Regesto delle arance

Le arance nella poesia italiana dal 1300 al 2000
11 Giugno 2026

 

Nella tradizione italiana l'arancia come frutto fa dall'inizio la sua comparsa, anche se relegata in un ambito comico: la troviamo nei sonetti festosi di Folgore da san Gimignano, oppure nel Morgante di Pulci, dove viene impiegata addirittura nel senso di "cosa da poco, robetta" (che, stando al GDLI https://www.gdli.it/ è una delle accezioni iniziali nel termine), e, in questi primi esempi, sempre per esigenze di rime. Arancia (o melarancia, come è più comune prima dell'età contemporanea) presenta una sfortunata uscita in rima -ancia che inevitabilmente la associa a una serie di improbabili parole co-rimanti: il bello è vedere le acrobazie logico-sintattiche coi cui i poeti di volta in volta cercano di far quadrare rime improbabili, come lancia-arancia (lancia come oggetto, non come verbi; altrimenti sarebbe troppo semplice); arancia-pancia (la prima finisce nella seconda, ma l'associazione non si svolge così pianamente come uno potrebbe immaginare); arancia-ciancia (e forse l'accostamento arancia-cosa da poco ricordqato inizialmente risponde più a questa suggestione sonora fra ciance e arance che non ad altro, i torni che non contano, qualquadra che non cosa, arancia cianciante). Un uso serio, come sempre, sopravvive nella poesia didascalica, per stomaci forti come quello dell'Alamanni e del revival georgico-oricellare delle sue Coltivazioni; la pillola viene in parte addolcita dal poemetto secentesco di Roberto Dati (una selvetta) che però non vide mai le stampe vivo l'autore. Sulle melerance di Gozzi ne sono state dette di ogni: qui basterà precisare che il piccolo estratto in versi proviene da un canovaccio, di cui Gozzi, nell'introduzione a un'altra opera che avrebbe dovuto esserne il sequel, dava qualche estratto. Qui siamo nel fantstico totale (parla una gigantessa malvagia che è parodia di un abate rivale di Gozzi che si voleva emulo di Pindaro mentre versificava con terrificanti versi martelliani 7+7, inesorabili); ma con l'800 abbiamo scelto di introdurre una poesia interamente incentrata su un'arancia e su una mano che la lancia (destino della melarancia), di un'autrice completamente sconosciuta incrociata su una rivista d'epoca che non svelo: all'arancia lanciata in ali verrà chiesto, una volta caduta, di raccontare quanto ha visto in alto. Infine, nel Novecento le arance esplodono, da Neruda in avanti e non solo. Qui il ventaglio dei testi si allaga, e ne rendiamo conto con due autori primonovecenteschi come Lucini e Onofri, fuori dai ogni grazia di dio ma per le ragioni opposte, con Roversi e Cattafi per la metà del secolo, e Anedda e Borio per chiudere coi due lati della soglia del terzo millennio. Colpisce l'arancia vecchia di Borio; anche I fiori del male di Baudelaire hanno una vielle orange in apertura. Non stiamo a rivendicare riprese e intertestualità, ma è interessante notare come ai due estremi della modernità troviamo delle arance invecchiate, colte nell'atto di perdere succo e sprigionare al contempo un profumo: l'arancia dal 1300 è invecchiata, e ha iniziato a profumare; ma attenzione alla pancia, alla rima in agguato, il profumo della buccia che anche tolto il frutto non concede tregua.

