Sulla griglia

Dodici definizioni non metaforiche di creature marine in poesia
11 Agosto 2026

 

In questa piccola antologia poetico-subacquea in fieri - che nasce dove cresce un cruciverba, un quaderno dei compiti per le non vacanze, per i para-bimbi – esploreremo vette letterarie situate in profondità marine, entrando in contatto con il metamorfico cosmo marino e le forme di vita che lo abitano. Qui lo snodo fecondo per tentare di calare il mondo marino in poesia all’interno di una prospettiva etico-biotica condivisa, crocevia per una ritrattazione dell’identità inter-specifica (tra i viventi umani e non umani) all’interno di un cosmo biofisico inter-dipendente, dove le forme di vita (ma anche quelle non "vive", come i minerali) dipendono tutte le une dalle altre. Una comune, forse uno zodiaco.

 

*

 

In quella «Blood Era» che è l’Antropocene - fondata su e per il sangue - e in quanto Homo Sapiens assistiamo abitualmente al proliferare di forme di violenza eco-sistemiche: speciste, di genere, etniche, cosmologiche, intersezionali. Violenza inferta tanto al suolo geologico e marino quanto alle forme di vita umane e non umane presenti sulla terra; soprusi collettivi doppiamente vettoriali: attivi in superficie, tanto quanto in profondità. Scaffai in un recente studio intitolato Sotto l’inesauribile superficie delle cose (2025), si chiede perché guardiamo verso il basso, cioè: «perché la profondità è diventata una dimensione cruciale nell’immaginario dell’Antropocene» (Scaffai 2025: 38)?

 

Una risposta che offre è la seguente: «attingere la profondità è una via per indagare tanto la relazione che collega le altre specie alla nostra, quanto la complessità degli effetti che il nostro sviluppo ha imposto su ampia scala, riconducendo una molteplicità confusiva di fenomeni superficiali a una di coerenza. Dalla profondità, cioè, viene un’ipotesi di unità conoscitiva, che potrebbe contribuire alla materiale coscienza di quell’implicazione tra fattori biologici e ambientali e fattori sociali, economici e politici senza la quale non si dà possibilità di comprensione» (Scaffai 2025: 40). Lo spazio poetico, accedendo al «paradigma della profondità» (Scaffai, 2025), può allora vivificare l’esperienza di forme vita biotiche di pari dignità e di pari strutture bio-fisiche all’uomo catalizzando nel dispositivo marino eco-critico una zona feconda di ritrattazione identitaria biotica inter-species. Rendendo, cioè, la scrittura letteraria partecipe di una «deep ecology» (Næss, 1973). Non è un caso che tanta poesia e letteratura contemporanea si stia riappropriando degli abissi, dei recessi geologici, delle cavità sotterranee quanto sottomarine, di quella più in generale sensibilità empatico-ecologica. Al punto, soprattutto, che in Italia si sta delineando un vero e proprio proto-canone biotico generazionale, che in piccola parte e con altrettanto piccoli detour qui abbiamo voluto raccogliere. Questo proprio in virtù di una forte presa d’atto di un’assenza del metaforico nel presente mondo digital-global-pratico-materico – su cui sarà utile, in altra sede, tornare.  Assenza del metaforico da intendersi nei termini di una rinnovata relazione empatico-performativa tra i diversi organismi della biosfera. Quindi di reazione allo specismo della logica dominante, altresì rifunzionalizzando il dispositivo usurper specista-coloniale della metafora atta a consolidare il proprio dominio, all’interno di un perimetro testuale antispecista intersezionale. Calandosi nel mondo sub-marino e donando statuto di equa-realtà alle creature che vi abitano è possibile corrodere i limiti dell’individualismo antropocentrico, destituendo il mondo animale da quella proiezione metaforica etnocentrica sempre colpevole di un (famelico) ricatto identitario a danno delle forme di vita considerate subalterne. O meglio: «Conoscere, cioè accedere alla profondità, è la condizione per portare alla luce e indicare l’esempio virtuoso di una forma di vita non antropocentrica» (Scaffai, 2025). Risuona quindi in un certo senso, carico di iper-urgenza spendibile nell’iper-contemporanea crisi ecologica, l’interrogativo posto da Montale «Puoi tu / non crederla sorella?», in riferimento all’anguilla, figura marina che compare in La bufera e altro (1954). L’anguilla è anche l’animale che Jolanda Insana assegna per sé stessa nel momento in cui pronuncia «io sono un’anguilla / e scivolo / scivolo via», perché «nessuno mi può possedere» (L’idiota sottostante, in Turbativa d’incanto, 2012).

