Andrea Agnoletto - poesie inedite

Poesie da leggere alla guida
7 Febbraio 2026

 

Queste poesie sono da leggere alla guida, quindi con una mano sola, e violando il codice della strada. Fanno la loro parte solo quando rappresentano un pericolo per sé stessi, e per gli altri: «un'azione indicibile». Non si tratta di una selezione di testi, ma di un percorso coerente: una sezione di libro. Il primo testo è una presa di coscienza, complici i verbi all'infinito "montaliano" e l'atmosfera "magrelliana" da auto-reclusione all'interno della scatola cranica: ipotizza una chiusura dentro se stessi che viene rifiutata negli ultimi due versi, con un disallineamento grafico rispetto agli altri: «Oppure ripartire da capo ma non / come nei viaggi». La seconda poesia, la più lunga, è un ripartire da capo: il tentativo di rivivere cose che non sono state vissute in primo luogo: «Mi immagino di essere partito io / e di parlarti di un’altra città / in cui camminano profili di Lautrec / e dentro le finestre si sentono notturni / e si vedono amici in cerchio / e alcuni riflessi per strada ti illudono / di aver visto un pavone sparire / dietro ad un angolo o in mezzo alla folla», si immagina uno scenario dove ci si possa illudere di non aver immaginato una cosa: il pavone che scompare, ma senza essere apparso (cose da Borges). Le poesie successive stanno di nuovo nel buio della prima: in auto di notte (ma da bambini; non alla guida), dentro il cinema, e come la quinta sono popolate di eventi mai accaduti: un'operazione, un azione indicibile solo sognata e non compiuta. Sembra di essere tornati al punto di partenza, e che dall'incontro col mondo non siano derivate che fantasticherie («le fantasticherie dei malati sono i segreti di dio»; ma questo è Franco Cordelli, non Andrea Agnoletto). Come ha scritto Francesco Ciuffoli in articoli su questo sito (e non è un caso che stesse parlando di Perozzi), questo è un esempio perfetto di hauntology, nel senso con cui la intende Mark Fisher, ossia di una convivenza spettrale insieme agli spettri dei futuri a cui è stato impedito di realizzarsi; ma l'ultima poesia della sequenza spezza questa evocazione fantasmatica e diventa una prassi: istruzioni per l'azione. Ritornano i verbi all'infinito della prima poesia, ma non come descrizione generica (del tipo: andare a fare la spesa, guardare la partita), bensì come comandi rivolti al futuro: cose che non bastano, e cose che bisogna fare. In queste poesie c'è il passaggio dall'inerzia all'attività; si parte col «Distrarsi dal libro / e trovare la pagina già voltata da mani / che non sono le mie» (un'immagine sognante, affascinante, ma totalmente passiva e depersonalizzante), fino ad arrivare a «Voltarsi e guardare l’Italia / schiudersi nella nebbia / come l’occhio del roditore neonato», con un linguaggio poetico capace di incidere sul reale, sul Paese. Non è stando «sotto la coperta del cranio» che si può risolvere il problema del mondo: dì qualcosa di vero sull'Italia senza essere retorico; idividua il bersaglio, e poi abbattilo.

 

 

 

 

 

 

Risolvere il problema del mondo sotto

la coperta buia del cranio, e vedere

applicati nel mondo i nuovi concetti 

con successo e soddisfazione. Provare

vergogna al di là di ogni posa, senza

possibilità di ottenere perdono, e allora

ritrovarsi già oltre. Distrarsi dal libro

e trovare la pagina già voltata da mani

che non sono le mie, ma col bene

placito dell’orecchio che nel retro 

della mente ascolta.

 

Oppure ripartire da capo ma non

      come nei viaggi 

 

 

*

 

 

Nella quiete della nostra distanza

la solitudine è quell’animale stanco 

che cinge le ginocchia nelle estati.

 

Il tempo qui ti fa dormire male,

sono svegliato dal cadere delle foglie 

e gli alberi stringono il cielo come arti tisici,

ma l’estate si ostina nei ragazzi

seduti nei giardini intorno ai tavoli.

Cosa mi ero promesso di dirti?

