Due paradisi - Giorgio Ghiotti

11 Gennaio 2026

 

Come un ventaglio di bellissima fattura, pagina dopo pagina Giorgio Ghiotti apre piccoli universi di fronte agli occhi del lettore. Due paradisi è un bestiario della mente popolato di creature reali e simboliche, vive o appuntate a una teca, «inchiodate per sempre al loro volo»; presenze animali e umane, tutte segnate dalla medesima mortale perfezione colta in un attimo di intravista eternità.

I due regni attraversati in questo libro sono spazi liminari: terrazzi, cantine, vialetti, e sono regni del tempo che tornano a coincidere, la giovinezza e le sue città, l’infanzia e i luoghi in lei trasfigurati, le vite altrui come eredità rimaste nelle stanze, età riflesse in un presente che a se stesso non fa sconti.

 

(Dalla bandella a cura di Isabella Leardini).

 

 

Crede a un bacio il primo che voltandosi

perdutamente intese ch’era l’ultimo -

se fila del tempo il fuso lento il fato

sarà ad attenderlo, ancora e dopo ancora

col suo cappotto indosso come allora

sotto un portico il primo che voltandosi

non l’intese - d’altre pretese

andrà cantando - sfaccendato Orfeo -

ad altri il riso offrendo, ad altri il pianto.

 

 

*

 

Andrei scrivendo oggi un libro di rimedi

per la cura del giardino, degli abitanti

ignoti che infestano natura a ogni ora -

in segreto - se mi fossero noti gli occhi

che da ogni angolazione mi fissano -

il taglio orientale - argenteo - dell’ulivo

e della sughera quel modo di guardare

molle e pensoso - secolare, andrei

annotando quanto mi consiglia la rosa

il biancospino il rincospermo, l’oleandro

odoroso - infetto si diceva da bambini -

perché mi sopravviva nell’inverno.

 

*

 

Forse, in questa copia posticcia

di me stesso, qualcosa è rimasto

della bega, del gusto per l’inganno

senza frode - primi anni Duemila,

recita di fine scuola; io ero “il prode”

Calandrino e l’Elitropia - bene

stretta nel taschino - me la liscio

tra due dita per tenere a bada

la fortuna, per schivare invisibile

le insidie più dolci, le ferite - distrarre

ancora un poco la morte per darmi

da fare con la vita.

 

*

 

Attentato

 

C’era da aspettarselo da uno che

continuamente ha attentato alla sua infanzia

(ognuno ha i propri talenti) - per non parlare

della giovinezza - un portachiavi inciso

a nome di tre sillabe, il portapillole

della nonna che non credevi sarebbe

tornato in uso così presto - ed è meglio tacere

dei portacenere accumulati sul davanzale

in cucina, tra i vasi in balcone.

Spesso l’interpretazione dei sogni

non è che una visita in cantina - c’è puzzo

di muffa, aria stantia, ma tra la radiospia

e le cuffie del nuoto, tra modellini di moto

e un violino che non avremmo imparato

sta il giorno che attentasti alla mia vita

con un mezzo sorriso affatturato.

 

*

 

Alta la luna, bassa la ringhiera

ripensa il bambino di allora a quando c’era

il cane bracco affacciato alla finestra

di fronte, e alla sua destra un palazzo

ancora in costruzione - funzionano così

i ricordi, a rapida accensione

e spegnimento - e pensa il Conte

di cui in famiglia tanto si parlava

e che fornì tetto e lavoro al nonno,

alla sua figlia matta e sventurata,

al castelletto dove - in ispezione cittadina -

fantasticava primavere seicentesche

(secolo di fantasmi, di contesse)...

 

 

Giorgio Ghiotti (Roma, 1994) è poeta e scrittore. In poesia ha esordito con Estinzione dell’uomo bambino, cui sono seguiti, tra gli altri, La via semplice (Premio Prestigiacomo), Ipotesi del vero (Premio Notari) e I perduti amori. Tra i suoi romanzi più recenti, Casa che eri e L’avvenire.