 

L’animalità è sicuramente un asse di ricerca poetico, fonico e stilistico, come sollevato dallo studio di Paulina Malicka (L’animalità nella poesia di Jolanda Insana, 2018) e partecipa di una vera e propria ritrattazione identitaria, per esempio, all’interno dell’opera di Jolanda Insana, la quale non si limita a ricreare una relazione fraterna tra le forme di vita non umane e umane, ma addirittura incorpora l’animale simbioticamente all’interno della stessa specie umana. «L’uomo è una accumulazione di varie bestie. L’identità è in difficoltà già a partire dalle domande: che bestia sono io? E l’altro che è in me che bestia è? Con quante bestie convivo, se in un solo centimetro di pelle ho milioni di altre bestie?» (Insana, 2009). Anzi, Insana ricostruisce la propria identità inter-specifica attraverso ciò che possiamo interpretare come paradigma ricostruttivo: «Genere, razza e specie devono essere decostruite insieme in una chiave non estensionista (dall’umano a includere il non umano) ma ricostruttiva – in termini di connessioni ecologiche, piuttosto che ecologiche – fra differenze che entrano in rapporto tra loro fuori dalle relazioni di dominio, sia simboliche che materiali» (Timeto, 2024: 78). Parte di questa violenza inter-sistemica si regge (e viene mantenuta forza strutturalmente gerarchica) e anzi si irradia, infatti, dai processi simbolici di metaforizzazione. In praesentia di atti di metaforizzazione, ci troviamo spesso in absentia di pratiche di fraternizzazione ecologiche; lontani da dispositivi di fedele messa in scena della biodiversità per il complesso organismo di realtà tale quale è. Questo accade perché la metafora è uno strumento di dominio simbolico del reale, in quanto opera esattamente come altre pratiche di assoggettamento dell’altro biotico: smembra. Spezzetta l’organismo interessato a favore di una parte, censurando la sua rete identitaria e trascurando in questo modo le sue potenzialità ecosistemiche, così come il suo ruolo equo-pratico nella catena trofica condivisa.

 

Il punto è proprio questo: nel momento in cui si metaforizza un animale (a) per arrivare a proiettare certe qualità discrete su un ente umano (b): non si sta rappresentando l’animale non umano in quanto animale non umano [quindi per ciò che è], ciò che accade è più simile a un’operazione di cut-up, o make-up, tale per cui di volta in volta i suoi parametri identitari vengono modificati (evidenziati, o censurati) a seconda della piattaforma di destinazione. L’animale viene smembrato (dislocato) dalla sua piena identità reale per essere ricucito nelle vesti di un nuovo soggetto funzionale al contesto di destinazione (b). [Non così distante da pratiche di tassidermia, o tanatoestetica]. È possibile metaforizzare una creatura umana e non umana a patto di guardare a quest’ultima attraverso una «decostruzione del sapere non situato» (Timeto, 2024). Nel nostro caso allora, non tanto quanto un punto di partenza, né quanto un punto di arrivo, ma come un soggetto performante in piena agency nel suo habitat biotico esistenziale, rappresentato nelle proprie potenzialità ecosistemiche, così come nel proprio ruolo equopratico all’interno della catena trofica condivisa. Il tutto tenendo presente che: «il femminismo nero, antispecista e decoloniale mostra come le oppressioni che si richiamano fra loro richiedano una comparazione attenta alle somiglianze ma anche il riconoscimento delle specificità di ciascuna relazione di dominio, al fine di contribuire a smantellare i rapporti su cui i sistemi di oppressione si reggono» (Timeto 2024: 77). Sembra riallinearsi a questo discorso - circa un trattamento anti-metaforico dell’altro [umano non umano] calato in una prospettiva culinaria - la stessa Insana. Laddove nella sua poesia «l’atto di mangiare compiuto dall’io assume […] una connotazione animalesca» (Malicka, 2018). Come messo in luce da Gianni Turchetta, infatti, l’opera di Insana: «pullula di animali, che peraltro offrono continue occasioni per esplorare e approfondire l’area semantica e simbolica del mangiare, che diventa, volta a volta, ingoiare, divorare, rosicchiare, spolpare, intonandosi con un bestiario amplissimo, dai pescecani ai maialini, e dai porcospini alle scimmie» (Turchetta 2007: 602).

