
Come un ventaglio di bellissima fattura, pagina dopo pagina Giorgio Ghiotti apre piccoli universi di fronte agli occhi del lettore. Due paradisi è un bestiario della mente popolato di creature reali e simboliche, vive o appuntate a una teca, «inchiodate per sempre al loro volo»; presenze animali e umane, tutte segnate dalla medesima mortale perfezione colta in un attimo di intravista eternità.
I due regni attraversati in questo libro sono spazi liminari: terrazzi, cantine, vialetti, e sono regni del tempo che tornano a coincidere, la giovinezza e le sue città, l’infanzia e i luoghi in lei trasfigurati, le vite altrui come eredità rimaste nelle stanze, età riflesse in un presente che a se stesso non fa sconti.
(Dalla bandella a cura di Isabella Leardini).
Crede a un bacio il primo che voltandosi
perdutamente intese ch’era l’ultimo -
se fila del tempo il fuso lento il fato
sarà ad attenderlo, ancora e dopo ancora
col suo cappotto indosso come allora
sotto un portico il primo che voltandosi
non l’intese - d’altre pretese
andrà cantando - sfaccendato Orfeo -
ad altri il riso offrendo, ad altri il pianto.
*
Andrei scrivendo oggi un libro di rimedi
per la cura del giardino, degli abitanti
ignoti che infestano natura a ogni ora -
in segreto - se mi fossero noti gli occhi
che da ogni angolazione mi fissano -
il taglio orientale - argenteo - dell’ulivo
e della sughera quel modo di guardare
molle e pensoso - secolare, andrei
annotando quanto mi consiglia la rosa
il biancospino il rincospermo, l’oleandro
odoroso - infetto si diceva da bambini -
perché mi sopravviva nell’inverno.
*
Forse, in questa copia posticcia
di me stesso, qualcosa è rimasto
della bega, del gusto per l’inganno
senza frode - primi anni Duemila,
recita di fine scuola; io ero “il prode”
Calandrino e l’Elitropia - bene
stretta nel taschino - me la liscio
tra due dita per tenere a bada
la fortuna, per schivare invisibile
le insidie più dolci, le ferite - distrarre
ancora un poco la morte per darmi
da fare con la vita.
*
Attentato
C’era da aspettarselo da uno che
continuamente ha attentato alla sua infanzia
(ognuno ha i propri talenti) - per non parlare
della giovinezza - un portachiavi inciso
a nome di tre sillabe, il portapillole
della nonna che non credevi sarebbe
tornato in uso così presto - ed è meglio tacere
dei portacenere accumulati sul davanzale
in cucina, tra i vasi in balcone.
Spesso l’interpretazione dei sogni
non è che una visita in cantina - c’è puzzo
di muffa, aria stantia, ma tra la radiospia
e le cuffie del nuoto, tra modellini di moto
e un violino che non avremmo imparato
sta il giorno che attentasti alla mia vita
con un mezzo sorriso affatturato.
*
Alta la luna, bassa la ringhiera
ripensa il bambino di allora a quando c’era
il cane bracco affacciato alla finestra
di fronte, e alla sua destra un palazzo
ancora in costruzione - funzionano così
i ricordi, a rapida accensione
e spegnimento - e pensa il Conte
di cui in famiglia tanto si parlava
e che fornì tetto e lavoro al nonno,
alla sua figlia matta e sventurata,
al castelletto dove - in ispezione cittadina -
fantasticava primavere seicentesche
(secolo di fantasmi, di contesse)...
Giorgio Ghiotti (Roma, 1994) è poeta e scrittore. In poesia ha esordito con Estinzione dell’uomo bambino, cui sono seguiti, tra gli altri, La via semplice (Premio Prestigiacomo), Ipotesi del vero (Premio Notari) e I perduti amori. Tra i suoi romanzi più recenti, Casa che eri e L’avvenire.
