Millimetri

24 Settembre 2026

Così gli alberi fanno le uova

Empedocle, Poema fisico

 

Millimetri (Einaudi, 1983) di Milo De Angelis: insieme a Terra del viso (Mondadori, 1985), sta a De Angelis come le Georgiche stanno a Virgilio. Biografia sommaria, invece, è già piena Eneide; Somiglianze, su questa linea, coi suoi dialoghi, ha un nervo bucolico; e i pastorelli arcadi sono più crudeli di quanto lo stereotipo settecentesco non ce li faccia apparire, come è evidente nel dramma pastorale cinquecentesco, dall’Egle di Giraldi Cinzio fino all’Aminta e al Pastor fido di Tasso e Guarini (le buone maniere non ci ingannano: lo stupro, anche se desiderato o represso, è il fondamento spietato di ogni vicenda arcadica). In quanto poema georgico, Millimetri non ha posto per incertezze: non ci sono né i quasi né i magari ( Cfr. Alessandro Bellasio: http://w.nuoviargomenti.net/poesie/il-disprezzo-del-rimedio/ ), ma solo l’aria marziale della prima poesia:

 

I bastoni

hanno frantumato l’ultimo secchio

e ora il villaggio fa

silenzio

nella corte marziale. Ecco

l’inchiostro, tra una moltitudine

di assetati in orario,

un cognome:

tutte le uova molli

giungeranno

per forza o per disprezzo

e quel

faraone darà la staffilata

che ancora oggi ferisce

e le fa terrestri.

Chi genera il tempo

ha il volto arato e con pazienza ripete

che noi ubbidiamo.

 

Potremmo accontentarci di leggere questa poesia per la sua verticalità, farci suggestionare e appagare da queste immagini e dagli accostamenti inediti che ci chiamano da questi testi (troveremmo unite agende e quarzo, o calendari, sangue e cicogna). Ma se letta anche secondo questo codice georgico, Millimetri si rivela una raccolta in cui le associazioni non sono mai soltanto "callide" (nel senso oraziano di callida iunctura, l'unione sorprendente di parole note): possiamo fare lo sforzo di andare incontro al testo, cercando di comprendere la sua grammatica particolare, che si rivela, come per i sistemi di scrittura dimenticati e da decifrare (i geroglifici, le antiche grafie mediterranee), attraverso l’ordine e le ripetizioni degli stessi segni. Calendario, sangue e cicogna smettono già di essere esclusivamente callidi se pensiamo al collegamento femminile fra sangue e calendario a cui partecipa anche la cicogna, col fagotto nel becco per un bambino (e dopo verrà citato l’uomo, un fazzoletto/fagotto spiegato con sopra sparsi ferro e spazio, ma non il tempo): in ogni caso, la poesia Quando le mani a mezzaluna comincia da una fecondazione e si chiude nell’uccisione, prima dei tiratori, poi in quella antropologicamente profonda della pietra in pugno.

A proposito di ripetizioni: nella seconda parte di Poesia destino (1981, due anni prima di Millimetri), c’è un’urna che dice basta; e in Millimetri

 

Giunge luglio per i morti

che sentono nell’assedio

di ogni fiore

una giustizia remota. E un

cappio di carta

rinasce a più non posso

nella storia della terra, vasta, ripida,

cose e cose, vesti bianche e tarlate,

contadini nascosti

nel frumento. O ancora

più dentro, dovunque urlino

i crisantemi. Facendo la spola

tra i muri della testa e

una chiamata interurbana, questo minuto

viene contato:

e l’urna - delizia anch’essa

dei mescolati magnanimi -

ha detto basta.

 

 

Le ripetizioni vanno ovviamente anche in avanti: il volto arato verso la fine della prima poesia contiene già Terra del viso, il titolo del libro successivo; e, sempre procedendo per titoli, nella terza parte di Poesia e destino leggiamo che il cammino per imparare ad assumere una particolare posizione prana è pari a quello di un paralitico che muove il dito di un millimetro. Ma ricordando queste ripetizioni da un libro all’altro, e all’interno dello stesso libro, non stiamo facendo la caccia al rimando intertestuale che cerca di dimostrare la deliberatezza e il ruolo di primo piano della citazione; quello che ci interessa è sapere che certe cose sono già state dette, o stanno per essere ridette, e quindi portano in sé le tracce delle occorrenze passate e future. In Poesia e destino (nella seconda parte, L’impresa) l’urna aveva parlato, ma al presente: In un certo punto l’urna, dentro il cuore di chi è magnanimo, dice basta. L’urna parla al presente dentro il cuore dei magnanimi; ma parla al passato prossimo quando i magnanimi sono dentro di lei, mescolati (le loro ceneri).