 

Tirando un paio di somme: questa introduzione più che una descensio in una zona pelagica, vorrebbe tratteggiare il moto di un girotondo subacqueo nei recessi mappati (e quelli non ancora mappati: lo zodiaco che segue, di creature autoriali e non autoriali, potrebbe almeno doppiarsi) del regno marino. Utilizzerei il termine girotondo richiamando già isomorficamente in quest’ultimo un possibile orientamento di ricerca riassuntivo rispetto agli argomenti appena esplorati. E, se vogliamo, il suo accostamento analogico (ecologico) con la tavola rotonda del ciclo arturiano ci può portare in una zona feconda – tanto quanto i «paradisi di fecondazione » de L’anguilla. L’immagine della tavola rotonda vuole ricordare in questa sede quella di un pasto (l’identità) equamente condiviso tra soggetti non più meri divoratori, ma equamente divorati – al pari di tutte le altre cose. Non nel senso di soggetti sottomessi al reale, altresì commensali di una pratica di ricostruzione, riassegnazione e ricalibrazione di un sistema delle identità equamente ridistribuito tra i diversi organismi biotici. Ricostruzione che opera non nel segno della masticazione – con tutte le forme di divisione [quindi imparità] che comporta – ma della smarginatura reciproca.  A ricordare (per cortocircuito) da un lato quegli squali «delusi dalla preda» che «presto tra loro si faranno a brani» (Gli Squali, in Gli strumenti umani, 1965). O «come succede alle tartarughine / che ingurgitano sacchetti / flottanti in mare aperto / scambiandoli per meduse luccicanti» (Insana, 2017).

 

I.B.

 

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Dunque, nel gioco che segue, alcuni tentativi di definizione collettiva - uno per poeta - di altrettante creature marine. Nel cruciverba in copertina, conformemente al compito e al contesto, l’enigmistica estiva che vi lasciamo nel risalire alle fonti originarie: i cognomi dei poeti e delle poetesse antologizzati, lasciati anonimi, da chi ha firmato le definizioni commentandone i testi. Quanto crediamo sia più interessante, però, è quanto i brani scelti dicano delle prassi di chi li ha divorati, e come.

 

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9 Verticale - Pesce

 

le astrazioni non ti salveranno

iddio ha detto

i pesci brillano di luce propria

 

non dormono

non hanno occhi

 

 

I loro corpi illuminati. Esposti come Cristo in croce nella plastica o sui banchi. Celan scrive che non sanno cosa sia l’acqua in cui nuotavano. Dall’acqua li caviamo. Non hanno sguardo ma un movimento che non è movimento - solo interiora contrazioni spine, mai più il sonno. Quando estratti dall’acqua spalancano il primo sguardo l’aria li uccide. Noi li apriamo.

 

Stefano Bottero

 

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7 Verticale - Pesce pagliaccio

 

Per sottrarsi ai predatori

il pesce pagliaccio

con i suoi colori di sgargiante aranciata

si confina tra i tentacoli

dell’anemone velenoso

e quando resta vedovo

diventa femmina

e spara uova nell’acqua

 

 

