
Foto di Francesco Liuzzi
Platone e la luna, vergogna e discendenza: sono queste apparizioni sfuggenti a guidarci nell’universo poetico di Vittorino Curci, con una voce da anni nota nel panorama letterario italiano. A pochi mesi dall’uscita di Terra dell’inquietudine (Musicaos, 2026), Curci ci consegna quattro testi inediti di grande interesse che riprendono immagini care alle sue raccolte precedenti, come quelle degli angeli o del grido, con suggestive variazioni sul piano tematico, oltre che metrico e ritmico. L’idea del fallimento e del trauma a esso legato è il fil rouge che lega i quattro componimenti, all’interno di un orizzonte conoscitivo che interroga il senso dell’esistenza e della storia familiare. Lo sguardo del poeta privilegia le periferie come novelle caverne platoniche, luoghi degli «scarti» dove però è ancora possibile sognare e sperare. In particolare, in Contro Platone Curci contrappone alla trascendenza delle idee e alla prospettiva rassicurante della verticalità una degradante visione orizzontale, composta da radici che tacciono, «latitudini contrassegnate dalla devastazione». Le prime due parti di Spartire il sonno presentano in sequenza una serie di immagini livide e repentine, in continuo contrasto tra loro («loro gridano, noi sussurriamo»); contrapposizione sottolineata anche dalla maggiore brevità del secondo verso rispetto al primo e al terzo di ciascuna strofa: la pace della «notte» lascia bruscamente spazio al perturbante «shock dell’alba», l’epifania che sollecita la domanda «perché esistono le cose?»; una riformulazione del quesito ontologico novecentesco – senza soluzione secondo Curci – resa attraverso una sintassi spesso prosaica. La seconda sezione del componimento presenta un interessante slittamento da una dimensione soggettiva verso una sodalità plurale, dal momento che la voce autoriale è integrata all’interno di una comunità di «amici», un’effimera e confortante “social catena” che, pur non riuscendo a risolvere i suoi dubbi esistenziali, consente all’io lirico di imparare costantemente e di reinventarsi. La terza parte di Spartire il sonno si configura come il manifesto antiretorico di una poesia in grado di sfuggire agli eccessi iperbolici («maree sulle rupi») o alle soluzioni eccessivamente mielose e patetiche («sole sulle caviglie»): Curci paragona gli esponenti di questa poesia fin troppo facile a nostalgici (metaforicamente indottrinati «balilla e figli della lupa») incapaci di “crescere” e cambiare. L’apertura a una prospettiva collettiva, nelle ultime due sezioni di Spartire il sonno, anticipa lo sguardo rivolto al quotidiano urbano («appuntamento al bar», «macchina della nebbia»), al centro di Microcosmi, per poi sconfinare in un immaginario metafisico con la «trasmutazione eterna». L’idea del microcosmo, di una visione a fotogrammi (e quindi della frammentazione del reale), è resa attraverso la presenza insistita di versi più brevi e franti, che, a differenza di quanto si verifica nelle altre poesie, non esitano a spezzare il sostantivo dall’aggettivo («pensieri / annodati»; «respiro / mozzato»). Il finale pessimistico di questo componimento («non resterà nulla di ciò che siamo stati»), che dialoga con quello di Senza via di scampo in Terra dell’inquietudine, è la chiave che consente di interpretare correttamente l’ultimo inedito, Nei giorni precedenti. In questo caso, Curci insiste sul tema della genealogia e della memoria storica: la disillusione dell’io lirico spinge alla consapevolezza che, nonostante l’ordine inconscio di un ciclo naturale – la «discendenza» è descritta come un moto inconsapevole e vano – e l’illusoria persistenza di certi «simulacri», come la «scatola di scarpe», il destino umano è quello di scomparire «nelle voragini del tempo». La contrapposizione tra le aperture rassicuranti dei primi due testi (la compagnia di amici salvifica e le «periferie che sognano») e gli approdi disforici degli ultimi trova una corrispondenza nell’alternanza di un tono a volte elegiaco e di inserti più colloquiali. Queste nuove, interessanti poesie di Vittorino Curci spiccano nella sua produzione per la capacità di affrontare temi centrali della tradizione poetica novecentesca, come la finitezza umana e il fallimento – non mancano riferimenti a Montale con «la realtà non basta» o ascendenze deangelisiane –, filtrati attraverso scene o prospettive “laterali”, come il bar o le periferie, in un costante slittamento dall’immagine concreta alla riflessione.