Questo può valere per le ripetizioni (Luigi Tassoni ne ha scritto più nel dettaglio). Per l’ordine, è necessario chiamare in causa proprio l’aspetto georgico di Millimetri; georgico perché, fondamentalmente, un poema della coltivazione. Alla fine delle Georgiche virgiliane troviamo nascosto il segreto della rinascita dalle carcasse. Aristeo ha perso improvvisamente le sue api. Per scoprire la causa, sua madre, la ninfa Cirene, lo indirizza verso Proteo: dovrà combattere con tutte le trasformazioni del dio per ottenere una risposta. Si scoprirà che dietro la scomparsa delle api sta una punizione divina: la colpa di Aristeo è aver inseguito Euridice, morsa dal serpente velenoso proprio mentre in fuga da lui. Ma, una volta svelate le ragioni del castigo, Proteo guizza via, e rimane solo la madre di Aristeo, Cirene: è lei a conoscere la soluzione, esperta in materia di morte e fecondazione. Le api torneranno nascendo dalle carcasse di buoi, ronzando fra le viscere, sciamando fra le loro costole rotte. Si tratta delle legge fondamentale della coltivazione: la terra pretende cadaveri perché fiocchino le spighe; è questa la giustizia remota che i morti sentono nell’assedio di ogni fiore, tra due sepolture: nella terra, o nell’urna, mescolati alle radici o alle altre ceneri:

 

Giunge luglio per i morti

che sentono nell’assedio

di ogni fiore

una giustizia remota. E un

cappio di carta

rinasce a più non posso

nella storia della terra, vasta, ripida,

cose e cose, vesti bianche e tarlate,

contadini nascosti

nel frumento. O ancora

più dentro, dovunque urlino

i crisantemi. Facendo la spola

tra i muri della testa e

una chiamata interurbana, questo minuto

viene contato:

e l’urna - delizia anch’essa

dei mescolati magnanimi -

ha detto basta.

 

In Millimetri, l’agricoltura è fra i temi più ricorrenti: un elenco potrebbe partire dal volto arato della prima poesia e continuare lungo tutto il libro, ma non serve renderne conto (lo può verificare ciascuno per conto proprio). Il luogo chiave di Millimetri è il campo, dalla doppia natura: il campo coltivato, e il campo da calcio. In entrambi i casi, il campo come una recinzione dello spazio: il luogo dove, una volta stabilito il limite dei confini, c’è posto per la lotta, col pallone, o con le radici:

 

La goccia pronta per il mappamondo

e per i più sconosciuti

nomi di ventura

ha raggiunto finalmente una scorciatoia

a colpi di limaha appoggiato il bicchiere

su un solo dito, fratello

della prima volta. Tutto

il campo, con le

sue biciclette sepolte, sguizza

parole di ventriloquo:

metà alla vittoria, metà

all’erba in trappola.

In noi giungerà l’universo,

quel silenzio frontale dove eravamo

già stati.

 

 

La chiusa di questa poesia era già comparsa in un altro testo (Questi succhi); anche quello successivo riprende un testo precedente, e ritorna il calendario in sangue di cicogne seguito di nuovo da uno sparo risoluto di chi mira, i tiratori:

 

Al timone di una goccia

ritorna

un calendario in

sangue di cicogne. E più tardi

- fino a chi - lo sparo risoluto

che mira.

Si conficca lì, unghia, come

tu nella tua bianchezza

quando un rito purosangue

dichiara tempo

e ci sono sassi in un angolo

della viva.

