Pietro Tabarroni - poesie inedite

Tutto si raccoglie in bianca luce / al ritorno.
14 Luglio 2026

 

 

Un indice provvisorio, inviato a Giovanni Macchia in una lettera del novembre ’49, ci rivela che Col rovescio del binocolo era il primo titolo ideato da Montale per quella sezione della Bufera e altro (1956) che diverrà infine ‘Flashes’ e dediche. L’espressione singolare che caratterizza quel titolo mancato mi è subito riaffiorata alla mente per introdurre almeno i primi due testi inediti di Pietro Tabarroni che qui si presentano, vale a dire le poesie-cartoline Copenhagen e Morgex, in cui in effetti l’esperienza del viaggio si miniaturizza e rimpicciolisce nella percezione mnemonica del soggetto scrivente secondo modalità non troppo dissimili da quelle impiegate in alcuni celebri testi montaliani. A proposito della percezione che il soggetto ha di sé e della propria esperienza, occorre però in questo caso tenere presente anche il fatto che Tabarroni ha di recente pubblicato un saggio dedicato tra gli altri a Giorgio Bassani, un autore in cui la distanza gioca un ruolo fondamentale nel processo di innescamento della memoria, in un binomio ispiratore fondamentale per la scrittura. A ogni modo, il modello di Montale e della Bufera sembra sottostare anche alla descrizione del personaggio femminile protagonista di Grigia Pesach, in cui le allusioni bibliche e il ruolo soterico che il soggetto poetico sembra a lei attribuire rimandano immediatamente a Clizia. A differenza di quel mirabile libro montaliano, in questi testi non si rileva però uno sfondo storico-collettivo da cui emerga per contrasto o giustapposizione la vicenda privata che si racconta: essa vale per sé stessa, come è tipico di molta lirica contemporanea. Tuttavia, Tabarroni si discosta da una pronuncia pienamente cantabile, cerca anzi soluzioni alternative sul piano della forma e della lingua, come testimonia l’inserzione di alcune righe di prosa in Copenhagen e la generalizzata alternanza tra versi brevi e versi invece più lunghi, piani e narrativi. L’impressione generale, dunque, è quella di un’esperienza pienamente assorbita dalla letteratura (e viceversa), di un vissuto che viene rimodellato tramite le diastoli e le sistoli di un pensiero che pare muoversi nel rischioso accostamento di impulsi tra loro discordanti, eppure parte di una medesima melodia di fondo.

 

 

 

 

COPENHAGEN

 

Tre giorni di nebbia 

   tre giorni di sole.

Col sole la neve

   di notte si muore.

 

Non è il freddo

è solo il tempo che è stanco

e si sfalda e dai buchi

cadono, ciniche, le parole.

 

I laghi mi cambiano in meglio sospiro di più e penso alle foglie. Sono belle ma cadono come i capelli  nel bagno li ho raccolti e mi faceva un po’ pena pensare che erano su una testa qualche giorno prima.

 

Sotto le nubi si alzano gli aironi e le anatre:

io non li ho visti volare.

Copenaghen mi ha rubato uno scatto sincero 

due vecchi decrepiti stringono 

quattro giorni di vita ciascuno.

Insieme mi guardano, straniti 

e so perché.

 

Ci sono stato mille volte, io che non so viaggiare

ma non era così lucida e serena e spietata e così poco severa.

 

 

 

MORGEX

 

Rimarrà, di questo tempo a Morgex

un’immagine di nebbia

incastonata tra i crinali

un’angoscia divertita

qualche goccia di pioggia.

 

Una nuova malinconia ho provato

sfilando, solo, attraverso il borgo

in silenzio lungo la rete di un orto.

 

Piegato un Laerte piantava 

bulbi di loto nella terra fradicia e io 

lontano da un’estate di sale

scoprivo

 

nuove masticate parole

frammenti primitivi

un vago senso di morte

le ossa distese in preghiera

un dio senza nomi

il timore di un’antica solitudine.

 

Tutto si raccoglie in bianca luce

al ritorno.

 

 

 

 

GRIGIA PESACH

 

Grigia Pesach

un’ombra quieta

lieta una voce rimane muta

per qualche ora, noi come quasi sotto

le colline.

 

Chissà com’è l’aria

lassù, al giardino del Guasto

oggi dietro gli occhiali neri ti aspettavo

sotto la prua tesa d’ombra

delle sue mura.

 

Scendevi dai libri al Cafè

alla tua maniera 

senza sussulti

ai gomiti sempre

stringendoti.

 

E una mia Pesach, mi dicevo

qui appare, dove l’ombra mi ha dato ragione

dove ho indovinato una trama di nei

sul tuo ventre bianco

tra i seni asciutti di studio.

 

Non lo vidi mai. 

Una tenue latenza, sacra

 lo rivelò

appena un giorno dopo.

 

S’intonano, i tuoi no

al silenzio grigio di Pasqua

al ferro delle urla ubriache

come davanti alle colline

il vino rosso mosto sulle gengive

e una brace lombarda sul greppo volgare

ci scalda.  

 

Puoi declamarmi come vuoi

vedermi tu, sola, come uno specchio.

L’ombra in cui sussurri «sono magra»

sfila nuda

fuori dal sepolcro.

Ho qualche dubbio di troppo

una franca voglia di uscire al freddo

ammansito dalla lava del tuo volto.

 

Un Angelo ronza, terribile

come un bruto moscone 

sopra la stazione una nube violacea 

lo annuncia, ci attende

svanirà nello schiocco buffo di un cardine

dietro un vetro 

scompare una festa sacra

la corriera opaca

il tramonto olocausto.

Puoi mettermi in rima

subito, come vuoi

appena estinte

le ceneri di Pasqua. 

Io starei al mio posto

come quando parli di poesia

non citando i piedi e gli anapesti 

per non imbarazzarmi. 

 

Sarei per te un metro stupido

sestina di senari

che si apre, fratto fratto

senza stile 

senza strappi

senza parola.

 

Saresti, tu per me

l'ombra pesante, un deserto adeguato

in cui estinguermi, beato

lentamente.

 

***

 

Pietro Tabarroni è laureato in Filosofia e in Italianistica. Nel 2025 ha conseguito il dottorato presso l’Università di Bologna, dove ha svolto la sua attività di ricerca nell’ambito della Letteratura italiana contemporanea e delle Environmental. Ha pubblicato articoli su Saba, Bassani, Pasolini e un saggio, Letteratura senza Natura. Calvino, Bassani e gli iperoggetti, per la Bologna University Press.  Attualmente è cultore della materia e tutor didattico per i corsi di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Bologna.