
Parlare della produzione poetica di Silvia Righi non è semplice, soprattutto se a leggere si è poco attenti. Ciò che potrebbe infatti sembrare – a primo impatto – una scrittura esclusivamente verticalizzata sulla dimensione dell’erotico e della sua natura provocatoria è in realtà nei testi di Righi qualcos’altro, qualcosa ben al di là della nostra sovra-interpretazione archetipica (estremamente comune soprattutto quando si tratta di donne e/o persone queer che scrivono qualcosa di vagamente sessualizzabile).
Certo, in linea con altri due recentissimi esempi come Pachiderma di Polini (Zacinto, 2025) e Appunti per un sacrificio di Atzori (MyM, Quaderni, 2025), Ex voto suscepto (Pungitopo, 2025) è un libro che continua – se vogliamo – il lavoro sull’amore svolto dall’autrice in Demi-monde (Dem, 2020). Giunti però al termine di questo libro, partendo anche dal suo precedente lavoro, ci si accorge – ragionando bene – di come il punto non ruoti tanto sull’erotismo fine a sé stesso bensì sul sentimento del corpo-vivo (Leib), sulla transitorietà da uno stato a un altro della vita e della morte, sulla trans-formità delle cose stesse che girano intorno, se vogliamo, sul cerchio piatto della vita e del vissuto che si intreccia vorticosamente nella ripetizione e nella differenza di sé.
Ci troviamo così a ragionare più agevolmente sul fatto che la scrittura di Righi si muove su una trialettica ben diversa e precisa: l'inconscio, il vero e la narrazione/tradizione. Con la riscoperta poi di un tono quasi profetico, in Ex voto suscepto il mistico e il sacrale – fulcro di un vivere quasi anti-ipermoderno – sono aspetti fondamentali che servono a Righi proprio per rinnovare e destrutturare l’uso di certe immagini (archetipi, simboli, ricordi personali, comuni e/o collettivi). Sì, stiamo parlando di una modalità di scrittura che ci attenta verso qualcosa (un’interpretazione semplice, fatta e finita), mettendoci però sulla direzione di qualcos’altro di ben diverso. Ci si trova quindi a replicare il fenomeno per cui una canzone tragica come Vieni a ballare in Puglia di Caparezza diventa grottescamente un’ottima canzone da ballare e cantare durante un matrimonio o un battesimo.
Lo scopo finale di queste brevi narrazioni e riflessioni presenti nei testi di Righi – volendo proseguire su questa più complessa e intricata linea interpretativa – è quindi il ruolo di un’ermeneutica traduzione dei significati dell’esperienza vissuta (anche attraverso la virtualità, il racconto, la finzione) e della rappresentazione che queste esperienze provano a presentare (fornite quest’ultime da chi è posto come narratore/narratrice di un dato testo). Perché è in un mondo rovesciato come quello odierno che non vi è più confine tra ciò che sembra sensato (oggetto più o meno simbolico di valore) e ciò che davvero non lo è (come l’eros del corpo per come ci viene direttamente presentato). Nulla di strano, ci basti guardare ai testi di Bataille o di un più diretto e vicino riferimento italiano come Francesco Maria Tipaldi in Il sentimento di vitelli (Edb Edizioni, 2012)
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Da Il sentimento di vitelli (Francesco Maria Tipaldi, Luca Minola, Edb Edizioni, 2012)
L’ascensione
Sono carne battezzata, cadaveretto
- centimetro cubo, diamine
Dopo avermi segregato nel marmo
quei miei cari
continuarono a chiedersi dov’è che fossi andato.
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Chiquita
Puoi leccarmi se questo t’arreca
piacere
ma non è modo d’amare
il nostro
noi dovremmo fare un figlio, noi dovremmo
dare pane alla morte
(tanto) e tanto dovremmo lavorare
che lo sperma
è un esercito scemo
e la pancia è una verza
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(poi, l’ultima volta degli occhi)
Cercavo sul fondo della pupilla morta
quello che non mi è dato
vedere
(Amen)
Questa volta quasi definitivo,
come dire buio
ciò che non accade, il non fatto
molle, di gelatina.
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Righi, da questo punto di vista, sembra fare tesoro di questo principio e imposta proprio in questo senso la sua narrazione poetica in qualcosa che progressivamente assume la forma di quel qualcosa, tode ti, specificatamente angosciante e bellissimo della vita, qualcosa che in generale supera la somma delle parti, dell’eros e del thanathos, delle immagini sentite e di quelle che sembrano quasi fuoriuscite da alcune interviste a presa diretta e poi rielaborate in pseudo-narrazione. L’erotico è in questo senso solo una delle componenti del passaggio tra uno stato di morte, uno di vita e quello di una più ampia e umana verità. La questione desiderante e pulsionale è in conclusione legata allora a un discorso più ampio del corpo vivo che sente e intraversa stadi della vita, che cambia in maniera costante la propria pelle, che cioè fa la muta proprio come farebbe un serpente.
Se la voce di Demi-monde (Nem, 2020) è la voce di chi sta nel corpo-proprio delle cose autenticamente, di chi si abita sentendo il calore delle guance, l’aria attraverso i pori della pelle, Ex voto suscepto è la voce, il coro del mondo. Nulla di questo può essere letto come semplicemente un’erotica visione o rappresentazione dell’esperienza; la produzione di Righi è al più, come si direbbe in altri ambiti, un continuo esercizio di sosta e giro intorno alla radura. Così ripetizione, evaporazione, addensamento, fuoco e l’eco del movimento stesso comincia a assomigliare a qualcosa che riguarda qualcosa di sacro, che non riguarda neanche più Dio o almeno non ciò che possiamo identificare comunemente come sacro. Questa è la dimensione della festa, direbbe un’amica, ciò che rimane del mondo superato lo stato più fantasmatico e spaventoso del proprio inconscio.