 

 

Folgore da San Gimignano (1270-1332)
Dai Sonetti dei mesi (1309-1317)

 

IL MESE DI MAGGIO

 

Di maggio sì vi do molti cavagli,
e tutti quanti siano affrenatori,
portanti tutti, dritti corritori;
pettorali, testere di sonagli,
bandere con coverte a molti'ntagli
di zendadi e di tutti li colori;
le targhe a modo degli armeggiatori;
viuole, rose, fior, ch'ogn'om abbagli;
e rompere e fiaccar bigordi e lance,
e piover da finestre, e da balconi
in giù ghirlande, e 'n su melerance;
e pulzellette gioveni e garzoni
baciarsi ne la bocca e ne le guance:
d'amor e di goder vi si ragioni

 

 

Luigi Pulci (1432-1484)
Da Morgante (1483)

 

Dicea Rinaldo: Sarai tu sì crudo,
Che tu non guardi questa damigella?
Tu non saresti d’accettar per drudo;
Che crederesti far, se la donzella
Avessi in braccio per tua targa o scudo,
Atterreresti tu la fiera, o quella?
Disse Ulivier: Tu se’ pur per le ciance,
E qua sa d’altro già che melarance.

 

 

 

Luigi Alamanni (1495-1556)
Da Le coltivazioni (1546)

 

Quantunque essi [gli alberi] tra lor colore e forma
non aggian tutto egual (l'un più verdeggia,
l'altro più scuro appar; questo ha ritondo
e rancio il pome, onde poi trasse il nome;
quel pende in lungo, e la Ginestra, al Maggio
rassembra in vista; di quest'altro il ventre
largo, e scabroso, e sopra picciol ramo
viene a grandezza tal ch'un mostro agguaglia)
pur gli tratti il cultor d'un modo istesso.

 

 

 

 

Carlo Roberto Dati (1619-1676)
Da Il Cedrarancio (XVII)

 

(I giovani Cedro e Arancia vengono scoperti in intimità dal di lei padre; intervento celeste)

 

Già più non resta ai generosi amanti
che bramar di felice e di giocondo,
quando improvvisa inaspettata scende
de' promessi Imenei, de' lieti amori
a turbare il seren fiera tempesta.
Il sospettoso padre ecco da lungi
altamente chiamare: "Arancia, Arancia:
Arancia, dove se'? Dove t'ascondi?
Chi ti cela al mio sdegno? Arancia, Arancia!"
Non morì la donzella, e pur l'uccise
l'orrenda voce e ravvivolla il duolo.
Piangerebbe, se avesse o fiato o pianto.
Vorria fuggir, ma non ha moto; e Cedro
palpitante svenuta a sé la stringe.

 

[intervento celeste]

Terribili, a veder gli eburnei piedi
de' giovani infelici insieme accolti
irrigidirsi abbarbicati al suolo!
Per le membra di rose un fosco verde
trascorre; quel che fu morbida pelle
fatto è ruvida scorza; e già le braccia
e le mani cangiate in rami e frondi
fa tremolare il vento; il biondo crine
tosto intrecciato colla chioma d'oro
ciocche germoglia di odorosi fiori,
e nuovi frutti, in cui chiaro si scorge
da chi scaltro è in amor l'occulto nodo
che per sempre legò Cedro ed Arancia.

 

Quindi nacque negli orti il vago mostro
il Cedrarancio, e fu l'altrui sventura
madre di sì bel pomo; i due, che furo
di memorando ardor nobile esempio,
pregio e stupor son de' giardini Etruschi
.

 

 

 

Carlo Gozzi (1712-1785)
Dalla Analisi riflessiva della fiaba L'amore delle tre melarance (1760)

 

La gigantessa Creonta si dispera per il furto delle arance fatate in cui erano imprigionate tre fanciulle, lancia invettive contro i suoi fallimentari guardiani, viene incenerita da un fulmine.

 

Ahi ministri infedeli, corda, cane, portone,
scelerata fornaia, traditrici persone!
O melarance dolci! Ahi chi mi v'ha rapite?
Melarance mie care, anime mie, mie vite!
Ohimè crepo di rabbia. Tutto mi sento in seno
il caos, gli elementi, il sol, l'arcobaleno.
Più non deggio sussitere. O Giove fulminante,
Tuona dal ciel, m'infrangi dalla zucca alle piante.
Chi mi dà aiuto, diavoli, chi del mondo m'invola?
Ecco un amico fulmine che m'arde e mi consola.

