
Leggendo i testi per ora inediti di Rudy Toffanetti (che all'attivo conta già due raccolte) torna indietro l'idea dominante di una molla; anche sul piano sonoro. Basta considerare la prima poesia: si apre con settenario, e poi va a capo con un senario seguito da un altro senario nello stesso verso (7+6): C’è un tempo precedente / a ogni movimento, un tempo la cui stasi [...]. Ma occhio a quel secondo senario: è vero che qui la tradizione vorrebbe una sinalefe, il fenomeno metrico per cui in poesia le vocali vicine alla fine di una parola e l'inizio di un'altra si fondono in un'unica sillaba; ma quella virgola dopo movimento, e il fatto che l'espressione "un tempo" la troviamo anche nel primo verso (c'è un tempo precedente [...] un tempo la cui), ci spingono a sentire questo secondo senario più vicino al primo settenario. Di base, c'è stato un processo. La poesia è iniziata con un settenario duro, che come forma metrica per memoria sonora è secondo solo all'endecasillabo, è proseguita con un senario più raro (i senari di solito al massimo li sentiamo nell'inno di Mameli) seguito da un verso che sta a metà strada fra il settenario iniziale e il senario successivo, nonostante riprenda l'inizio del settenario "duro": un tempo. In questi diversi c'è stato un movimento di trasformazione, una sintesi che segue l'incontro con una posizione diversa: il settenario duro e sentenzioso ha incontrato il senario più morbido, e ne è venuto un settenario anche lui più morbido, con quella sinalefe in movimento, un tempo controbilanciata dalla virgola ma confermata dall'assonanza fra "movimento" e "tempo", che finiscono con le stesse vocali, "eo", e pure con la consonante nasake (n, m) seguita da una consonante di impatto (t, p); si parlano dalle due metà del verso, oltre la virgola, allacciate dalla sinalefe. Queste osservazioni sono importanti perché consentono di ripercorrere in miniatura il viagggio che Toffanetti prepara lungo il resto della poesia:
C’è un tempo precedente
a ogni movimento, un tempo la cui stasi
è un’evoluzione disperante, ed è stata
una strana eccitazione della morte, come passa il vetro
della pioggia sopra le montagne. Ieri, il passante, l’agonia
di ciò che è stato, è contriso
nella lontananza, e da quella proporzione dice:
un tempo a dio fratello, cadetto
dei fioretti e dei propositi (dimagrire, innamorarsi,
leggere di più, inquinare meno), un tempo
che strappa di paura e desiderio;
i geologi lo chiamano
tempo profondo – io lo chiamo
la mistica dei mostri, l’eresia dei giusti.
Tutta la poesia dipende da questa contrapposizione fra un tempo antico (geologico) prima del movimento e un tempo del movimento. Guardate come si muove la parola tempo da un verso all'alltro:
C’è un tempo precedente
a ogni movimento, un tempo la cui stasi
è un’evoluzione disperante, ed è stata
una strana eccitazione della morte, come passa il vetro
della pioggia sopra le montagne. Ieri, il passante, l’agonia
di ciò che è stato, è contriso
nella lontananza, e da quella proporzione dice:
un tempo a dio fratello, cadetto
dei fioretti e dei propositi (dimagrire, innamorarsi,
leggere di più, inquinare meno), un tempo
che strappa di paura e desiderio;
i geologi lo chiamano
tempo profondo – io lo chiamo
la mistica dei mostri, l’eresia dei giusti.
Lo vediamo muoversi sempre più verso la metà del verso, accompagnato dall'articolo indeterminativo, per poi retrocedere di nuovo verso l'inizio, anzi, più di prima, visto che manca l'appoggio di C'è come nel primo verso. Ma eccolo rispuntare fuori di nuovo, con più forza di prima, spingendosi oltre la metà del verso un tempo / che strappa di paura e desiderio (con un'eco di Eliot, il tempo della primavera che mescola memoria e desiderio, mentre la paura sta nel pugno di polvere che arriverà poco: ti mostrerò la paura in un pugno di polvere), ed eccolo ancora tornare indietro da dov'era partito, ma senza articolo, preceduto al massimo dal pronome nel verso precedente: i geologi lo chiamano / tempo profondo. Sembra allora che sia finita in questo modo: la sintesi ha portato alla scomparsa dell'articolo indeterminativo, non è più un tempo ma è quello che i geologi sanno definire. La parola "tempo" non compare più nella poesia: è finita qui? Ma la poesia va ancora avanti, e la voce implicita (chi sta dicendo queste cose? A un certo punto era comparso un "ieri", quindi c'è qualcuno che parla da un oggi per poter dire "ieri") esce dall'impersonalità e rispetto alla definizione di questo tempo profondo ne propone un'altra io lo chiamo / la mistica dei mostri, / l'eresia dei giusti. Non torna più la parola tempo, ma il testimone è passato al pronome lo che all'ultimo riprende in mano la situazione e offre un appiglio all'io per entrare esplicitamente in campo e chiudere davvero la poesia: la mistica dei mostri, l'eresia dei giusti. Metricamente, dovrebbe ricordarci il secondo verso da cui eravamo partiti: a ogni movimento, un tempo la cui stasi. Infatti, lì c'era senario + un settenario un po' zoppicante verso il senario (6+7/6); qui, a fine poesia, troviamo un capovolgimento: la mistica dei mostri, un settenario bello sonoro, con allitterazioni importanti (mistica, mostri), seguito da un senario, l'eresia dei giusti, che anche lui zoppica un po' verso il settenario, dato che accentando forte -sia in "eresia" ci verrebbe quasi voglia di separarlo in due sillabe annullando la sineresi (la sinalefe interna alla parola), sillabandolo come a scuola quando si batte con le mani: "e-re-si-a!"; inoltre, l'allitterazione continua anche qui con la sequenza "mistica, mostri, giusti".
