Valerio Avossa / Poesie inedite

Andarsene così: distesi sul mondo, / col proprio fuoco dato / al sole
11 Marzo 2025

 

La poesia di Valerio Avossa idealmente andrebbe letta come le descrizioni degli oggetti in Elden Ring, che è un videogioco uscito due anni fa ma che sceglie di presentare la sua storia seguendo un modello ben collaudato. Infatti, per poter capire gli eventi narrati bisogna per forza ricostruirli a partire da informazioni frammentarie, soprattutto da alcune note a margine nelle descrizioni degli oggetti, scritte in uno stile allusivo che fa riferimento a una cornice più grande ma che si dà per scontata, mentre questa non lo è affatto. La sensazione è la stessa di quando leggendo un testo antico (a.C.) incappiamo nei nomi di poeti, storici, politici e matematici pressoché sconosciuti ma che lo scrivente considera come noti a tutti (e forse è proprio lui il primo a mentire). Un esempio: Eratostene scrive in una lettera a Tolomeo III che alcuni studiosi cercarono di risolvere il problema della duplicazione del cubo:

 

Si narra poi che i Delii, spinti dall'oracolo a duplicare una certa ara, caddero nello stesso imbarazzo. Ed alcuni ambasciatori vennero inviati ai geometri che convivevano con Platone nell'Accademia, per eccitarli a cercare quanto era stato richiesto. Essi se ne occuparono con diligenza e si dice che, avendo cercato di inserire due medie tra due segmenti, ARCHITA da Taranto vi riuscisse col semicilindro ed EUDOSSO invece mediante certe linee curve. Questi furono seguiti da altri, nel rendere più perfette le dimostrazioni, non però nell'effetuare la costruzione ed accomodarla alla pratica, eccetuato forse MENECMO e con grande fatica.

 

Non verranno spese altre parole da Erastotene per cercare di inquadrare queste figure. Possiamo confrontarle con una piccola selezione di passi da Elden Ring, tutti legati al "crogiuolo", che come si viene man mano capendo è più un concetto o una corrente che non un oggetto (il testo che segue è stato ottenuto mettendo insieme diverse descrizioni di oggetti, incantesimi, armature, talismani da Elden Ring: per raccoglierli e leggerli tutti all'interno del gioco servirebbero probabilmente almeno 60 ore):

 

Queste zanne molteplici e sovrapposte l'una all'altra crescono da una singola radice. Un talismano ricavato da un nodo ossuto che incarna gli aspetto di varie creature. Si dice sia cresciuto sul corpo umano tempo fa. In un tempo passato, prima che questa terra venisse avvolta nell'ombra, la vitalità del crogiuolo era rigogliosa. Aspetto del crogiuolo primordiale, dove tutta la vita un tempo era unita assieme. Parzialmente generata da una devoluzione, era considerata un indice di divinità in tempi antichi, ma ora è progressivamente disprezzata come impurità con l'avanzare della civiltà. La spirale è una corrente del Crogiuolo normalizzata che, un giorno, formerà una colonna che si allunga verso gli dei. Una massa gigantesca di attributi frammischiati del crogiuolo.

 

Le poesie di Valerio Avossa seguono un po' questo stesso ritmo: ci sono dei personaggi, come il re della prima poesia, che non potrebbero essere nessun altro se non esattamente se stessi, e di cui sappiamo lo stesso pochissimo e quel poco che sappiamo abbiamo dovuto prima ricavarlo da informazioni appena accennate nel testo, letto e riletto alla ricerca di un dettaglio sfuggito che ci aiuti a capire qualcosa di più. Ma queste poesie hanno anche molto del crogiuolo di Elden Ring: corna, becchi, zanne e ali che sono compresenti (il labirinto trema corno, zanna  / e unghia fino a sfarsi nella polvere – / l’intrico delle viscere si scioglie.) ma senza scadere nel cliché dello sciamanico (anche se il rischio è sempre presente), guardano al punto dove le cose si fanno più buie e confuse per scoprire il nodo che le stringe, per dire che non è questo il momento di chiudere l'anello.