 

 

 

Enrichetta Cacurri-Gonnelli (XIX)
A una melarancia (1885)

 

Te, ne' pometi di Fiorenza, il sole
de l'Aprile pingea;
te, che i sospir, da le gioconde aiuole
d'ogni passante dea,

 

 

tra il sussurro de l'api e i trilli, udivi
e in que' bei dì, languente,
dondolavi su i cespi e i semprevivi,
melarancia fulgente.

 

 

Ma poiché al sole t'ha rapita un giorno
la man d'un biricchino,
perché al mercato figurassi, attorno
portata in un cestino;

 

vieni, esuletta, da la guancia d'oro,
che piangi il colle lieto!
anch'io - sai? - i giorni luminosi imploro
quaggiù nel mio secreto.

 

 

Vieni, e la man che al mondo anco una rosa
sfogliar ebbe paura,
ti lancerà lassù ne la radiosa
aria, ne la frescura

 

del ciel turchino. Per la molle stretta,
bella, non soffrirai;
l'udisti? anco una sola giunchiglietta
al mondo io non sfogliai.

 

Và! e di Fiorenza i culmini dorati
rivedrai non indarno
da l'Escurial Mediceo, a i baciati
dal sol lauri de l'Arno.

 

In un baleno, una visione azzurra
t'apparirà davante,
fino da l'onda che lontan susurra
d'un lago dondolante,

 

dove, a i tramonti imporporati, Bice
pensava a un ghibellino,
e si sentia nel cor tanto felice
sfogliando un fiorellino.

 

E in un baleno pur, tu riederai
dal ciel rivagheggiato,
e a me la tua vision lieta dirai,
melarancia del prato!

 

 

 

 

Gian Piero Lucini (1867-1914)
Da Il monologo di Brighella (1907)

 

Cara;
l’aurora cede davanti alle tue guancie.
Per così poco t’imporpori il viso? Od hai caldo? Il fornello è traditore.
Hai sete? Da buon signore eccoti melarancie e zuccherini.
Spazzai la tasca di confetti e di dolci d’una damigella,
ch’ora riposa, dopo molti festini,
Ohimé! il ragù è bruciato! Cara; cotal peccato si redime col bacio. -

[…]

Ohimé! il ragù tutto è un carbone e puzza;
e in quanto al piangere,…
la battista rasciuga prestamente ogni lagrima ardente:
e due confetti? ed una melarancia? e due zecchini?
Ridi? Nell’occhi birichini io vedo luccicar, meglio dell’oro,
un incanto, un tesoro: oh, di quest’occhi acquisterai dovizie
e colle blandizie e col farli valere. Buona la melarancia?
Tutto il servidorame torna a ciancia nel tinello.
Attenta al garzoncello profumato e inzuccherato,
attenta al padroncino: un’occhiata, una smorfia…

 

 

 

Arturo Onofri (1885-1928)
Da Zolla ritorna cosmo (1930)

 

Con un'arancia in mano, abita il prato
un fanciullo di luce e d'aria tenue.
Gloria di suoni e d'ali, e risa ingenue
e profumi celesti hanno creato
                          il suo bel capo biondo,
                          ove sorride il mondo.
Fili di sole e uccelli lampeggianti 
fanno ghirlanda angelica al suo riso,
esalando, in quel volto, un paradiso 
tessuto in oro tacito dai canti 
                         degli angeli corali,
                         che fanno rulli d'ali.

 

 

 

 

Bartolo Cattafi (1922-1979)
Da Nel centro della mano (1951)

 

Domani apriremo l’arancia
il mondo arancia nel verde domani,
si poserà la nuvola lontana
con le zampe guardinghe di colomba
sopra il tetto di tegole vecchie
sopra il tempo piovuto rugginoso,
serberò al tuo petto quell’odore
d’arancia viva, di verde domani.

