
Immagine di coperina: The Glass House, Philip Johnson, 1949
«Di nuovo lo stupore delle tre dimensioni, e l’impressione di essere dentro un’idea, prima ancora che in una casa, dove tutto, anche la più piccola cosa, era qualcosa.
E come accade sempre più spesso in ogni ambito artistico, anche per l’architettura i contenuti vengono serviti in anticipo, e sono solitamente ipersapidi e abbondanti: così, essendo già sazi e anestetizzati gli avventori, ciò che dovrebbe venire dopo può anche non esserci.
Per sempre più parole il vocabolario non è abbastanza. Maledetti semiologi del cazzo!»
Vitaliano Trevisan
Leggo dal primo testo: «i materiali amano ispirarsi alle forme/ garantiscono ordine e pulizia/ […] pratico e comodo/ […] si ispira alla forma/ […] si ispira all’ordine». Soluzioni per ambienti (Zacinto Edizioni, 2024) di Antonio Francesco Perozzi ci costringe a una disposizione di spirito che sentiamo estranea al contesto della poesia: dov’è l’io? Cos’è questo linguaggio da catalogo, da carta patinata? Il fatto è questo: da un lato non fatichiamo certo a riconoscere il tono come esatto, adeguato. Eppure, dall’altro lato qualcosa ci inquieta: forse è troppo settoriale, ci raggiunge nella forma di un severo tecnicismo che un po’ ci ferisce. Ad ogni modo, il lettore impara presto a introiettare ciò che si trova tra le mani. Ci accorgiamo di aver capito, sentiamo di possedere le regole di questo gioco:
il piano cottura deve essere in acciaio
la soluzione migliore per un piano cottura
l’acciaio produce leggerezza negli sguardi
presenta una leggerezza
gli elementi della cucina sono correlati
se il piano cottura è in acciaio
conseguentemente i piani si correlano
Prendendo in mano per la prima volta un nuovo libro di poesia si cerca innanzitutto di orientarsi: quante pagine ha? Sono lunghi i componimenti? È diviso in sezioni? Come ha lavorato l’autore sulla misura del verso? In questo caso, muoversi tra queste pagine produce un senso di ordinato disorientamento: entriamo in uno spazio troppo giusto, troppo bello per essere vero. Superficialmente tutto risulta al suo posto (le sale di uno spazio espositivo, le pagine di una rivista di settore…); ma quello che stiamo sfogliando è un libro di poesia – e allora qualcosa non torna. La voce che sentiamo diventa quella di un addetto alle vendite, parole ammalianti di una pubblicità. Ci sentiamo sedotti dalla promessa di benessere, di felicità garantita, ma non si capisce come possa la «leggerezza negli sguardi» essere prodotta dall’acciaio del piano cottura. Su un piano razionale la correlazione non tiene.
un acquario può mitigare lo stress
un acquario di grandezza media
grazie ai pesci e alle piante tropicali
alcune specie di pesci agiscono sullo stress
ti vengono in aiuto gli acquari
questo perché la nostra mente
Un acquario può certamente mitigare lo stress, come non essere d’accordo? Ma ecco che senza preavviso il testo si interrompe: «la nostra mente» cosa? – verrebbe da chiedere.
Un passo indietro. Scorrendo l’indice notiamo che molti componimenti iniziano con locuzioni che implicano logicamente qualche cosa di precedente: «di conseguenza», «tutt’altre regole valgono», «se poi», «un altro capitolo riguarda», «se invece», «inoltre», «infine», «vediamo ora», «un altro consiglio è», «per quanto riguarda», «un altro capitolo riguarda», «quanto al pavimento», «un’altra possibilità», «non ultimo il bagno», «e inoltre», «inoltre è buona cosa», «e poi la sera». La struttura sottesa al dispositivo testuale ostenta una razionalità rigorosa; eppure il materiale poetico, così disposto sulla pagina, contraddice tale impianto argomentativo e slitta verso dopo verso in direzione di un senso non perfettamente reperibile. Ogni enunciato sembra un troncone che non si fonde perfettamente con quello immediatamente precedente o successivo; alcune parole finiscono per ripetersi, e tra versi contigui si apre uno spazio vuoto che non avrebbe dovuto esserci («un acquario può mitigare lo stress / un acquario di grandezza media»). Non sarà un caso allora la totale mancanza di maiuscole e di punteggiatura, a consolidare la compromissione della comunicatività del testo.
La sensazione che ne deriva è di essere gettati nel diluvio di luoghi comuni della comunicazione pubblicitaria, continuamente impegnata nella creazione di contenuti linguistici di scarso valore e tra loro intercambiabili, che si propongono il compito di fornire una immagine del mondo centrata e rassicurante («è bene individuare un centro […] con l’individuazione di un centro / tutto lo spazio vi si approssima»). E se molti componimenti non presentano un incipit autosufficiente è perché in questa circostanza un vero e proprio inizio non può darsi: questa lingua preesiste al testo e si proietta ben oltre la sua lunghezza.