Basandoci su quello che abbiamo osservato, cosa possiamo aspettarci dalle poesie di Rudy Toffanetti? Sicuramente questa dinamica di slamcio e rilancio, sia a livello sonoro che a livello tematico: il tempo profondo in chiave geologica dei dinosauri, prima dei dinosauri, ma in generale delle cose che non esistono più, non si limita ad ammonire il mondo contemporaneo con la sua massiccia stratificazione. Toffanetti ci accosta il tempo contemporaneo del movimenti non con lo scopo di moraleggiare, ma per rimettere in funzione quel tempo antico, accosta al settenario il senario e poi li lancia in aria come una moneta, la famosa illusione ottica delle due facce su un disco che si gira abbastanza veloce riesce a farle comparire sulla stessa superficie in contemporanea insieme.
C’è un tempo precedente
a ogni movimento, un tempo la cui stasi
è un’evoluzione disperante, ed è stata
una strana eccitazione della morte, come passa il vetro
della pioggia sopra le montagne. Ieri, il passante, l’agonia
di ciò che è stato, è contriso
nella lontananza, e da quella proporzione dice:
un tempo a dio fratello, cadetto
dei fioretti e dei propositi (dimagrire, innamorarsi,
leggere di più, inquinare meno), un tempo
che strappa di paura e desiderio;
i geologi lo chiamano
tempo profondo – io lo chiamo
la mistica dei mostri, l’eresia dei giusti.
*
Ignorano i lettori tutti, o in buona
parte credo, l’era di Ediacara,
l’Atlantide perduta dei fondali
che ha fossilizzato corpi senza bocche, arti
e senza simmetrie surreali.
Non c’erano spaventi,
nessuno ti mangiava,
non c’erano creature né c’erano i creatori:
i figli resistevano da soli
all’esistenza e questa non chiedeva
in ausilio la speranza.
Non so per primo chi
abbia cominciato a inventare
che ci fosse un’eredità o un motivo
per trionfare. Quello, penso che pensò
“Sì, dobbiamo generare” e tutte
quelle mode chiare, aperte,
umane e disumane.
Chissà se fosse inconsapevole o se premeditava.
Quella notte lui creò
la collana,
quella in cui tutte le perle pensano – o se dormono
lo sognano – di mangiare le sorelle.
*
L’altro giorno hanno visto
un airone in piazza Duomo,
funebre e felice.
Da quando non ci sei vedo dinosauri
comparire in Galleria, al parco Lambro
mi sorprende un branco
di adrosauri, immerso nella melma,
e nella pioggia fina-fina si rinfresca
un grande diplodòco a San Siro.
Quando dormo a Genova
ogni notte, Milano ogni giorno esiste,
non perduta né irreale,
salva assieme al tuo fantasma:
funebre e felice come chi permane.
*
Lei è stata sempre lì di fronte,
negli occhi appesantiti dalla birra,
sui rulli della slot… erotica la terra moltiplica sé stessa,
e non valse troppo uccidere la sfinge,
come i dinosauri. Lì nell’erba bruciano
le auto da rapina, e sembrano fenici.
*
Certo ci saranno i javelin, i tomahawk,
i patriot, le armi sono state
sempre un bene rifugio – come la vicina
emenda i pavimenti dall’ipotesi del male,
lungo sulle strade intirizzite
c’è il sussurro di Milano. Acari, batteri, microbioti
di un bioma residuale vanno cancellati
se la colf dà ordine alle stanze,
e i figli sono a tennis, judo, boxe,
e qualcuno spara, crepa, ed è Black Ops,
– nell’altra Milano – quando un suo coetaneo
spaccia in via Faenza, Missaglia, Rozzano.
Centrifuga le tende, una volta l’anno,
perché filtri il sole e non dia paura
il telegiornale. Accadrà che la bolletta
sarà una fucilata, tra balcone e balcone,
se ne parla, oggi tutto è combustione
(rotonde tangenziale multisala), condomìni,
peli accapponati: e nulla verticale.
… non credere a nient’altro
che al tempo precedente, che qualcosa è stato
perduto – è, sarà, cos’è? qui non c’è
giustificazione al male.
Si tratta di preparare per la cena, medicare.
Rudy Toffanetti ha pubblicato per Nino Aragno Editore i libri di poesia Sul confine (2016) e La luce della luna (2020). Per FVE Editori ha pubblicato il saggio narrativo Franco Loi. L’erede del sole (2021).