 

 

 

 

Roberto Roversi (1923-2012)
Da Il libro paradiso (1993)

 

Ma in quei giorni anzi in quegli anni anzi in quel secolo là

dove si sperdeva la vita che avevo vissuto. In quei giorni

l’immaginazione era in movimento. Tremenda. Instabile. Per

esempio.

 

 

Per esempio vedeva il soldato stracciato fra cento rovine

suonare suonare in strada un brano leggero di Mozart

lì vicino un giovane bianco come la neve di

Carrara urlava pregava di essere ucciso per carità.

La vita era una arancia spaccata per terra.

Ma Mozart volava più alto di ogni pietà. È universale, Mozart.

 

 

Mozart non si fa intenerire. Lui suona in mezzo allo scempio del mondo.

Per esempio il soldato sogna quanto sarebbe stato migliore

se nato in tempi diversi o sotto un’altra bandiera

mentre scrive sulla sabbia queste parole: la sera tarda a calare.

 

 

 

 

Antonella Anedda (1955)
Da Notti di pace occidentale (1999)

 

Di colpo il giorno perde il suo rancore. Gli alberi
lo stretto cortile. Ombre di muri a picco
bianco di uccelli
trascinati con altro bianco tra i meli.
Fissa il tuo corpo nell’asta della siepe
in questa umiliazione di fogliame abbassato
falce di ramo, cespuglio di qualcosa
che da lontano ci tormenta.
Un battito leggero di bastoni, forme ardenti e veloci
strette a un incubo segreto
l’arancia, lo sferico inganno di quel rosso
in un cesto di ferro.

 

Il vento cade. Le mani spostano nel buio le tazze per la sera.
È questo che ci fa tremare?
questo spazio che non saprà mai nulla, la notte che si compie
qui dove il cibo si addensa?
Guardo il tuo piede scostare un lembo scuro
forse un dorso di bestia ormai sottile
e la terra ritrarsi anche lei buia, leggera.
Ora tutto è vicino incustodito
forse basterebbe uno scatto per capire - qui
contro i sassi - nell’aria, nell’’aiuola.

 

Ma è solo notte
notte l’angolo esatto che stringe la nuca.

 

 

 

Maria Borio (1985)
Da Trasparenza (2018)

 

 

Ogni respiro è una piccola morte
o forse come dire le mani sulla pancia
vuota di una donna che dentro vuole

 

un figlio. Ogni respiro si ferma quando
pensiamo al futuro di una generazione
in stanze condivise, contratti condivisi

 

le mani sul diaframma alto e basso,
se alto dire saremo, se basso dire
la pancia esile a cui nessuno fa caso,

 

quanto sia vera, quanto il desiderio
sia posto come quello del palazzo
piantato da anni vicino al fiume,

 

l’appartamento che tiene vite multiple,
o quello sulla riva dei platani tranquilli
della famiglia delle anatre che sceglie

 

libera dove farsi la casa. Noi ascoltiamo
il ritmo di un respiro, la pancia
che si alza, si abbassa, si tende

 

mentre la tocchi come non dovesse
rapprendersi mai, non è l’arancia vecchia
che in cucina abbiamo dimenticato.

 

Pensiamo alla massa giovane dei bianchi
di cultura bianca e la loro vita appena adulta
in stanze, contratti, questa pancia

 

tutta occhi che riconosce, classifica, scrive
sopra il cervello dell’intestino. Sono nati
gli anatroccoli perché è maggio, la famiglia

 

migra all’argine vicino al parco. Avete visto
la traccia del nido strappato, una cortina
di ruggine. Così l’appartamento quando è vuoto

 

come se tutti si fossero spostati lasciando
i giocattoli filamentosi, i vestiti industriali,
contraccettivi, scatole d’aria.

 

Seguiamo la corrente, sentiamo altre forme:
sotto le case fondamenta, sotto la riva radici.
Il cono dell’atmosfera vuoto su tutti, azzurro.