Il testo poetico

Metodi strumenti esempi d'analisi linguistica
6 Novembre 2026

 

Proponiamo alcuni estratti dal settimo capitolo di Il testo poetico. Metodi strumenti esempi d'analisi, di Emilio Manzotti e Luciano Zampese, uscito recentemente per la collana Vallecchi di Italianistica.

 

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La prima fondamentale manifestazione di ritmo in poesia è data dalla scansione in versi, il cui indicatore grafico nella pagina è l'interruzione e ritorno a capo per dare avvio ad un nuovo verso; il vuoto, il bianco, che segue l'interruzione, serve dunque a individuare, isolandole, delle unità, delle cellule ritmiche, che si susseguono più o meno identiche lungo la compagine del testo. Questa è dunque la prima accezione di ritmo in poesia: scansione del continuum linguistico del discorso in unità separate, i versi, caratterizzati da un determinato numero costante di sillabe. All'origine dell'articolazione in versi vi è la presenza di una pausa privilegiata e necessaria che marca l'interruzione della cellula ritmica. Questa pausa privilegiata, che si presenta come vuoto, come bianco, nella realizzazione grafica della poesia, è ben presente – lo deve essere, ad es. sotto forma di tonìa debolmente sospensiva – anche nell'esecuzione orale, che storicamente è anteriore a quella scritta e per lingue prive di scrittura ma non di poesia l'unica possibile. Non per nulla una poesia tipicamente si recita, non semplicemente si legge. Alla pausa di fine verso si possono attribuire le seguenti tre funzioni complementari: i) segnalare che quel che precede ha carattere di compiutezza (ritmica); ii) rendere conseguentemente possibile riconoscerne la specificità ritmica; e iii) registrare in memoria la specifica struttura ritmica del verso, in modo da farla successivamente interagire con la relativa struttura ritmica, e più in generale fonetico-acustica, dei versi che seguiranno.

 

 

[...]

 

 

Il richiamo alla superficie fonica, agli effetti acustici e ritmici, può essere particolarmente esibito, come nel felice tour de force dialettale (in trevigiano) Parole mate (1966) – parole "selvatiche, non addomesticate", e quindi "libere" – di Ernesto Calzavara riportato qui sotto, con a fianco la traduzione dell'autore stesso. L'allitterazione sconfina qui nella paronomasia, nell'iterazione, nell'anagramma, ecc., sostituendosi quasi alla sintassi e alla semantica come principio di creazione e progressione del senso, quasi a compensare l'opacità del dialetto trevigiano o preparare la deriva verso l'invenzione linguistica «Maraori rua chicaribo» («parole senza significato letterale», glossava l'autore). Il tutto coerente con il tema lirico della dispersione e morte delle voci dialettali.

 

 

 

PAROLE MATE

 

Rame che rema che respira de ua rosa

rama remo rime roma ruma

rotami dapartuto che casca

sul colo dea Morte dai recini de rame.

 

E mi çerco mi vago no so par dove

par che rason no vedo no so

ma rovine rente rovine 

rovinassi ore de sol

su aque nere che frise pescaori e pessi 

in crose de po'.

 

Maraori rua chicaribo 

romai amori più romai resta

parole mate.

Restè no morir 

no morirme in man 

restè restè parole.

 

 

 

PAROLE MATTE

 

Rame che remano che respirano di uva rosa 

rama remo rima roma ruma

rottami dappertutto che cadono 

sul collo della Morte dagli orecchini di rame.

 

E io cerco io vado non so per dove

per quale ragione non vedo non so

ma rovine vicino a rovine

macerie ore di sole

su acque nere che friggono pescatori e pesci

in croce di poi.

 

Maraori rua chicaribo

oramai amori più oramai restano 

parole matte.

Rimanete non morite

non moritemi in mano

restate restate parole.

 

 

 

 

Vd. Ernesto Calzavara, Raccolte poetiche. 1 1960-1974. Edizione critica commentata a cura di Anna Rinaldin, Venezia, Edizioni Ca' Foscari Digital Publishing, 2017, pp. 97-98. La curatrice rileva a proposito del v. 2 «rama remo rime roma ruma» che «Le parole, tutte di senso compiuto (ruma viene del verbo rumàr "frugare"), sono caratterizzate da due consonanti fisse e nella stessa posizione, r e m, e la prima vocale che cambia a passare le cinque vocali [a-e-i-o-u] della lingua italiana». Sul molteplice «gioco linguistico» di Calzavara si rimanda alle osservazioni di C. Segre in Ernesto Calzavara, Ombre sui veri. Poesie in lingua e in dialetto trevigiano (1946- 1987). Introduzione di Cesare Segre, Milano, Garzanti, 1990, pp. xv sgg.; e soprattutto a Maria Antonietta Grignani, Lo sperimentalismo di Ernesto Calzavara, in Studi su Ernesto Calzavara, a cura di Silvana Tamiozzo Goldmann (= «Quaderni veneti», 44), Ravenna, Longo, 2006, pp. 13-29.