
Proponiamo di seguito una selezione antologica di poesie con pesci dal 1200 al 1900. In un caso abbiamo barato: in mezzo a questi c’è la piovra di Pindemonte che fa un elogio (quanto velenoso?) della poesia oscura, quasi incomprensibile, chiamando in causa il puntigliosissimo Castelvetro, vittima designata dei componimenti indecifrabili di Annibale Caro: la piovra si nasconde nel suo spruzzo di inchiostro e scompare in quel nero dai predatori. Le poesie qui scelte hanno qualcosa in comune con questa mossa della piovra, anche se in un altro senso: i pesci guizzano via, abitano l’instabilità dell’acqua e sono sfuggenti come il loro elemento. I testi di Pescione Cerchi (nomen omen), Poliziano, Bernardino Baldi, Tommaso Stigliani, Francesco Melosio, Tommaso Crudeli hanno a che fare con l’imprendibilità, con occasioni perdute e sviste: una lista di pescatori fallimentari. Così anche i testi più contemporanei, quelli di Vicinelli e di Cordelli, si inseriscono in questo quadro: in Cordelli, i pesci zodiacali sul portachiavi che fanno da testimoni alle ultime fasi di un rapporto fra due persone che ormai è irrecuperabile; in Vicinelli, il guizzo del pesce è un guizzo mortale, scatto di sopravvivenza che neutralizza il pericolo, o il sospetto di quest’ultimo, e si riallaccia al primo pesce della serie, quello di Brunetto Latini, che al termine di una lista esaustiva dei viventi sentenzia blocca il guizzo del pesce nella gabbia della rima con una sentenza ineludibile. Infine, un motto ideale per accompagnare la lettura di questi testi potrebbe essere questo esempio di metafora ideato da Tesauro nel suo Cannocchiale aristotelico, che oscilla fra identità e non identità, la metafora del pesce che come un pesce sfugge all’esattezza perfetta «Tal è la neve, che guizza come pesce e non è pesce».
Brunetto Latini (1220 c.a-1294/5)
dal Tesoretto (XIII sec.)
Or guarda il mondo tutto:
e fiore, e foglie, e frutto,
augel, bestie, né pesce
di morte fuor non esce.
Pescione Cerchi (seconda metà XIV)
Seguendo un pescator ch’a riva a riva
pescando giva senza navicella
per una cheta e chiara marinella.
E poi che più volte ebbe pescato
pesce alcun non prendea
ma la rivera tanto mi piacea
che vago mi posai presso a quell’ombra
che ombreggiava di verdette fronde
ove Donna gentil veder mi parve
ch’a mortal occhio mai più bella apparve.
Agnolo Poliziano (1454-1494)
Dalle Stanze per la giostra del Magnifico Giuliano (1478)
I muti pesci in frotta van nuotando
Dentro al vivente e tenero cristallo,
E spesso intorno al fonte roteando
Guidan felice, e dilettoso ballo:
Talvolta sopra l’acqua un po’ guizzando
Mentre l’un l’altro segue escono a gallo,
Ogni loro atto sembra festa e giuoco,
Nè spengon le fredde acque il dolce foco.
Bernardino Baldi (1553-1617)
Da La nautica, 1580
[…] Or che non sembra
ogni legno a veder marina belva
che i liquidi sentier varchi notando?
Forse non è, se pareggiar mi lice
cose sì disuguali , il picciol pesce
a le navi simil , ch’ a se medesmo
arbor , vela , nocchier , timone e remo
trascorre il mar ne la natia sua conca?
Tommaso Stigliani (1573-1651)
Da Del mondo nuovo (1617)
Mentre, che si trahean l’avida fame,
cadde da l’aere a la più degna mensa
un vivo pesce di sembianti strani,
lungo, quant’una de le nostre mani
che parea uccello, e due lungh’ale havea
di bianca cartilaggine, il qual pesto
ed addogliato dal cader, battea
con spesso guizzi hora quel vaso, hor questo.
Stupissi ogn’un, ma il Duce il qual sapea
il pesce detto rondine esser questo,
che suole alzarsi a volo, ogn’hor che vienne
da l’orata assalito, un riso tenne.
Poi riguardato in aria, ed aggirata
intorno intorno sua virtù visiva,
ne discoperse con ispalla alata
un simil altro, che volando giva:
e su per l’acqua una veloce orata
che da lìodio natio mossa il seguiva.
Perciò tutti invitò con mani, e faccia,
a rimirar quella gioconda caccia.
Il pesce volator giva poco alto,
formando un torto volo, ed intrecciato;
a ciò che il nuotator, che gli dà assalto
perda la traccia, e resti indi ingannato.