Del congegno linguistico su cui si basa l’intera industria dell’arredamento non resta che un residuo che ha perso la perfezione della smaltatura originaria. In questo stato non funziona più, non è abbastanza accattivante per convincere ad acquistare.
inoltre è buona cosa assicurarsi
che non manchi mai della musica
la musica rende ospitale un ambiente
riposando in un ambiente con la musica
si viene ospitati nel senso
che ogni ambiente infine ha la sua musica
Questi testi ci smarriscono in una serie di anafore labirintiche che vanno incontro ogni volta a brusche interruzioni, impedendo così una lettura lineare e risolutiva dei singoli componimenti. La compiutezza del singolo verso finisce per disorientare se letto insieme ai seguenti. D’altro canto, le continue ripetizioni inducono chi legge a mantenere viva la tensione verso una possibile coerenza semantica. Chi legge finisce per sentirsi inquieto: la lingua che si proponeva come rassicurante e comprensiva ora si inceppa continuamente, non rende possibile una lettura univoca e decifrabile. La sensazione è di vedere le viti che tengono insieme il tavolo Ikea. Scopriamo di essere clienti, siamo presi da un improvviso moto di stizza; ora non posso più affidarmi alla carta da parati per migliorare il mio umore («In base alla carta da parati / in base alla carta da parati / l’umore viene modificato»), né a un acquario per mitigare lo stress:
per ottenere una distanza
per costruire una distanza negli interni
e fare che le cose si distanzino
che prendano la forma della distanza
che si percepiscano distanti
La questione è la seguente: pannelli di truciolato, acciaio, vetro, luce, materiale organico (pesci, piante…) sono chiamati a entrare in relazione d’intimità con l’essere umano. Ogni differenza viene messa a tacere. Di più: l’esistenza di chi abita questo spazio deve essere costitutivamente manchevole affinché possa essere attestato e certificato il miglioramento della condizione di partenza. Ciò che l’arredamento ci propone è di rispecchiarci compiaciuti in ogni superficie lucida dell’appartamento, in ogni rubinetto, piastrella, lampadina, cromatura di cui ci siamo circondati. In questi termini tutto quello a cui io, uomo moderno, affido la costruzione della mia identità culturale è un prodotto confezionabile (Falcinelli: «In un’ottica antica, una sedia nuova acquistata solo perché ci piace la sua forma sarebbe un oggetto superfluo o di lusso. Ma la vera differenza con quel mondo è che noi non stiamo comprando una sedia per sederci, noi stiamo consumando cultura»). Si tratta dell’affermazione di adeguatezza della superficie come rispecchiamento del profondo: ascolto la voce; mi convinco che veramente va tutto bene; che la pace che ho imparato a leggere nello spazio è la pace mia; che vivere tra referenti a cui associo il concetto di pace implica senza alcun dubbio la mia pace; che vivendo rappresento appieno il mio acquisto. Il fuori che corrisponde al dentro. Il dentro che in fondo non serve più, perché ho stabilito che è la copia carbone del fuori. E il fuori è meravigliosamente ben progettato, ha un senso che non mi pare davvero di poter fraintendere. Eppure la qualità («ogni elemento si caratterizza dall’elevata qualità») si rivela non altro che un’immagine mentale, una percezione-convenzione; (Trevisan):
Vale anche per l’acciaio inox, ideale per le cucine industriali e professionali, non così indicato per le cucine domestiche, ma tant’è, i tempi sono ormai quelli che sono e il razionalismo, come ogni altra teoria, si risolve in estetica, e il design da funzionalista diventa narrativo.
Portando il tutto nel concreto del nostro caso: non è tanto importante che un materiale sia o meno adatto all’uso, quanto che porti con sé una forte «immagine tecnica», per così dire, così che poi il tutto, cioè il progetto, cioè il nostro modello di cucina, sembri (percezione) più tecnico, quasi professionale, mentre lo è meno di quanto non lo siano gli altri modelli.
È il dominio dello sguardo educato bene, la perfetta stretta di mano tra domanda e offerta:
la presenza di un acquario
l'assoluta pace da lui trasmessa
entrando si nota l'acquario
viene guardato e trasmette pace
ciò che viene guardato trasmette pace
l'appartamento deve essere guardato
troverete la pace lì dove lo sguardo
Ma si potrebbe continuare: «la presenza di pesci in casa / quindi produce benefici / […] un senso di pace e tranquillità»; «cominciando a disporre un giardino sul tetto / la presenza del verde in città / per il benessere e la salute delle persone». L’arredamento è denunciato come un modo per raccontarsi, rappresentarsi, scegliersi:
un bel pavimento in parquet
è sicuramente una soluzione elegante
una delle soluzioni eleganti
tramite cui ridisegnare la vostra immagine
della casa e vostra
In uno dei testi più significativi del libro Perozzi scrive: «il concetto di arredare», «che una casa viene arredata», «che una casa si arreda», sentendone sulle spalle tutta l’incombente assurdità; come se fosse ancora possibile appropriarsene, della propria casa, o al contrario venirne respinti. Una affermazione che sembra contraddirsi, eppure «si può essere non accolti / si entra in una casa ed è lì». Questo avviene poi in una raccolta che tutto sommato presenta dimensioni modeste (poche – 33 all’ultimo testo – le pagine; una plaquette che gioca la sua partita raddoppiando intelligentemente il numero di componimenti per ogni facciata, uno in alto e l’altro in basso) e che si presenta molto curata anche dal punto di vista estetico, materiale (veniamo informati persino della bella carta impiegata, «naturale uso mano spessorata di colore avorio»); potrebbe facilmente diventare a sua volta parte dell’arredamento. Il libro da «coffee table», che cattura l’attenzione e abbellisce la stanza. Ora, difficile dire se sarà il destino di questo libro – di tutti i libri del mondo – ma la piccola tiratura del volume mette di per sé in crisi il concetto di serialità; abbiamo tra le mani un oggetto che per sua natura potrà ambire ad «arredare» nient'altro che una manciata di case.
