
Queste poesie sono da leggere alla guida, quindi con una mano sola, e violando il codice della strada. Fanno la loro parte solo quando rappresentano un pericolo per sé stessi, e per gli altri: «un'azione indicibile». Non si tratta di una selezione di testi, ma di un percorso coerente: una sezione di libro. Il primo testo è una presa di coscienza, complici i verbi all'infinito "montaliano" e l'atmosfera "magrelliana" da auto-reclusione all'interno della scatola cranica: ipotizza una chiusura dentro se stessi che viene rifiutata negli ultimi due versi, con un disallineamento grafico rispetto agli altri: «Oppure ripartire da capo ma non / come nei viaggi». La seconda poesia, la più lunga, è un ripartire da capo: il tentativo di rivivere cose che non sono state vissute in primo luogo: «Mi immagino di essere partito io / e di parlarti di un’altra città / in cui camminano profili di Lautrec / e dentro le finestre si sentono notturni / e si vedono amici in cerchio / e alcuni riflessi per strada ti illudono / di aver visto un pavone sparire / dietro ad un angolo o in mezzo alla folla», si immagina uno scenario dove ci si possa illudere di non aver immaginato una cosa: il pavone che scompare, ma senza essere apparso (cose da Borges). Le poesie successive stanno di nuovo nel buio della prima: in auto di notte (ma da bambini; non alla guida), dentro il cinema, e come la quinta sono popolate di eventi mai accaduti: un'operazione, un azione indicibile solo sognata e non compiuta. Sembra di essere tornati al punto di partenza, e che dall'incontro col mondo non siano derivate che fantasticherie («le fantasticherie dei malati sono i segreti di dio»; ma questo è Franco Cordelli, non Andrea Agnoletto). Come ha scritto Francesco Ciuffoli in articoli su questo sito (e non è un caso che stesse parlando di Perozzi), questo è un esempio perfetto di hauntology, nel senso con cui la intende Mark Fisher, ossia di una convivenza spettrale insieme agli spettri dei futuri a cui è stato impedito di realizzarsi; ma l'ultima poesia della sequenza spezza questa evocazione fantasmatica e diventa una prassi: istruzioni per l'azione. Ritornano i verbi all'infinito della prima poesia, ma non come descrizione generica (del tipo: andare a fare la spesa, guardare la partita), bensì come comandi rivolti al futuro: cose che non bastano, e cose che bisogna fare. In queste poesie c'è il passaggio dall'inerzia all'attività; si parte col «Distrarsi dal libro / e trovare la pagina già voltata da mani / che non sono le mie» (un'immagine sognante, affascinante, ma totalmente passiva e depersonalizzante), fino ad arrivare a «Voltarsi e guardare l’Italia / schiudersi nella nebbia / come l’occhio del roditore neonato», con un linguaggio poetico capace di incidere sul reale, sul Paese. Non è stando «sotto la coperta del cranio» che si può risolvere il problema del mondo: dì qualcosa di vero sull'Italia senza essere retorico; idividua il bersaglio, e poi abbattilo.
Risolvere il problema del mondo sotto
la coperta buia del cranio, e vedere
applicati nel mondo i nuovi concetti
con successo e soddisfazione. Provare
vergogna al di là di ogni posa, senza
possibilità di ottenere perdono, e allora
ritrovarsi già oltre. Distrarsi dal libro
e trovare la pagina già voltata da mani
che non sono le mie, ma col bene
placito dell’orecchio che nel retro
della mente ascolta.
Oppure ripartire da capo ma non
come nei viaggi
*
Nella quiete della nostra distanza
la solitudine è quell’animale stanco
che cinge le ginocchia nelle estati.
Il tempo qui ti fa dormire male,
sono svegliato dal cadere delle foglie
e gli alberi stringono il cielo come arti tisici,
ma l’estate si ostina nei ragazzi
seduti nei giardini intorno ai tavoli.
Cosa mi ero promesso di dirti?