In quella fuga ‘per sottrazione’ che vede il pesce pagliaccio sgattaiolare nella propria urticante invertebrata tana marina, si vede operante un primo asse di simbiosi tra i due organismi marini protagonisti di questa poesia: l’anemone e il pesce pagliaccio. Come l’anemone protegge il pesce pagliaccio dai possibili predatori pelagici, così il pesce pagliaccio trova rifugio costante tra un tentacolo urticante e l’altro del suo partner. Si tratta di una forma di protezione e di adattamento per una doppia esigenza-paura: farsi ‘’scudo protetto da scudi’’ l’un per l’altro, di fronte ad una minaccia bifronte. E se la morte dell’unico esemplare femmina dominante porta alla necessità di colmare una lacuna in quella catena riproduttiva, mediante un atto di trasformazione da esemplare maschio grande adulto a femmina leader, il pesce-anemone può forse tradursi, nel nostro mondo digital-globale, tanto in un power-up quanto in un prezioso slot di salvataggio / hard disk ecologico di un sapere ‘’marino’’ che fa del non-binarismo metamorfico un ciclo di vita ex novo. L’identità singola del pesce pagliaccio, dopo una prima transizione, sembra conoscerne già un’altra, interpolando ai propri confini specifici quella massa ovifera di futura vita molteplice e, forse, depositando il lettore quanto la stessa parola poetica nell’immediata successiva fecondazione immaginaria.

 

Iris Baldo

 

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5 Orizzontale - Pesce volante

 

(dicono che lì trascorra la maggior parte della sua

esistenza sarebbe inutile cercarlo altrove)

 

specie d’acqua dolce conduce

un’esistenza pili o meno

solitaria per gran parte dell’anno ama

molto i fondi dove si riposa reso

invisibile dal colore del suo corpo talvolta

capita di pescarlo poiché

si attacca con facilità alle

lenze con esche per pesci piccoli

 

di indole timida fugge in volo al

minimo allarme sa nascondersi

con grande abilità fra le

fronde degli alberi alti

benché viva solo incontra

talvolta un congenere nelle

sue migrazioni costruisce nidi

in parecchi luoghi e vi si

rifugia quando c’é brutto tempo

 

meno noto dell’airone grigio

gli somiglia per colore delle piume e abitudini di vita.

 

ma è molto più piccolo se inseguito fugge o a volte

resta immobile vicino alla riva di

indole tranquilla non tenta

di mordere tuttavia non è facile da

addomesticare

il primo esemplare rimase impigliato in

una rete che passava a strascico a

quaranta metri di profondità la scienza

lo ha scoperto da poco ma

in realtà già da centinaia

di anni i pescatori indigeni lo conoscevano e

lo catturavano per cibarsene

(dicono che lì trascorra la maggior parte della sua

esistenza sarebbe inutile cercarlo altrove).

 

 

«Un vivo pesce di sembianti strani, / lungo, quant’una de le nostre mani // che parea uccello, e due lungh’ale havea / di bianca cartilaggine» è quanto, mai visto prima e del resto mai visibile altrove, accolse a fine Quattrocento l'equipaggio di Colombo across the pond. «Spettacol quivi al nostro mondo ignoto», e chissà con quale sorpresa. La stessa - credo - che Wack0, improvvisato e fortunatissimo hacker, avrà provato, schiudendo i server di Game Freak e più precisamente gli archivi di sviluppo di Pokemon Oro e Argento, all’incontrare Sato, Saba-hato, lo sgombropiccione  mai visto prima e del resto mai visibile altrove. Morto per la nostra storia e chiuso nell’oasi dell’altrui, nell’altrimenti. Che creatura è una che, pur precisissima, dissezionata a quadrettini, a rigor di narrazione logica non dovrebbe esistere? È piuttosto presumibile, nella logica altrui, perchè qualcuno il mondo lo avrà guardato così (Tasso o Miyamoto poco ci importa), che da qualche pozzo o tubatura, nel «volo / [...] che l’onda esprime al cielo», vengano benissimo a darci un bacino i pesci con cresta, alucce morbidissime e labbroni che, da quarant'anni, inseguono eroi dei videogiochi, hanno patenti per i go-kart. Smack. Per la stessa logica, nelle bobine dell’algoritmo e nelle GIF di Whatsapp, li si vede dargli carotine, dita e molto di peggio.    

 

Luigi Riccio

 

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10 Orizzontale - Foca

 

MERI: Forse qui t’ha condotto il mio destino

perch’io ritorni in libertate, e possa

campar al fin da gli amorosi scogli.

 

MOPSO: Discinto e scalzo a quel colle vicino

corri, e prendi nel sen quelle sette ossa

di Phoca ivi disperse; e dopo cogli

con la man dietro, e gli occhi al ciel rivolti,

quell’alga nera, e quello absentio bianco:

e di spuma del mar gli bagna intorno?

