Alberto Biscaldi - poesie inedite

Questo fuoco / che ti scorre è fatto per esplodere
12 Ottobre 2026

Foto: Università Cattolica di Milano 

 

La chiave principale di lettura per le poesie di Alberto Biscaldi è l’antropologia, nella doppia accezione della parola. Dire “antropologia” può farci venire in mente un barbuto signore tedesco che classifica schegge di crani, tibie e denti (quindi in chiave evolutiva), oppure l’antropologia contemporanea, con uno sguardo più attento alle dimensioni sociali e relazionali. Entrambe le accezioni sono valide per questi testi che oscillano fra una dimensione e l’altra. Se prendiamo la poesia La figlia e il fratello possiamo immaginarla come una scena che si svolge fra due figure in un giardino:

 

 

Nel giardino era estate

quando giocavamo. Le piante verdi

inimmaginabili. Ricordo il pesco

più alto di una casa, i tanti frutti

spinti a terra dal cielo. Esisteva 

solo d’estate: prima

 

di essere cacciati, dell’obbligo

di lavorare, prima delle nevicate, del freddo

di non poter più stare nudi, della vergogna

di essere fratello e sorella, del mio debito

di venire da una tua costola. Giocavamo 

finché il sole lo permetteva, era il tempo

dove la pioggia non c’era e buio

era solo una parola.

                                Il gioco

era nascondersi dietro alberi di specie

che vedevamo noi per primi (esistevo meno, io,

quando tu esistevi) contare fino a dieci

per dare all’altro il tempo di fuggire

giù fino in fondo al cortile; 

 

la regola era semplice

e una sola:

chi scompariva meglio, vinceva.

 

Eppure, nel momento in cui cominciamo a leggere di costole e nudità, capiamo subito che c’è anche un altro piano di lettura: il giardino è quello dell’Eden, la costola è di Adamo e ne è venuta fuori Eva, compagna/sorella. Ma che fine hanno fatto i due personaggi iniziali del giardino? A testo chiuso, ci vorrebbe voglia di sovrascriverli con le nuove informazioni ricevute negli ultimi versi; ma qualcosa non funziona, e il modello di Adamo ed Eva non si adatta perfettamente alle prime fasi del testo. I bambini che giocano intorno al pesco resistono alla sovrapposizione col mito della Genesi, e così la scena iniziale difende la sua autonomia: non è un solo un gioco cifrato in funzione del reveal finale, ma esiste anche da sola, ha una sua realtà. Questo succede in tutte le poesie che troverete più sotto: i titoli (Habilis, l’Homo Abilis ovviamente, Lingua madre, Rito Maya) richiamano inevitabilmente la barbuta antropologia degli albori; ma in ogni poesia c’è sempre un elemento che sfugge a questa lettura, e ci rendiamo conto del fatto che dietro questi testi si intravede qualcosa al di là della storia che raccontano di facciata: un percorso quasi segreto, appena visibile, mascherato nella esecuzione apparentemente ineccepibile del singolo concept antropologico, che una volta svelato ci lascia intendere che la poesia va ricapita tutta dall’inizio, contando fino a dieci e poi stanandola nel doppio fondo del testo.

 

 

 

 

 

La mia storia è la storia di una stirpe

venire dal buio e ritornarci

toccarti e non toccarti con la pelle – le mani 

contro le tue mani – 

dai due lati opposti di reale. 

 

Veniamo da una discendenza condivisa

– gemelli che uccidono i gemelli

fratelli che uccidono i fratelli –

da uno stesso fuoco che si sperde,

la fiamma che uccide l’altra fiamma

per il suo turno di respiro.