Avremmo concordato che il mondo

è pieno di cose che vogliamo e che quindi è il caso di partire,

ci fossimo incontrati in seminario,

avremmo visto i larghi passi dei seminaristi in cortile

bianchi come lenzuola al vento

e ci saremmo svegliati con secoli di attesa

raggomitolati sul petto 

ma con la mente chiara.

 

Mi immagino di essere partito io

e di parlarti di un’altra città 

in cui camminano profili di Lautrec  

e dentro le finestre si sentono notturni

e si vedono amici in cerchio 

e alcuni riflessi per strada ti illudono 

di aver visto un pavone sparire 

dietro ad un angolo o in mezzo alla folla. 

Ci si commuove della propria ansia di vita.

 

Le sere sono chine su di noi

come chirurghi sulla creatura anestetizzata,

fanno pensare a poeti di altre città

che scrivono poesie su animali 

che cacciano per strada senza tratti familiari

e noi nascosti dentro stanze buie.

 

 

*

 

 

Da bambino mi portavano in macchina

i miei genitori, e capitava di passare

a lungo di fronte a siepi nere.

Le ho viste di giorno e di notte

d’inverno e d’estate, ma mai dietro.

Mi ponevo problemi del tipo:

Come non si pensa alle disgrazie?

Coma va affrontata la questione?

Mi interrogavo sul concetto dei soldi

che anche oggi mi è oscuro.

E poi ero un bambino impaziente, come oggi

ma dal lato opposto della cosa.

Vedevo i camion che uscivano

dai tunnel della notte, 

e io in quelle luci dormivo. 

 

 

*

 

 

Quando sento i denti con la lingua

specialmente giù a sinistra, questi

si muovono, e si stanno ingiallendo.

Se poi ci faccio caso, abbassando la mandibola

sento che fa click, e dev’essere la postura,

che poi mi causa forti mal di schiena,

e a volte mal di testa. Quando avevo dieci anni

dovevano operarmi per i piedi piatti,

e poi non l’hanno fatto.

Quando vado al cinema all’inizio del film

ogni personaggio mi fa tanta simpatia.

Poi mi sento scemo e perdo il filo della trama.

Del finale ci capisco poco/niente

 

 

*

 

 

Ho sognato di essere visto

compiere un’azione indicibile

e delle lettere aspettavano di essere spedite

in un cassetto divorato dalla muffa.

 

Ma la gente che mi circonda, com’è buona,

quante dimenticanze mi concede.

 

La incontro nelle strade che abbiamo visto vuote

d'estate, a settimane alterne

a stanarle subito, le fantasticherie

che si prendono parcheggi, farmacie

benzinai, se le lasci troppo tempo sotto il sole.

Che suono triste un aereo che rompe le barriere,

che facile estasi ci solleva gli occhi 

mentre cerchiamo le chiavi nel fondo delle tasche.

 

 

*

 

 

Se sia meglio pagare in oro

il peso di un verso, oppure parlare

di ogni foglia appiccicata alle suole.

Di questo mi interrogo ultimamente

e sono arrivato alla conclusione

che non basta un poeta dalla voce

spigliata e scenari primaverili

non basta l’infanzia (il mio cuore

non ha perso una goccia di quella purezza)

non basta rinnegare o accogliere

le parole equivoche e meschine.

Non basta commuoversi di un’ansia di vita.

Il quotidiano è il bersaglio da abbattere.

Bisogna gettare le notti sui giorni.

Regalare sigarette ai bambini.

Bisogna squagliare il pudore

della poesia contemporanea

nella fonte di tutte le lacrime.

Percorrere il ponte della Libertà

e leggere poesie alla guida.

Voltarsi e guardare l’Italia

 schiudersi nella nebbia

come l’occhio del roditore neonato.

 

 

 

 

 

 

 

Andrea Agnoletto è nato nel 2002 a Treviso, dove lavora al teatro comunale Mario dal Monaco. Durante gli studi di lingue e letterature straniere all’università di Bologna fonda insieme a due amici il gruppo hip hop "Giovane tuono bastardo" con cui realizza l’album contatti (2023) e l’ep croci rosa (2024).