Lega tre fili: e poi che inseme avolti

con tre nodi gli harrai tre volte al fianco,

di questo lito nel sinistro corno

al pastor di Nettuno alza un altare:

e sovra vi porrai tutte le spoglie,

ch’ella ti dia: che così Proteo vole.

poi tutto nudo, dov’è più alto il mare,

t’attuffa: e su risorgi: e con le foglie

di verbena t’asciuga al novo Sole:

e dì cantando al fin queste parole:

[…]

Com’io spargo ne l’acque

queste ossa, e così sparte

sen vanno in altra piaggia, in altra riva

così dal dì, che Galatea mi piacque,

hor tutti in altra parte

vadano i miei pensier, tutti i desiri;

né la più cara libertà sospiri

l’alma d’ogni ben priva.

Odi Proteo, odi Proteo: esci a la riva.

 

 

Questo animale marino ha lo stesso nome di un imperatore romano d’Oriente; di quelli che alla pena di morte preferivano accecare la vittima, tagliarle lingua e mani e rinchiuderla in un eremo. Sembra che abbia donato al papa di allora, Bonifacio IV, nientemeno che il Pantheon. Nel foro romano, forse a conseguenza di ciò, venne piazzata in cima a una colonna una sua statua. Oggi la statua non c’è più, ma in compenso la colonna c’è ancora, con un capitello corinzio. A proposito di Corinzi, e lettere: in un articolo del 1958, il traduttologo Eugene Nida si interrogava sulla convenienza o meno di una traduzione della Bibbia che, nel tentativo di avvicinarsi alla cultura Inuit, nell’espressione “Agnello di Dio” sostituiva all’agnello questo animale marino (strano, ma vero!). Scompare l’agnello, compare la … di Dio; via il Pantheon, ecco la colonna di…: un osso bianco gigante, un’enorme tibia corinzia. Facendo attenzione, si potrebbe notare che nemmeno nella poesia scelta compare questo animale marino: ci sono solo le sue ossa, impiegate per un rito magico anti-amoroso: si possano disperdere i pensieri verso questa persona come queste ossa nel mare (ma quanto comanda in questo la rima possa-ossa?). Un inno a Proteo che si trasforma di continuo, e che quindi passa da uno stato all’altro; anche psicologico. E a guardare bene, in questa moneta, con quegli occhioni tondi e il muso lungo, l’imperatore … non assomiglia forse davvero a una?

 

Mikel Marini

 

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8 Orizzontale - Sirena

 

Le bambine rimaste molto da sole

da grandi sono donne irresistibili.

Così sono le sirene.

Si vedono la sera a certe latitudini

nuotare nell’acqua fluorescente

la pelle dolce, d’incanto e sotto di rame.

A volte, di giorno escono dall’acqua,

restano ferme all’ombra sotto i portici

e sentono rifiorire il rimpianto.

 

 

Ciò che rimane dell’acqua si attacca alla pelle ed evolve con essa. La sirena è la metamorfosi di una bambina che cresce senza smettere di appartenere all’assenza: una creatura ha imparato a vivere nella distanza e proprio da quella distanza scaturisce l’incanto. Le ossa sono di rame, il rimpianto brucia al di sotto.

 

Silvia Righi

 

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4 Verticale - Cavalluccio marino

 

Si sforza in ogni modo il cavalluccio

marino di rimanere dritto,

imperterrito e dritto, verticale

pur in quel mondo agli occhi suoi bislacco

e orizzontale, lui testa di cavallo

e ricciolo di viola, dentro il mare

si sente perso, troppo aristocratico,

simbolo d’avvio pentagrammatico

tra muti e sordi, timido residuo

di un’età ancestrale, fossile

eppure vivo, cosa ci faccio

io, dice, cullato da quest’onda

distratta, io acrobatico, mi sembra

di correre lontano e invece mai

arrivo, troppo schivo

per mostrare agli altri la mia danza,

dondolando sulla coda ballo

in un mio ritmo banale endecasillabo.