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Da Demi-monde (Dem, 2020)
Ø
Accetta che il trauma ti ha scissa
difenditi, resta vicina.
La bambina che s’infila le dita negli occhi
la strega che mangia arance
pregando il succo che le gonfi il seno
la madre col ventre isterico
la vergine che teme
il buco della serratura
io sono io sono io sono.
Io sono una mutante,
abbraccio il mutamento
[…]
Ø
Una creatura scampata al massacro.
I luoghi a cui torna non sono scomparsi
ma non dureranno.
L’uomo troppo bello la provoca
come se dovesse ricordare
una vita futura
trascorsa. Come dirglielo. Diglielo.
Voltati.
Invidia le donne di miele
sono come dovrebbero essere
ronzano
la agghindano come una reliquia.
[…]
Tutti questi mondi che camminano, si ripetono, sconfinano. La creatura è dentro ogni stato. Evapora. Si addensa. Crepa. Va a fuoco. Non ha nessuno in cui specchiarsi perché nel bosco non c’è altro. La creatura capisce la solitudine eppure non la capisce, ringhia per avere un rumore da chiamare simile, e dà all’eco il nome di sé stessa. Sente che l’eco un tempo è stato definito Dio ma ora ogni cosa ha il nome di ogni cosa perché non c’è nessuno che possa chiamarla. Ci sono troppi fantasmi sotto la terra, rossi rossi fantasmi.
[…]
Qualcuno potrebbe chiedersi perché la creatura non abbia uno scopo in questo atto, che cosa faccia la creatura, perché si limiti a vagare. Ma la creatura non si limita. La creatura non è umana. Come un grumo di esistenze, ancora sta sulla soglia della porta senza porta, aspetta il suo battesimo. O forse, è la fine di ogni transizione: un coagulato di esistenze vissute o abortite che ribollono, come acqua in una pentola. La creatura annoda le lingue del cosmo e se aprisse bocca dovrebbe rompere l’unità. Iniziare da qualche parte.
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Da Ex voto suscepto (Pungitopo, 2025)
Da Braccia
[…]
È comune definire il miracolo un’interruzione dell’ordine naturale. Un fiume deve scorrere prima che il suo corso possa essere interrotto. Il miracolo di certo prova qualcosa ma dove sono le prove del miracolo. L’unica certezza: esiste sempre un testimone. Ma se un uomo dice che è venuto da New York tramite i fili del telegrafo, gli credo o non gli credo, se cinquanta uomini dicono che sono venuti da New York tramite i fili del telegrafo, crederò o
Quanti testimoni servono per costruire una verità.
L’ho vista, mia figlia morta. Figlia di dio, ti ho vista.
Le parole saranno credute a metà
perché il sangue è più accettabile di un’apparizione
o di un prodigio che si trascina dietro un cadavere
ci si aspetta altro,
la coda di una lucertola rigenerata
non la lucertola tagliata in quattro pezzi.
Lei ha sigillato le porte, e ha diviso il mondo.
Mi strappo le croste dalle braccia.
Vedo i miei capelli fermentare nella salva.
Non potrò più guarire.
Ginocchia sporche. Teste coperte di unguento.
Ceste di frutta sparse di fronte all’entrata
o lanciate contro i vetri da chi crede.
I pellegrini si schiantano contro le porte.
Il trionfo del bagliore.
Chi non crede, o non può permettersi di credere
Perché avrà assecondato una forma di eresia
Pretende, cerca risposte.
[…]
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Da Cuore
[…]
Sai ancora di latte ma mi tracci una croce sul cuore.
Giura.
L’ostia attaccata al palato. La fame del mezzogiorno.
La promessa rinnovata a dio ogni domenica.
Tengo al freddo il mio corpo dopo la doccia
per compiacerlo. Sacrificio.
Parole che conducono il loro fato e si distillano
nelle orecchie di un bambino che crede, crede.
Immagino la mia salma futura, stringo
il suo teschio scintillante tra le mani
denti di cristallo
e le orbite mosse dai vermi. Sono qui. Puro.
Per confrontarmi con l’immenso corpo di un dio.
[…]
Questa pagina come completa il suo disegno.
Per i segni che ha inciso, mi sento estraneo a me stesso.
La scrittura mi rende profeta di un messaggio
che desidero distruggere
ha scelto un mezzo subdolo, che permane
moltiplicabile.
Eppure tornerei indietro. Per sempre.
Non c’è altro.
**
Da Cuore
[…]
La sala da tè vibra di luci color miele
i fiori finti, le tovaglie di pizzo così sottili
che puoi guardare attraverso, ragazzi giovanissimi
portano bicchieri colmi di liquido fino al bordo,
il brusio di un tafano
nero intorno alla testa, e lui chiama il mio nome
Silvia Righi.
Quattro anni.
Le labbra macchiate di vino, il tuo cranio mi brillava
tra le mani come un fossile alieno.
Quindi lo sapevo, si. Avevo provato quella scena
e da copione la sorpresa mi ha spaccato il viso
Michele? ho sciolto il nodo della sciarpa
ciò che non ho detto è che ero certa fosse teatro
le parole comparivano sovrascritte al tuo viso indurito
con gli occhi più azzurri che mi abbiano
riconosciuta, mai
i capelli da soldato dove prima infilavo le dita