Avremmo concordato che il mondo
è pieno di cose che vogliamo e che quindi è il caso di partire,
ci fossimo incontrati in seminario,
avremmo visto i larghi passi dei seminaristi in cortile
bianchi come lenzuola al vento
e ci saremmo svegliati con secoli di attesa
raggomitolati sul petto
ma con la mente chiara.
Mi immagino di essere partito io
e di parlarti di un’altra città
in cui camminano profili di Lautrec
e dentro le finestre si sentono notturni
e si vedono amici in cerchio
e alcuni riflessi per strada ti illudono
di aver visto un pavone sparire
dietro ad un angolo o in mezzo alla folla.
Ci si commuove della propria ansia di vita.
Le sere sono chine su di noi
come chirurghi sulla creatura anestetizzata,
fanno pensare a poeti di altre città
che scrivono poesie su animali
che cacciano per strada senza tratti familiari
e noi nascosti dentro stanze buie.
*
Da bambino mi portavano in macchina
i miei genitori, e capitava di passare
a lungo di fronte a siepi nere.
Le ho viste di giorno e di notte
d’inverno e d’estate, ma mai dietro.
Mi ponevo problemi del tipo:
Come non si pensa alle disgrazie?
Coma va affrontata la questione?
Mi interrogavo sul concetto dei soldi
che anche oggi mi è oscuro.
E poi ero un bambino impaziente, come oggi
ma dal lato opposto della cosa.
Vedevo i camion che uscivano
dai tunnel della notte,
e io in quelle luci dormivo.
*
Quando sento i denti con la lingua
specialmente giù a sinistra, questi
si muovono, e si stanno ingiallendo.
Se poi ci faccio caso, abbassando la mandibola
sento che fa click, e dev’essere la postura,
che poi mi causa forti mal di schiena,
e a volte mal di testa. Quando avevo dieci anni
dovevano operarmi per i piedi piatti,
e poi non l’hanno fatto.
Quando vado al cinema all’inizio del film
ogni personaggio mi fa tanta simpatia.
Poi mi sento scemo e perdo il filo della trama.
Del finale ci capisco poco/niente
*
Ho sognato di essere visto
compiere un’azione indicibile
e delle lettere aspettavano di essere spedite
in un cassetto divorato dalla muffa.
Ma la gente che mi circonda, com’è buona,
quante dimenticanze mi concede.
La incontro nelle strade che abbiamo visto vuote
d'estate, a settimane alterne
a stanarle subito, le fantasticherie
che si prendono parcheggi, farmacie
benzinai, se le lasci troppo tempo sotto il sole.
Che suono triste un aereo che rompe le barriere,
che facile estasi ci solleva gli occhi
mentre cerchiamo le chiavi nel fondo delle tasche.
*
Se sia meglio pagare in oro
il peso di un verso, oppure parlare
di ogni foglia appiccicata alle suole.
Di questo mi interrogo ultimamente
e sono arrivato alla conclusione
che non basta un poeta dalla voce
spigliata e scenari primaverili
non basta l’infanzia (il mio cuore
non ha perso una goccia di quella purezza)
non basta rinnegare o accogliere
le parole equivoche e meschine.
Non basta commuoversi di un’ansia di vita.
Il quotidiano è il bersaglio da abbattere.
Bisogna gettare le notti sui giorni.
Regalare sigarette ai bambini.
Bisogna squagliare il pudore
della poesia contemporanea
nella fonte di tutte le lacrime.
Percorrere il ponte della Libertà
e leggere poesie alla guida.
Voltarsi e guardare l’Italia
schiudersi nella nebbia
come l’occhio del roditore neonato.
Andrea Agnoletto è nato nel 2002 a Treviso, dove lavora al teatro comunale Mario dal Monaco. Durante gli studi di lingue e letterature straniere all’università di Bologna fonda insieme a due amici il gruppo hip hop "Giovane tuono bastardo" con cui realizza l’album contatti (2023) e l’ep croci rosa (2024).