CONTRO PLATONE
l’agrifoglio e la quercia delle coscienze ispirate.
la radice che tace nel ravvisare sé stessa
nell’immane di una frase
e strozzature della vergogna, traumi senza vie
di uscita (almeno fino a quando l’ovvietà,
il peccato imperdonabile, non sarà debellato)
le latitudini contrassegnate dalla devastazione
cercano benedizioni dall’alto
e un cambio di scena
non so se è tardi ma qui voglio festeggiare
i miei fallimenti
poiché c’è del vero nelle periferie che sognano
(così come nelle vecchie carte, nei rompicapi
nei mondi simultanei, nella cera delle api)
*
SPARTIRE IL SONNO
1.
è clamorosa sempre e lucente nell’altro emisfero
dominio dell’istante. guardata a vista da uno
che esce da sé stesso circondato dal silenzio
una notte nello spazio con metà acqua si afferra
a qualcosa e il resto abbaglia.
stretti nello stesso filo, che sia per tutti amnistia
2.
loro gridano, noi sussurriamo per l’estinguersi
della ragione nello shock dell’alba.
il mormorio della sala batte la corda sui muri
e allora, perché esistono le cose? ho fatto del mio
meglio ma non so come rispondere,
ero soltanto un’ispirazione di novembre fra amici
che imparavano uno dall’altro
3.
è una vera sfortuna essere scavalcati per logica
quando basterebbe scrivere
di pietre angolari e vite spezzate
senza portare maree sulle rupi e il sole sulle caviglie.
i balilla e i figli della lupa non crescono mai
sgambettano sulle linee della mano come lucertole
azzurre che aspettano l’estate
*
MICROCOSMI
appuntamento al bar alle nove di sera.
la macchina della nebbia è già lì
da alcune ore.
“vediamo che succede”
“sembra tutto così banale, non credi?”
la realtà non basta, siamo pensieri
annodati, fantasie di lune riverse
che odorano di terra e povertà
in una strofa ci arrenderemo
al sonno, angeli remiganti col respiro
mozzato ci consegneranno
a una trasmutazione eterna
non resterà nulla di ciò che siamo stati
*
NEI GIORNI PRECEDENTI
la discendenza non sa di esserlo, ignora le
distanze e la sua stessa morte – le immagini
sono intristite e bianche come il mare
d’inverno. innocue, direbbe il sé degli scarti
nei giorni precedenti pensi agli innocenti che
si erano affacciati alla vita da
una scatola di scarpe, come se il sangue
degli antenati avesse portato con sé indietro
il rivoltante ricordo dei millantatori, i premiati
del giorno prima che si illudevano di spartire
col mondo le avare e fredde circostanze
i simulacri, le date senza anno e tutte quelle
azioni risvegliate dalla crepuscolare assenza
dei corpi nelle voragini del tempo
Vittorino Curci vive a Noci (provincia di Bari), dove è nato nel 1952 e ha diretto l’Europa Jazz Festival dal 1989 al 2000. Poeta, musicista e artista visivo, suoi componimenti sono apparsi su «Nuovi Argomenti». Dal 2019 al 2023 ha curato la “Bottega della Poesia” per «la Repubblica» di Bari. Tra i suoi libri più recenti: L’ora di chiusura (La Vita Felice, 2019), Poesie (2020-1997) (La Vita Felice, 2021) con prefazione di Milo De Angelis, Cadenze per la fine del tempo (Musicaos, 2023), Tutto il resto è letteratura (Musicaos, 2024), Note sull’arte poetica (Spagine, 2025) e Terra dell’inquietudine (Musicaos, 2026). Nel 1999 ha vinto il Premio Montale per la sezione “Inediti” e nel 2021 è stato uno dei tre finalisti al Premio Viareggio-Rèpaci.