 

Una goccia apre entrambe le poesie. Come per i geroglifici, non sappiamo defire con certezza che cosa indichi, anche se abbiamo delle ipotesi, ma ciò che conta è che si ripeta due volte di fila: bisogna affinare l’ascolto, riconoscere come alla dinamica del campo (da calcio, di grano; rispettivamente, dell’urna dei magnanimi, del morto assediato dal fiore) corrisponda l’incontro fra lui e lei, la fecondazione e l’uccisione. La lunga poesia successiva inscena un rito purosangue, dove campo e nozze si incontrano:

 

Noi portiamo alla terrestre

uno sposo, sempre nello stesso

cuore: con le ossa della

grande madre graffiata

nei campi di carbonella, tra una

corsia e l’altra,

braccia, uomini

bianchi come stoffe chiodate.

 

Meglio non riportarla tutta: bisogna prima riconoscere cosa la prima strofa abbia ripreso dalla poesia precedente (la bianchezza, per esempio); e il contesto di un rito agreste, con una grande madre, una terrestre (di terra), i campi e uno sposo, fa pensare che quando il rito purosangue / dichiara tempo (e dobbiamo pensare al volto di arato di chi genera il tempo della prima poesia) questo abbia a che fare con la stagionalità; dichiarare il tempo come nei solstizi. La cosa più importante è evitare la lettura esclusivamente callida: Millimetri va letto cercando le linee di demarcazione dei temi, imparando a memoria ogni parola. Per esempio, solo così possiamo capire che in questa strofa, riconosciuto il mondo georgico, il punto in cui compaiono corsie, come nell’ospedale, più che come in autostrada, è quello che richiede uno scarto ulteriore al lettore, una rilettura sintonizzata soltanto su quella frequenza. Qui ci siamo limitati solo al registro agricolo, che però arriva fino all’ultimo testo: nella lunga poesia finale il sistema del campo, della bugonia, viene condotto alla sua distruzione massima, per la rinascita completa. Le piante vengono fatte esplodere, volare per l’aria:

 

[...] Una goccia verde

sui cappotti

una mela scagliata, quell’esplosione

che alzò il pioppo

 

[...] e l’erba ha un seme

gettato in aria

 

[...] Così,

sollevandosi nel nulla, crescono

soltanto alla radice.

 

[...] quattro mani per sorreggere

una foglia o scordarne il ticchettio

mentre piove

dai pianeti al cappotto.

 

Finchè non rimarranno soltanto due spighe di materia, grazie al silenzio sportivo degli alunni al quadro svedese. Il quadro svedese è l’ultima figura geometrica (squadrata) del libro; ma prima troviamo il rettangolo, e il poligono, sempre associati al campo:

 

Non so come la terra

si calma in un rettangolo [...]

 

Parti di sé… conficcate

in una luce che

raggiunge il pioppeto

e lo divide per diagonali [...]

 

Ha sillabe diventa

erba portata in carriola

tra i respiri, numeri

e respiri, respiri in

mare alto. È troppo tardi

per svenarsi nel poligono

o chiedere

i giocattoli della pazzia. Voi,

femmine di un

rintocco giustissimo, siete

la grandine! E ognuno morde,

piantato nel legno con

gesto di comando. Mi soffia

un viso. Altri alberi

crescono dentro gli occhi, un

fragore di occhi e miracoli

dal pensiero vergato. La nemica

guarda i cancelli. La saliva risucchia

se stessa e beve.

 

Il campo, in quanto tracciato sul terreno, ha per forza a che fare con la geometria; i cancelli sono ciò che regola l’accesso al suo spazio controllato, una costrizione che gli consente di esistere. Una nota in Poesia e destino al mito di Proserpina e la grande madre Cerere ci parla di questa scelta che unisce costrizione e grano: in Claudiano, Proserpina amando la sua stessa morte fa nascere il grano.

 

*

 

DAI DIALOGHI CON LEUCÒ (CESARE PAVESE, 1947)

 

L’OSPITE

 

LITIERSE Ecco il campo, straniero. Anche noi siamo ospitali come voialtri a casa vostra. Di qua non ti è possibile scampare, e come hai mangiato e bevuto con noi, la nostra terra si berrà il tuo sangue. Quest’altr’anno il Meandro vedrà un grano fitto e spesso piú di questo.

 

ERACLE Molti ne avete uccisi in passato sul campo?

 

LITIERSE Abbastanza. Ma nessuno che avesse la tua forza o bastasse da solo. E sei rosso di pelo, hai le pupille come fiori — darai vigore a questa terra.