 

 

 

*

 

 

La figlia e il fratello

 

Nel giardino era estate

quando giocavamo. Le piante verdi

inimmaginabili. Ricordo il pesco

più alto di una casa, i tanti frutti

spinti a terra dal cielo. Esisteva 

solo d’estate: prima

 

di essere cacciati, dell’obbligo

di lavorare, prima delle nevicate, del freddo

di non poter più stare nudi, della vergogna

di essere fratello e sorella, del mio debito

di venire da una tua costola. Giocavamo 

finché il sole lo permetteva, era il tempo

dove la pioggia non c’era e buio

era solo una parola.

                                Il gioco

era nascondersi dietro alberi di specie

che vedevamo noi per primi (esistevo meno, io,

quando tu esistevi) contare fino a dieci

per dare all’altro il tempo di fuggire

giù fino in fondo al cortile; 

 

la regola era semplice

e una sola:

chi scompariva meglio, vinceva.

 

 

 

 

*

 

 

 

 

Homo Habilis

 

Così è la vita

di chi non ha visto nulla. Le ombre

proiettate sul vetro della finestra sono

ombre proiettate sul vetro della finestra.

 

Potrebbero essere sagome umane, segnali

per chiedere aiuto; ma le ipotesi

non hanno a che fare col reale. Senti la vita

scorrerti nel corpo, dalle vene fino

a giù nel basso ventre. Questo fuoco

che ti scorre è fatto per esplodere, spandersi

in pezzi, un modo

per moltiplicarti. Non sai che tutto

finirà comunque; è reale

solo la terra asciutta, bagnata

quando c’è pioggia, l’odore

di erba umida che annuncia

la tempesta: non avrebbe senso per te

dire: “ti amo”, perché l’amore

non si tocca.

 

È facile vedere per chi non vede

sguardi. Non ci sono stati visi

nei tuoi occhi, ma sentieri, orme

che hai seguito solo per sopravvivenza. 

Non conosci la forma

delle stelle, il cielo

che non finisce; puoi credere che il tuo cammino

sia tra la roccia

e l’erba: nella striscia di terra

che sta nel mezzo.

 

 

*

 

 

Lingua madre

 

Sapevo parlare poco. Mi dicevi

che ero un selvaggio.

 

Non conoscevo nulla delle parole

che sentivo dire per te. Tra cui: amore,

gratitudine, debito,

devozione. Conoscevo il mondo 

per com’è in superficie. Sapevo dire cose

concrete: guerra, piante, campi

da coltivare. Cambiò

quando iniziai ad amarti. Amare

ciò che non si vede; la tua promessa

più convincente dei fatti. 

 

Ma ciò che volevi era controllo: insegnarmi

l’amore solo per farti amare, restituirti

 

la materia ceduta per crearmi;

                                                    la tua lingua

ormai è la mia: esistita

prima del vento e prima

che lo spazio creasse

il tempo; non sapevo nemmeno

di amarti, finché tu non mi hai detto

questa parola.

 

 

 

*

 

 

 

Rito maya

 

Succederà nei giorni esatti in cui il buio equivale alla luce.

 

Il mondo è in pari, dice il Sole, scenderò tra di voi come serpente piumato

nei colori precisi del tramonto.

 

Brucia in un istante colui che sa ogni cosa, che chiude

il dare e l’avere nel suo veleno: forma arancione su ombre

blu profondo,

                      sarò tra di voi

il tempo di un attraversare di cielo,

l’avvicendarsi

di una generazione.

 

 

 

 

Alberto Biscaldi (Vigevano, 1999) vive a Milano. Sue poesie sono state pubblicate sulle maggiori riviste di poesia italiana, tra cui Poesia di Crocetti (n°33), Atelier, Gradiva. International Journal of Italian Poetry, Inverso, sul quotidiano La Repubblica, e sulla rivista svizzera Cenobio. Il suo primo La parte di buio è in uscita per Vallecchi nel 2027. Alcuni suoi testi sono apparsi in traduzione inglese su riviste internazionali. Fa parte della redazione di e scrive per diverse altre riviste letterarie. Traduce dall’inglese e dal francese. È dottorando in letteratura contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano e la Sorbona di Parigi.