
In queste poesie di Sofia Luce Bastianoni si respira, a fatica, un’atmosfera da after, da fine della serata: Un’altra moka e un’altra / bibita, un’altra tazzina [...] / tutt’assieme / su un’altissima sfera.
La fissa quasi beat per le luci soffuse e le case degli sconosciuti non basta a una silloge che vorrebbe più comunicare un messaggio preciso, forse a un solo lettore, che non ricostruire i fatti, fraintendibili se si omettesse, quell’aspetto duplice o addirittura molteplice di certe faccende altre\circostanze “irriducibili a un intero”.
Sforziamoci, e facciamolo sul serio (per quanto lo sforzo, inevitabilmente, vari con le condizioni materiali), di dubitare degli schemi che ci circondano, ricordandoci che il dubbio non è una smentita, ma un tentativo di espansione.
Si spiega in questi termini l’utilizzo di coppie di aggettivi (Immobile e razionale, snob e sottile, aperto e puntuale) dove uno serve a cogliere l’apparenza, l’altro invece un aspetto nascosto, eppure fondamentale dello stesso oggetto. Sembra di guardare un piano che s’inclina e si sdoppia; la luce diusa da una sirena, dell’ambulanza o della polizia, più che quella rifratta da un prisma; rimettersi in piedi ancora in hangover, con gli occhi che palpitano e un mal di testa così forte da non riuscire a guardare gli spigoli. Mancare di consapevolezza, non essere quindi del tutto padroni di sé. Lo scenario lascia spazio all’ironia che non smentisce, all’oltranzismo adolescenziale e a una certa acidità: tre concetti che ritorneranno durante la lettura di queste poesie, tutti insieme, quasi impossibili da separare.
II
Un’altra moka e un’altra
bibita, un’altra tazzina
e un’altra raglia, un altro
cartone, tagliato nel mezzo
o in forma di gel, tutt’assieme
su un’altissima sfera, e un’altra
birra e un’altra sigaretta, giù
nei polmoni e ti raschia
la gola, tossisci, tossisci
e ti abitui alla tosse.
E la maglia del giorno
continua a ignorarti, o forse
ti guarda, e non dice una parola.
B
Serri i denti, ti sdrai. V’intuisco,
soffusamente, tutt’intorno
a me. Vi fisso,
mi faccio fissare, e mi volto,
all’improvviso, al primo accenno
del viola. Si sposterà,
inesorabilmente,
dalla nostra consapevolezza, per poi
ritornare, come se non lo potessimo
veramente considerare.
III / C
Prima o poi sentirò
l’effetto di questo
piacere aperto e
puntuale. Mi asterrò dal sesso
e dall’amore e studierò
come ho fatto prima. Tornerò
all’estremo. Potrò riaffermare
di essere infelice.
Un distico
«San Leo sacerdote qui pellegrino:
Mentre vissi questo amai questo dissi questo scrissi – tutti»
qui ammassati qui in vacanza in comitiva – tutti in fila
– tutti in tondo in seguito
sotto il sole sotto Natale sotto sotto
ad aspettare assieme di assorbire il
calore – del Dio di qui
un debole segnale.
Se come una gatta
ti accoccoli a me
che sono un’umana e da sola
assorbi il calore e lo ridai
in abbondanza, senza che io
te lo chieda e senza che io
neanche lo voglia, mi mostri
– un assioma tautologico –
cos’è che mi accomuna agli
altri animali a sangue caldo
e a sangue freddo sotto le
coperte, ti stringo la coda
e mi graffi il braccio.
Ultimi pensieri di Omar, calvinista ventiseienne
Sentirci adeguati credo sia adesso
il nostro primo motore, riunirci
e sparire nell’immagine che ci
guadagniamo come una rivalsa,
la pretesa di avere “quello che
meritiamo”, piegarci fra le scale
di un bar e rovesciare l’eccesso
di un accumulo smisurato,
la facciata dell’Unipol, l’edificio
immobile e razionale.
Cesena, sinalefe
“Quell’ombra ambigua e angosciante,
snob e sottile, bramava l’acqua
con l'ansia di un assessore, e l’acqua
placava i suoi nervi. Si espandeva
a danno dei suoi simili, prima di
ritrarsi all'evidenza
degli errori, e l'acqua
placava i suoi nervi. Quell’ombra
maschile e femminile si è persa
nell’alluvione, e gli scheletri
e il limo me li porto appresso,
la voce di un’amministrazione
passata, che minaccia: È così
che puoi sempre tornare.
Con la smorfia affettuosa
che decidi di farmi, se
proprio ci tieni a volermi
bene”, l’acqua di nuovo
placa i miei nervi, e l’ombra
si mostra in un'onda sottile.
Gli assiomi (Composizione 6)
Una persona è una faccenda incompleta. Tagliata e trasportata dal mondo che la attraversa, dal tempo che la scandisce. Irriducibile a un’interezza.
Assegnarle un attributo, una caratteristica stabile e individuale, è un esercizio che ha la sua utilità, e che il nostro cervello tende ad automatizzare. Da solo, però, è un esercizio insufficiente, che ci distoglie dal quadro più ampio.
Una persona è la parte di un sistema, di un insieme dinamico e mutevole di elementi, che interagiscono di continuo, trasformandosi a vicenda.
Se ci tocca dare un senso alle azioni degli altri, non fermiamoci, vi prego, al loro profilo attuale, agli attributi che potrebbero avere, ma estendiamoci al sistema in cui sono inseriti, alle cose con cui interagiscono – e che riusciamo a definire.
L’empatia è una pratica spinosa, ma ci conviene che venga estesa a chiunque, se non per bontà, almeno per sapere, per ipotizzare le cause.
(Purtroppo, conviene anche a chi ci sottopone al male).
Sforziamoci, e facciamolo sul serio (per quanto lo sforzo, inevitabilmente, vari con le condizioni materiali), di dubitare degli schemi che ci circondano, ricordandoci che il dubbio non è una smentita, ma un tentativo di espansione.
Nella catena di ragionamenti che i dubbi generano, se non riusciremo a contraddire un'idea, teniamola a mente.
Sofia Luce Bastianoni (Gravedona, 2002) si muove per l'Emilia-Romagna. È una studentessa della magistrale di Psicologia cognitiva applicata e collabora con il Centro di Poesia contemporanea dell'Università di Bologna da due anni.