 

ERACLE Chi vi ha insegnato quest’usanza?

 

LITIERSE Si è sempre fatto. Se non nutri la terra, come puoi chiederle che nutra te?

 

ERACLE Già quest’anno il tuo grano mi sembra in rigoglio. Giunge alla spalla dichi miete. Chi avevate scannato?

 

LITIERSE Non ci venne nessun forestiero. Uccidemmo un vecchio servo e un caprone. Fu un sangue molle che la terra sentí appena. Vedi la spiga, com’è vana. Il corpo che noi laceriamo deve prima sudare, schiumare nel sole. Per questo ti faremo mietere, portare i covoni, grondare fatica, e soltanto alla fine, quando il tuo sangue ferverà vivo e schietto, sarà il momento di aprirti la gola. Tu sei giovane e forte.

 

ERACLE I vostri dèi che cosa dicono?

 

LITIERSE Non c’è dèi sopra il campo. C’è soltanto la terra, la Madre, la Grotta, che attende sempre e si riscuote soltanto sotto il fiotto di sangue. Questa sera, straniero, sarai tu stesso nella grotta. [...]

 

ERACLE Mieteremo, Litierse. Sono venuto dalla Grecia per quest’opera di sangue.

 

Mieteremo. E stasera rientrerai nella grotta.

 

LITIERSE Vuoi uccidere me, sul mio campo?

 

ERACLE Voglio combattere con te fino a morte.

 

LITIERSE Sai almeno menarla la falce, straniero?

 

ERACLE Stai tranquillo, Litierse. Fatti sotto.

 

LITIERSE Certo, le braccia le hai robuste.

 

ERACLE Fatti sotto.

 

*

Secondo Vitruvio, il disegno di un edificio comincia con l’icnografia, la traccia; Cesare Cesariano, traducendo per la prima volta Vitruvio nel 1521, ne dedusse che era buona prassi cominciare la costruzione tracciando la pianta sul terreno. La stessa nascita della geometria la si voleva legata alla terra e alla sua misurazione. Infatti, nelle Nozze di Mercurio e Filologia, Marziano Capella fa indossare all’allegoria femminile della Geometria i panni della viandante, e di geometria euclidea si parla poco; sembra avere più a cuore il discorso geografico. Il libro successivo, dedicato all’Astronomia, è incompleto. Il nesso fra Geometria e Astronomia è evidente, dal momento che si occupano di misurare una le superfici terrestri, l’altra quelle celesti; entrambe richiedono mappe. La tradizione vuole (anche in certi manuali scolastici) che la geometria fosse invenzione egizia per ristabilire i confini dei terreni dopo le piene del Nilo, quando ogni cosa era stata ridotta a fanghiglia. La geometria la si vorrebbe nata per ristabilire e rafforzare un ordine nel campo; l’intricata icnografia di Cesariano che tracciata sul terreno va seguita a ogni costo, pena la violazione di una legge. Con le Georgiche, Virgilio prende lo sfondo idilliaco dell’Arcadia e il ritorno della favoleggiata spontaneità dell’Età dell’Oro, un modello ideale di società letteraria che nella tradizione poetica italiana vivrà dal Dante delle egloghe fino ai deliri accademico-arcadici del tardo Settecento, e li scaglia nel progetto del campo, del frutteto, del recinto del bestiame dove serpeggia la peste, e dell’alveare: è il primo passo per la fondazione della città, l’avventura dell'Eneide. Il Duomo di Milano di Cesariano non si alza da solo, e occorre che qualcuno martelli i pali nel terreno per costruire il recinto del campo. Il cuore di Millimetri, piuttosto che esclusivamente in un dettato assoluto o unandamento spiazzante, mi sembra che risieda anche in questa metafora georgica, dal forte senso etico, che corre lungo tutto il libro, ossia l’agricoltura come incontro fra la fecondazione-distruzione della terra e il rigore geometrico del poligono: le fondamenta della città segnate sul suolo, ma di una città deturpata in cui riverbera anche la Milano massacrata dopo gli anni di piombo, un restare a ogni costo nel campo tracciato, tra l’assedio e la guerra civile, farne una scelta, finché nell’ultima poesia, che si apre verso Terra del viso, non verrà fatto saltare in aria.