 

 

 

Il re di spade capovolto

 

Certe sere il re passeggia all’ombra

delle torri che rannuvola la porpora,

«Si potrebbe dissetarli col secreto

di rospi e salamandre o con la polvere

di arsenico sciolta nelle bevande».

Di notte striscia nel laboratorio,

dove rimesta i preparati e regola

le fiamme sotto gli alambicchi come

se le dita diventassero dieci

perfetti denti cavi di serpente.

Qualche goccia nei calici

piegherebbe i baroni e i cavalieri

riuniti nella sala del banchetto,

un grande inchino collettivo, il più

sincero mai profuso dalla corte.

 

*

 

Pensando al perpendicolo dei giorni

l’ho immaginato a volte culminare

nella punta di un coltello di ossidiana

sul gradone più alto della ziggurat,

un letto operatorio

dove sembra grande il sacrificio

di un paio di ventricoli

per imprimere il moto rotatorio ai calendari.

Andarsene così: distesi sul mondo,

col proprio fuoco dato

al sole, mentre cala sulla retina

un ultimo mantello di giaguaro.

 

*

 

Un qilin o unicorno cinese, creatura dal corpo fiammeggiante, apparve ai Mongoli di Genghis Khan che minacciavano il Sultanato di Delhi. Considerati gli oracoli, il conquistatore ebbe da compiere una scelta.

 

Si narra che Chucai, consigliere del Gran Khan,

abbia interpretato l’unicorno

come il segno che c’è un ordine santo nelle cose,

un limite oltre il quale non si può splendere ancora.

 

Scapole di bue e di montone

rivelano il messaggio tra le fiamme

del qilin mentre muore: questa marcia

doveva terminare tempo fa.

Ma le mani di Genghis sono fatte

per prendere, si tendono in un buio

con nulla da trovare, dove brucia e si spegne

il fuoco più inutile possibile.

 

*

 

Perseide

 

                          and Crete inherited the Labyrinth,

                               and Crete-Egypt must be slain,

 

                   conquered or overthrown — and then?

                                         the way out, the way back,

                                                              the way home.

 

                                                    H.D., Helen in Egypt

 

Le ragazze di Creta hanno una mappa

impressa sulla pianta del piede.

Quando battono la terra nella danza,

il labirinto trema corno, zanna

e unghia fino a sfarsi nella polvere –

l’intrico delle viscere si scioglie.

 

A volte è necessaria la voragine,

un vuoto grande in ogni direzione:

lo spazio per la caccia

al tesoro che si fa tra le macerie.

 

*

 

Útiseta

 

L’antica parola islandese útiseta fa riferimento a una forma di meditazione che si praticava all’aperto per ottenere visioni e conoscenza.

 

Dice il corvo: «Hai vissuto nel bosco

a lungo, eri qui all'alluvione. Eppure

della pioggia conosci il tamburo,

ma non il nome».

Rispondo: «Conosco il suo nome, si chiama

pioggia». Mi dice: «Non è il nome giusto».

 

*

 

Nel tuo occhio di arciere vedo il fondo

spalancato intorno alla traiettoria

che aggiusti unendo i punti luminosi

di tre in tre finché formano i timoni

per l’aggrappo nel viaggio. Non è questo

il momento di chiudere l’anello,

di farsi particella tra le cellule dei morti.

Lo leggo nella mappa che disegni

con la scia, lo sento nella punta

della freccia di meteora: c’è vita

ancora nel recinto dei pianeti

e il posto di frammento che ti spetta

aspetterà.

 

 

 

 

 

 

 

Valerio Avossa (Salerno, 1994) ha studiato Lettere Classiche all’Università degli Studi di Salerno, dove si è laureato con una tesi sul libro XII dell’Eneide. Studia Italianistica all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna ed è socio del Centro di Poesia Contemporanea dell'Università di Bologna. La sua ricerca poetica si intreccia con l’interesse per l'intertestualità, che lo guida nell’indagine sulle relazioni tra i testi e le loro stratificazioni di senso.