
Proponiamo alcuni estratti dal settimo capitolo di Il testo poetico. Metodi strumenti esempi d'analisi, di Emilio Manzotti e Luciano Zampese, uscito recentemente per la collana Vallecchi di Italianistica.
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La prima fondamentale manifestazione di ritmo in poesia è data dalla scansione in versi, il cui indicatore grafico nella pagina è l'interruzione e ritorno a capo per dare avvio ad un nuovo verso; il vuoto, il bianco, che segue l'interruzione, serve dunque a individuare, isolandole, delle unità, delle cellule ritmiche, che si susseguono più o meno identiche lungo la compagine del testo. Questa è dunque la prima accezione di ritmo in poesia: scansione del continuum linguistico del discorso in unità separate, i versi, caratterizzati da un determinato numero costante di sillabe. All'origine dell'articolazione in versi vi è la presenza di una pausa privilegiata e necessaria che marca l'interruzione della cellula ritmica. Questa pausa privilegiata, che si presenta come vuoto, come bianco, nella realizzazione grafica della poesia, è ben presente – lo deve essere, ad es. sotto forma di tonìa debolmente sospensiva – anche nell'esecuzione orale, che storicamente è anteriore a quella scritta e per lingue prive di scrittura ma non di poesia l'unica possibile. Non per nulla una poesia tipicamente si recita, non semplicemente si legge. Alla pausa di fine verso si possono attribuire le seguenti tre funzioni complementari: i) segnalare che quel che precede ha carattere di compiutezza (ritmica); ii) rendere conseguentemente possibile riconoscerne la specificità ritmica; e iii) registrare in memoria la specifica struttura ritmica del verso, in modo da farla successivamente interagire con la relativa struttura ritmica, e più in generale fonetico-acustica, dei versi che seguiranno.
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Il richiamo alla superficie fonica, agli effetti acustici e ritmici, può essere particolarmente esibito, come nel felice tour de force dialettale (in trevigiano) Parole mate (1966) – parole "selvatiche, non addomesticate", e quindi "libere" – di Ernesto Calzavara riportato qui sotto, con a fianco la traduzione dell'autore stesso. L'allitterazione sconfina qui nella paronomasia, nell'iterazione, nell'anagramma, ecc., sostituendosi quasi alla sintassi e alla semantica come principio di creazione e progressione del senso, quasi a compensare l'opacità del dialetto trevigiano o preparare la deriva verso l'invenzione linguistica «Maraori rua chicaribo» («parole senza significato letterale», glossava l'autore). Il tutto coerente con il tema lirico della dispersione e morte delle voci dialettali.
PAROLE MATE
Rame che rema che respira de ua rosa
rama remo rime roma ruma
rotami dapartuto che casca
sul colo dea Morte dai recini de rame.
E mi çerco mi vago no so par dove
par che rason no vedo no so
ma rovine rente rovine
rovinassi ore de sol
su aque nere che frise pescaori e pessi
in crose de po'.
Maraori rua chicaribo
romai amori più romai resta
parole mate.
Restè no morir
no morirme in man
restè restè parole.
PAROLE MATTE
Rame che remano che respirano di uva rosa
rama remo rima roma ruma
rottami dappertutto che cadono
sul collo della Morte dagli orecchini di rame.
E io cerco io vado non so per dove
per quale ragione non vedo non so
ma rovine vicino a rovine
macerie ore di sole
su acque nere che friggono pescatori e pesci
in croce di poi.
Maraori rua chicaribo
oramai amori più oramai restano
parole matte.
Rimanete non morite
non moritemi in mano
restate restate parole.
Vd. Ernesto Calzavara, Raccolte poetiche. 1 1960-1974. Edizione critica commentata a cura di Anna Rinaldin, Venezia, Edizioni Ca' Foscari Digital Publishing, 2017, pp. 97-98. La curatrice rileva a proposito del v. 2 «rama remo rime roma ruma» che «Le parole, tutte di senso compiuto (ruma viene del verbo rumàr "frugare"), sono caratterizzate da due consonanti fisse e nella stessa posizione, r e m, e la prima vocale che cambia a passare le cinque vocali [a-e-i-o-u] della lingua italiana». Sul molteplice «gioco linguistico» di Calzavara si rimanda alle osservazioni di C. Segre in Ernesto Calzavara, Ombre sui veri. Poesie in lingua e in dialetto trevigiano (1946- 1987). Introduzione di Cesare Segre, Milano, Garzanti, 1990, pp. xv sgg.; e soprattutto a Maria Antonietta Grignani, Lo sperimentalismo di Ernesto Calzavara, in Studi su Ernesto Calzavara, a cura di Silvana Tamiozzo Goldmann (= «Quaderni veneti», 44), Ravenna, Longo, 2006, pp. 13-29.