 

 

È per caso il cavalluccio marino la creatura più antica dell’oceano? No. Si trova perlomeno nella top ten delle creature più antiche dell’oceano? No, ma in effetti non lo sa. È arrivato tra noi 20, massimo 30 milioni di anni fa, dondolando, tra i pesci ossei più giovani e rampanti, in un oceano già riccamente popolato. Appena nato era già un fossile, come quelli che si sentono vecchi a vent’anni, con tutta una vita di cavalluccio marino alle spalle.

 

Lucia Manetti

 

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2 Verticale - Medusa

 

Era l’alba e il tuo bel corpo travolto

stava tra l’alghe e le meduse attorte,

placido come in placido sopore.

Muto mi reclinai sopra quel volto

dove già le viole della morte

mescevansi alle rose del pudore....

Disperato dolore!

Dolore senza grido e senza pianto!

Morta giacevi col tuo sogno intatto,

tornavi morta a chi t’amava tanto!

Nella destra chiudevi il mio ritratto,

con la manca premevi il cuore infranto....

- Virginia! O sogni miei!

Virginia! - E ti chiamai, con occhi fissi....

Virginia! Amore che ritorni e sei

la Morte! Amore.... Morte... - E più non dissi..

 

 

Sono animali di una specie multiforme. Ai tropici e nell’oceano indiano, dove si ambientano i versi, sono tra i più pericolosi del pianeta. Puro elemento decorativo, tuttavia, li troviamo in questa poesia contorti e intrecciati a un bellissimo cadavere.

 

Antonio Perrone

 

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12 Verticale - Elettroforo

 

Io sto qui e da qui

vedo collassare le stelle, implodere i volatili,

cabrare verso il loro dio le nubi

per poi precipitare in lacrime e piogge;

vedo cadere tutto e tutto

ininterrottamente

la foglia, l’ala, il vento

che incitano il bambino giù dal tetto

e la polvere dalla tasca buona del cadavere,

persino volare in aria per un momento

l’erba tosata, la cenere dal vertice del falò

ma senza che mai nulla

giunga mai veramente al suolo,

così che la lacrima resta nel suo occhio, la pioggia nella

sua nube.

Io, dalle volute di fumo umide e

dalle pire collinari e dai roghi contadini, credo

siano venuti degli uomini, credo,

ad ardere i campi e con essi la mia vita;

sia lode a loro perché da qui l’illusione è perfetta:

i figli cessano di crescere i genitori non muoiono

in ogni frutto traspare la sua gemma:

rivedo mio padre quando aprì la botola

e discese nel buio e nulla seppe mai più di me,

riodo i fischioni di richiamo lanciati verso qualcuno che

                                                                                 non torna,

ed ecco spiegata la ragione del pesce elettrico

negli abissi del mare o perché gli uccelli credono

col loro canto di far sorgere il sole.

Quindi sia lode agli uomini che non dichiarano il

                                                                        proprio amore

e non perdonano e sono spietati

e strappano gli occhi dei fanciulli; sia lode

a quelli che come l’agrostide combustano l’intera loro

                                                                                      esistenza

e lo stecco d’erba duro e secco della propria intelligenza

fino alla follia, covone dopo covone, con metodo,

contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della

                                                                                                vita

per abituarti a guardare ogni cosa

come da dietro una vampa.

 

 

All’interno di questo catalogo della distruzione, emerge, a un certo punto, un corpo mostruoso nel senso più etimologico dell’aggettivo, custodito come meraviglia incomprensibile degli abissi: il pesce elettrico. Esso è in grado, per una modificazione del tessuto muscolare innervato da fibre nervose, di produrre una differenza di potenziale che genera un campo elettrico autonomo, utilizzato per cacciare. È una delle stranezze, degli sforzi sovrumani e illusori che i viventi mettono in atto per tentare una ragione diversa oltre alla distruzione, agita e subita, a cui sono destinati.  Ma nemmeno produrre elettricità con il proprio corpo è sufficiente a compiere qualcosa di diverso dalla caduta, destino universale delle specie; questa la ragione di tutto, custodita come una luminescenza dei fondali e portata a galla. Tutte le cose del mondo sottostanno all’unica tremenda rivelazione a cui l’autore, alla fine, rende lode. Anche il nostro pesce elettroforo sfila, dunque, in un perverso cantico delle creature votate interamente al collasso, e solo accettare con gratitudine questa verità allena l’occhio a vedere attraverso la vampa di un’esistenza che brucia.

