
Foto di Cecilia Romano
Il cuore delle poesie di Nicole Principi sta nel contatto fra due mondi diversi: da una parte, un mondo fantastico con spade di porcellana, pupazzi che parlano, giocattoli animati; dall'altra, un mondo come il nostro, coi legami familiari e sociali che conosciamo. Le cose si complicano quando capiamo che queste due realtà non sono compartimenti stagni, isolate l'una dall'altra, ma sono in comunicazione. Quanto dei giochi e dei combattimenti del mondo fantastico dipende dal mondo reale? E in quale misura la lingua per parlare del mondo reale dipende dal mondo fantastico? Per apprezzare veramente questo immaginario dobbiamo pensare contemporaneamente sia ai mondi allegorici medievali, e in generale all'effetto Narnia per cui si va a avanti e indietro fra due mondi che rispecchiano, sia alle trasformazioni da un personaggio all'altro dentro lo stesso mondo (i Power Rangers, tutto il genere delle Magical Girls, ma anche le paladine dei poemi cavallereschi che nessuno riconosce dentro le armature; o un avatar di tumblr): cambia l'aspetto, ma la nuova trasformazione rivela qualcosa che la forma originale non riusciva a esprimere, i segreti diventano verità solo durante lo scontro. Se non siamo disponibili a seguire la voce di queste poesie mentre precipita da un mondo all'altro, corriamo il rischio di perderla di vista: leggendo dobbiamo immaginare all'inizio e alla fine di ogni poesia un portale, chiederci dove siamo capitati questa volta e perché; se ci sarà riconciliazione o no fra questi mondi, quante cose dell'uno sconfinino nell'altro.
Nella testa dal litigio permanente
la bambina deve imparare a sguainare
una spada pesante porcellana,
caricare i cani, non mancare
anche senza cavallo, afinare la presa.
Tra pareti e corridoi cercando l’uscita si grafiano,
hanno rotto capillari senza creare conati
afondando l’una dentro l’altra, certe muoiono
prima ancora di aver fatto un solo passo.
*
Da bambina se volevo giocare alla casa
andavo a disturbare le bambole in porcellana,
la nonna mi sgridava subito “Perché non vai
a giocare con quelle di plastica tanto carine?”
Lei non poteva capire quel mio istinto materno
educato a me stessa, una ricerca
per delle anime gemelle, le sorelle, un legame
insfaldabile anche dopo la valle della morte.
“Perchè io le odio, taglio via loro i capelli
e se la ghignano di me, mutilate le umilio
e fanno comunella dandomi della bamboccia,
non ci si può proprio fidare di quelle cattivone nonna”
Le altre, invece, sono così sole,
infanzia imbalsamata nel rigiro di un merletto,
e da come mi guardano capisco
che hanno già aiutato altre bambine
ad evitare il pozzo, a saltare la corda, a vincere
a nascondino, e se poi gli spezzo le braccia
saranno mie per sempre senza successione.
*
Non puoi capire il sacrificio, io
non sarò mai uguale all’età compiuta a vent’anni
quando le mani hanno tracciato l’asfalto
dopo un capitombolo innescato da bugie,
non ha retto allo schianto la mia spada.
*
Il cattolicesimo ridente da oratorio:
dire preghiera sporchi di fango
e farsi tramandare il senso di colpa
“giuro Padre, non ho mai bestemmiato”.
Le chiese mi facevano nausea,
troppi secoli ammassati e rimistati,
e un bambino non può capire il male
che veglia ancora sui vetri colorati.
Però amavo la Vergine Maria, amavo
supplicarla scomoda in ginocchio
“prega, Madre, per noi peccatori”.
Era tutto un folklore: le sante
sfoggiavano spade sanguinarie,
mentre uomini barbuti si perdevano
dentro un deserto dai miracoli improbabili
perché un giorno qualcuno disse loro:
“Non avrai alcun Dio all’infuori di me”
ma io a questo già ci credevo
lo ripeteva sempre anche mia madre.
*
"Ma non lo riesce a vedere che la spada
se la è infilata tra le ossa?" chiede curioso
un pupazzo alla macchinina sua compagna
davanti alla giostra dove chi si sfida
è un’armata di giocattoli randagi
e una bambina che non riesce a fermarsi
quando gli adulti le dicono che per lei è tardi.
*
Con occhi punti dalle lacrime
rimaniamo fermi a scambiare reticenze:
entrambi a desiderare l’ultimo sbaglio, il grande salto.
Ma il bus arriva all’improvviso,
blocca il passo falso
e il gioco di schemi si chiude
sul mio discorso in fase di processo:
“Vorrei che tu potessi concederti
alle mie mani, che ti possano aprire,
frugare, fino all’uccisione di ogni paura”.