Ma quello adoperando hor nuoto, hor salto,
gli era con gran gran prestezza ogni hor da lato,
con osservarne l’ombra attentamente,
l’ombra su per lo mar da lui nascente.
Al fine in aria essendosi del tutto,
per troppo vento nel dibatter preso,
quel maritimo humor ne l’ale asciutto,
che l’havea vigorose a volar reso:
il pesce cadde su’l tranquillo flutto,
ove tirava il suo medesmo peso,
e’l nemico, che poco era disgiunto,
corse a imboccarlo, e’l divorò in un punto.
Di questi pesci per quel salso suolo
può immensa moltitudine vedersi,
che per diletto ancor volarne a stuolo
sogliono oltra il fuggir da’ denti avversi.
Fin che mancato per secchezza il volo.
lasciano tutti a un tempo in mar cadersi,
e talhor su le navi è il cader suo,
come avvenne al primer di questi duo.
Tommaso Crudeli (1703-1745)
La nuotatrice
Io me ne stava in fondo
d’una cava spelonca al mare in riva,
e dell’ondoso mondo
al popol notatore,
con amo adescatore,
la dolce vita insidïando giva;
e già traeva fuore
dall’umido elemento
colla squamma d’argento
un pesce palpitante,
quando ecco a me d’avante
vergine comparire
di grazia e di beltà fresca e ridente,
che sì mi prese a dire:
- Tu, pescatore, intanto
che io mi bagno in quell’onda,
serbami sulla sponda
questo serico manto -.
Sì disse, e lieta colle man di rose
in bel nodo compose
l’inanellato crine,
che nero nel confine
di quel volto nevoso
con risalto grazioso
spargea luce e vivezza
sull’opposta bianchezza.
Poi si sciolse la vesta, che ristretto
tien l’avorio gentil dell’alto petto,
tolse al collo il monile,
poi sull’algoso masso
lasciò cadere a basso
la vesta più sottile.
Qual nella selva idea
all’antica tenzone
apparve Citerea
con Pallade e Giunone,
tale a questi occhi miei
si fe’ veder costei,
che si gettò repente
entro del sen marino,
dove velocemente
colle candide braccia
ella spumoso si facea cammino:
or in mar nascondea
fresche rose del volto,
or veder mi facea
vivace avorio in molle spuma avvolto;
alto battea talora
coll’una e l’altra mano
sopra il ceruleo piano,
e l’onda ne gemea bianca e sonora.
Notava ella ridente
con occhio nero, e verso il ciel sereno
volgea soavemente
i candori del seno;
se mai l’onda marina
il volto le copriva,
ella subito apriva
la bocca porporina,
e ’l mar scendea contento
nella conca amorosa;
ma per breve momento
egli colà si posa:
perché la bella notatrice in alto
il fa volar colle gonfiate gote
fuor delle rose, onde fiorisce il labro;
e ’l flutto innamorato
ricade in stille più minute e chiare,
e ritorna a bagnare
i fiori di quel volto delicato.
Poi che stanco e leggiero
dall’umido sentiero
il piè rimosse al fine,
e le tenere brine
le rose, le vïole e l’infinito
suo tesor di bellezza
nudo apparve sul lito,
pien d’alta maraviglia
io dicea nel mio core:
- Certo costei somiglia
l’alma madre d’Amore,
quando dall’onde uscita
con le candide dita
spremea l’umide chiome -.
Oh come presto, oh come
verso la bella io corsi,
e pure e pur le porsi
la custodita veste,
che quel candor celeste
spettacolo d’amor tosto coprio.
Poi le dissi: - Idol mio,
vedi che noi siam soli in questo scoglio,
e che il sol sotto l’onde
del mare omai s’asconde;
or, bella ninfa, io voglio… -
Non mi lasciò seguir, che ella sdegnati
occhi girommi altera,
occhi nell’ira ancor soavi e grati;
poi mi roppe la canna pescatrice,
e ’l pesce moribondo
gettò nel mar profondo,
me lasciando infelice
e piangente del cuor la doppia offesa:
d’aver perduto il pesce, e lei non presa.
Ippolito Pindemonte (1753-1828)
Da In lode dell’oscurità della poesia
[…]I mari
nutrono un pesce, da cui bruno schizza
licor, che si gli turba intorno l’ onde,
che, in quel cbe della man ghermirlo stima,
più non lo scorge il pescator deluso.
Cosiì tu nelle immagini ravvolto
che fuori avrà lanciate il tuo cerébro,
tu riderai de’ Castelvetri tutti,
che ciuffar ti vorran, né sapran come.
