente al bosco è indispensabile. Poi minacciare di sberle tutta la famiglia, se mai a qualcuno venisse la voglia di andare a raccogliere funghi. Tutti sdraiati come i morti, si deve stare, a mio parere, quando non si lavora. E guai ad addormentarsi, che poi uno non se ne rende più conto, quanto è stato bello il momento del far niente.
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Da Finestre (Industria&Letteratura, 2025)
20 giugno 2021
Parlare di una “finestra sul mondo”, in casi simili, è
Probabilmente un po' retorico ma, tutto sommato,
potrebbe non essere del tutto fuori luogo. A
condizione di intendersi sui termini. Non nel senso
wittgensteiniano, quello di quel mondo i cui limiti
sono i limiti del nostro linguaggio. Piuttosto, nel senso
di quella specie di mondo “comune” (non esattamente
husserliano) che è così spesso al centro della nostra
vita di ogni giorno (lo small talk, i trending topics,
ecc.). Oppure, nel senso di quel mondo “esterno” (non
esattamente kantiano) che può talvolta permetterci
un’evasione, per quanto effimera, da ciò che più ci
inquieta, talvolta dagli altri (prossimi o lontani),
talvolta da noi stessi.
In questo caso specificio, la “finestra” in questione
Misura verosimilmente una ventina di pollici e si trova
Piuttosto in alto, ben in vista, al centro di una delle due
Pareti lunghe di una stanza di passaggio. Sembra sia
Sintonizzata stabilmente su Raiuno.
Ancora al Santa Maria degli Angeli di Pordenone, ma
per la prima volta al Pronto soccorso. Ci siamo arrivati
dopo una nuova crisi di “assenza” o di “rallentamento”.
È avvenuta nel tardo pomeriggio, mentre io ero uscito
per un paio d’ore. Se ne è accorta mia zia e verso le
20 siamo partiti tutti e tre per Pordenone, pronti alla
possibilità di un nuovo ricovero. Conformemente
alle norme di distanziamento, solo una persona può
aspettare nella sala d’attesa, così mia zia attende in
un’altra area dell’ospedale. Mia madre è un codice
giallo ma entra quasi subito, restando dentro fino a
mezzanotte circe, quando viene dimessa. Le è stata
fatta una nuova TAC che ha confermato il quadro
precedente. Viene aumentato il dosaggio di alcuni
farmaci volti a prevenire nuovi episodi epilettici.
Dal verbale: «Accertamenti eseguiti e consulenze
richieste: Visita neurologica; Emogasanlisi sangue
misto venoso; Visita pronto soccorso; TC capo (e/o
encefalo, cranio, sella turcica, orbite); POCT Emogas
analisi venosa sistematica».
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4 luglio 2021
Una finestra laterale, di servizio. Non esattamente
panoramica, ma tattica. Si trova vicino all’atrio che
funge da sala d’attesa per i visitatori, in una specie di
sgabuzzino che gli si affaccia, in un disimpegno da
dove è possibile sorvegliare l’avanzare delle persone in
attesa. Offre una posizione più arieggiata e distanziata.
Impossibile starci più di uno alla volta. Occorre saper
Cogliere il buon momento e poi difendere la posizione.
Occorre non formalizzarsi per gli scatoloni per terra,
né per il bidone con la biancheria del reparto.
È domenica. L’umore sembra migliorato,
probabilmente anche grazie ai farmaci. Oggi quasi non
ha pianto. È contenta che gli infermieri siano riusciti
a ritrovare i suoi occhiali da sole. Si trova in effetti in
una stanza bella e spaziosa ma che per rimanere fresca e
ben arieggiata richiede che si lasci entrare anche molta
luce, che la stanca. Mi fa capire che la sua borsa si trova
in uno degli armadi della stanza. Me la fa prendere per
mostrarmi alcune cose che non le servono e che posso
riportare a casa. Domani è lunedì e dovrei poter parlare
con un chirurgo.
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16 settembre 2021
A Pordenonelegge, in un auditorium curiosamente
pieno di oblò, viene presentato uno studio imponente
(«allo stesso tempo centripedo e centrifugo») su uno
dei più importanti poeti europei contemporanei, di
cui quest’anno si ricorda il centenario della nascita e il
decennale della morte. Oltre al suo autore, interviene
un professore e poeta accompagnato da un cane
di nome Tito, capace, quando serve, pur essendo
perfettamente a suo agio sul palco, anche di fare un
passo di lato, per lasciare lo spazio agli altri e ascoltarli
con discrezione, senza fiatare.
«Quella della “veduta” dalla “finestra” (sulla quale si
conclude la prosa più antica di Sull’Altopiano, Mercato
distante: M 950) è isotopia che percorre tutta l’opera
di Zanzotto (dalle “cieche gallerie delle finestre” di
Atollo, in Dietro il paesaggio, M 59, P 25, alla “finestra
che dà sui monti e sul /guarire sempiterno” di Elleboro:
o che mai? Di Conglomerati, P 1082, passando per la
“finestrina”-“oblò” di Misteri della pedagogia in Pasque,
M 386, P 352 e la “finestra cèa” di Mistieròi in Idioma,
M 783, P 749; e si pensi a un episodio-chiave di IX
Ecloghe come Per la finestra nuova, M 212, P 178)»
(da Zanzotto. Il canto nella terra, pp. 351-352, nota
132).
Qualche minuto dopo mezzogiorno, appena conclusa la
Presentazione, non sono ancora uscito dall’auditorium
quando arriva la chiamata dal reparto di riabilitazione
di Pordenone: si è liberato un posto per mia madre.
Ora basta che faccia un nuovo tampone, nelle 24 ore
che precedono il suo ingresso, poi il 22 può entrare.
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Andrea Inglese (Milano, 1967) vive nei pressi di Parigi. Scrive in versi e in prosa, ed e traduttore dal francese. Tra le ultime pubblicazioni, le riedizioni del libro collettivo Prosa in prosa (Tic Edizioni. 2020) e del prosimetro Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2022. Premio Ciampi 2011). Nel 2022 escono le prose di Stralunati (Italo Svevo) e nel 2024 la raccolta di saggi Maestri contro: Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi (Biblion), curato con Paolo Giovannetti. Con Il rumore e il messaggio ([dia°foria 2023) ha vinto il Premio Pagliarani opera edita di poesia 2024. L’ultima pubblicazione è Storie di un secolo ulteriore (Derive Approdi, 2024). È stato redattore di Alfabeta2 e GAMMM ed è tra i fondatori di Nazione Indiana.
Francesco Deotto (1982) vive in provincia di Pordenone.
Dopo degli studi filosofici a Venezia e a Parigi, ha conseguito un dottorato all’Università di Ginevra dove ha insegnato letterature comparate. Collabora con diverse istituzioni italiane e estere occupandosi in vari modi (teorici, storici e artistici) di filosofia, poesia, fotografia e traduzione. È l’autore di altri due libri di poesia: Nella prefazione d’una battaglia (2018) e Avventure e disavventure di una casa gialla (2023).