 

Silvia Atzori

 

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3 Verticale - Anguilla

 

Nella Zona di Convergenza Subtropicale

dei Sargassi meridionali, al di là dell’Abisso di Nares,

a sudest della cresta delle Bermuda, sale neve

nella colonna d’acqua di cinquecento metri.

Da qualche parte nel buio salato di Tetide

fra spruzzi di latte e uova fluttuanti, le anguille

generano posterità, una tempesta di uova-spore

in incalcolabili centilioni, ciascuna a galla

sul suo micron d’olio. Gli embrioni vanno

nell’acqua del Miocene come granelli di polvere

presi in un raggio di luce, e nell’ascesa

dal fotoclino si uniscono al microplancton

termonucleare della deriva epipelagica.

 

 

Le anguille generano posterità: «incalcolabili centilioni» di «uova-spore» sfuggono da ogni parte alle maglie troppo larghe della tradizione letteraria e della tassonomia scientifica. Viscide, a grandi campate e molto velocemente, attraversano uno spazio che si muove da qualche parte altrove rispetto al soggettivismo antropocentrico. Noi, con loro, facciamo un unico compost.

 

Noemi Nagy

 

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6 Verticale - Paguro

 

Schwitters-paguro

Schwitters-bernardo

Schwitters-paguro-bernardo.

Che idea, abitare dentro una scultura!

Che idea, traslocare nell’opera!

(Ma l’opera è una casa di proprietà o in affitto?)

E allora mi domando:

chi di voi è l’animale?

chi di voi è la conchiglia?

Che meraviglia questo

insediamento reciproco…

Non mi stupisce che abbiano voluto bombardarlo.

 

 

Senza far scalpore, occupa case vuote, se ne libera, secondo le sue esigenze, ritagliandosi pure il suo spazio nella poesia contemporanea. Come il piccolo crostaceo, di volta in volta, invade e si appropria di una conchiglia altrui, Kurt Schwitters si insedia nel Merzbau, costruzione proliferante ricavata progressivamente dall’artista all’interno della propria abitazione. Il paguro è assunto a emblema di un’identità che non si limita ad abitare uno spazio, ma lo incorpora e ne viene trasformata. Non è più possibile distinguere chi abiti e chi sia abitato, chi produca l’opera e chi ne venga prodotto. Il Merzbau, distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale e poi replicato, è al contempo rifugio, corpo, conchiglia e organismo in continua espansione, eppure perennemente instabile e insufficiente: forse il paguro è solo un ossessivo pretesto per interrogarci sulla nostra fragile possibilità di abitare il mondo.

 

Nunzio Bellassai

 

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1 Orizzontale - Lontra

 

I.

 

Occhi subacquei, un corpo

Da anguilla, come olio nell'acqua, né pesce né bestia è la lontra:

Quadrupede ma portato per l'acqua, più pesce dei pesci;

Con piedi palmati e una lunga coda timone,

E una testa rotonda da vecchi gattaccio.

 

Porta con sé la sua leggenda, più antica di guerre e sepolture,

A dispetto dei segugi e delle forche dei guardacaccia;

Non mette radici come il tasso. Si aggira,

Strilla, galoppa su una terra a cui non appartiene più;

Rientra nell'acqua sciogliendosi.

 

Né dell'acqua né della terra. Cerca sempre

Un qualche mondo perso al primo tuffo, e da allora irraggiungibile.

Trascina il suo corpo cambiato nei buchi dei laghi;

Come cieco, taglia la corrente fino a lambire i ciottoli della sorgente; passa di mare

 

In mare in tre notti, come un re latitante.

Piange la forma passata della terra illuminata di stelle,

Sopra fattorie sprofondate dove volteggiano i pipistrelli,

Senza risposta. Fino a che la luce e il canto degli uccelli

Irrompono sulle strade col carro del latte.

 

II.

 

I cacciatori l'hanno perso. Zampe nel fango,

Tra i giunchi, le narici come perle a pelo d'acqua,

La lontra rimane così, per ore. L'aria,

Che avvolge il globo, viziata e necessaria,

Mischiando fumo di tabacco, segugi e prezzemolo,

Arriva cauta ai polmoni immersi.

A questo stesso modo il sé si cela sotto gli occhi,

Vigile e ritirato. La lontra appartiene

A un duplice furto e all'occultamento –

Dall'acqua che nutre e affoga, e dalla terra

Che gli diede la sua lunghezza e la bocca del segugio.

Nasconde il grasso nel tegumento limpido

 

Su cui vivono riflessi. Il cuore batte compatto,

Grosse trote si fanno strada nel freddo mortale;

Il sangue è la pancia della logica; e lui

Leccherà la lisca fino a spolparla. E potrà

 

Possedere alla sprovvista la lontra femmina

In un campo pieno di cavalli nervosi, ma senza indugiare da nessuna parte.

Strappato ai segugi, ritorna al nulla assoluto,

A questa pelle allungata sulla spalliera di una sedia.

 

 

 

Della lontra di mare sorprende, innanzitutto, l’inclinazione alla violenza, e la capacità di ricorrere ai sotterfugi più subdoli per poter proseguire le sue attività criminali. Prendiamo la storia di Whiskers, un maschio di questa specie, e dei cani Nipper, Killer e Tuk, riportata dal Vancouver Sun nel 2015: «Ogni mattina Whiskers si metteva fischiare, protetto dall’acqua, così da attirare i cani verso la riva, che gli correvano incontro abbaiando. Un giorno, mentre i cani abbaiavano vicino agli scogli, Whiskers spinse un tronco verso di loro, sfidandoli a saltarci sopra per avvicinarsi ancora di più. Pat Kiddler, il proprietario, ricorda di aver pensato: "Non salite su quel ceppo, altrimenti quello vi prende e vi ammazza”. Whiskers era un animale intelligente. Nessuno dei cani ci cascò. Non subito, almeno. Un paio di giorni dopo, i Kidder udirono un gran trambusto e rivolsero gli occhi al molo. Tuk galleggiava nell'acqua, annegato. C'era anche Whiskers, intento ad accoppiarsi con la carcassa, sfilando davanti agli altri due cani che abbaiavano furibondi. “Andava avanti e indietro, tenendo la testa di Tuk fuori dall'acqua", racconta Pat. “La stava montando. Era una scena assurda. Non avremmo mai potuto immaginare una cosa del genere». La brutalità dei maschi spiega la scarsità di femmine, che troppo spesso affogano durante l’accoppiamento. Predatore opportunista, la lontra è tanto feroce con i suoi subalterni quanto timorosa verso gli umani. All’occorrenza si improvvisa prestigiatrice, nascondendo sassi e conchiglie in una tasca di pelle sotto l’ascella. Dopotutto, come insegnano i delfini, gli animali più intelligenti sono i più portati al delitto, e da questa propensione consegue, inevitabilmente, quella all’occultamento, per non dire alla menzogna. Finita la caccia, la testa della lontra sprofonda nel mare come una pietra nera.

 

Rebecca Garbin

 

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11 Orizzontale - Ostrica

 

Dio mi ha chiamata ad arricchire il mondo

decretandone il semplice strumento:

basta un opaco granello di sabbia

e intorno il mio dolore iridescente!

 

 

Una è la metafora metapoetica perfetta. Ermafrodita reversibilmente, fin da bambina è se stessa, brutta e disuguale, ma capace di interna lucentezza. da sé crea senza generare. Fa ricco il mondo - dice la poesia - con la sua dote di strumento puro: intoccabile solitudine, esagerata allerta, iridescente amore per il povero invasore della sua suite. Con l’interno di sé produce un’altra forma, ben più pregiata e perfetta di sé. Per catturarla, nell’antichità, era necessario saper trattenere a lungo il respiro, calarsi molto in profondità. Oggi nascono in allevamento, si sfogliano come le margherite.

 

Isabella Leardini

 

 

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Per il testo alla definizione 3 Verticale ringraziamo, oltre Noemi Nagy, Industria&Letteratura e la traduttrice Stefania Zampiga, a cura della quale il libro da cui è tratto (originariamente per Longbarro Press, 2021) è di prossima pubblicazione in Italia. Il testo alla definizione 1 Orizzontale è invece stato tradotto da Rebecca Garbin. Qui potrete trovare il cruciverba risolto e le fonti dei testi.