
Non dovrebbe sorprendere la notizia che il primo testo di questa selezione, intitolato Gibellina, è anche il testo proemiale della nuova, inedita raccolta di Nunzio Bellassai, che apparirà nella collana di Vallecchi Poesia, sotto gli auspici di Isabella Leardini, nell’estate del 2027. In Gibellina, infatti, il Grande Cretto di Burri viene evocato alquanto esplicitamente e la sua tecnica è chiamata a incarnare, in qualche misura, una dichiarazione d’intenti e di poetica: la poesia come un’opera che copre la distruzione, la frana, l’annientamento, per sostituire alle macerie una forma. Anzi, si può addirittura sostenere che soltanto tramite la forma la poesia possa rendere quelle macerie visibili. Ed è proprio su una dialettica tra espansione e contrattura, trattenimento e abbandono, che si gioca anche il secondo testo qui antologizzato (Indisturbata la baia…), dove la dimensione appartata della baia, con i suoi scogli, le sue «scalette / infrante», si contrappone alla placida vastità del mare, su cui lo sguardo del poeta si spinge sempre più a largo. Le immagini si dispongono una accanto all’altra senza risolversi in un campo totale e definitivo, mentre la progressione verbale (arretrare, stringere, declinare, tendere) evidenzia un ordine di pensieri e di avvenimenti sempre rimesso in discussione, mai del tutto posseduto o raggiunto. Questo è il risultato di un inesausto, impossibile e al tempo stesso ricercato dialogo con i morti, nel tentativo di stringere in pugno un’ombra che sempre fugge. Da qui lo scenario del terzo testo (I cimiteri…), in cui si dice, tra il grottesco e l’inquietante, che «i cimiteri sommergeranno le città», nel tentativo di ribaltare il consueto rapporto tra i vivi e i morti, forse fino a metterlo addirittura in discussione. Sospeso tra il Montale dei secondi Ossi e gli interrogativi tipici della più recente linea lombarda, la domanda si risolve infine in un isolamento che diviene riscoperta radice o condizione esistenziale di partenza, più che approdo a una forma di liberazione, mentre quel che resta è una materia che continua a mutare dopo la scomparsa. Proprio qui, allora, tra cancellazione e traccia, la poesia trova la sua misura, nell’osservare cosa lascia ciò che manca.
Federico Carrera
GIBELLINA
Scoperta la perdita si accerta
nella verità della traccia.
L’arte di non scomporsi.
Il muro bianco continua senza forma,
lo scheletro riarso
in un commiato aperto.
Il Grande Cretto cancella
e inventa sempre nuovi morti.
Neanche un nome o una data
a giustificare la nostra lapide
estesa a sacrificio. Ecco le macerie
allinearsi incomunicabili,
preservare lo stesso vuoto e imporlo.
Allora muta la roccia soffoca
in corrose sculture senza cielo.
Assicuri l’ipotesi che esista
un dolore furtivo, dislocare
mentre la terra muore.
*
Indisturbata la baia arretra e protegge
come un’abitudine
il testo di una canzone inglese
appena sussurrata,
la vecchia pelle sullo scoglio inclinato.
Le mani rigate dal contatto ruvido
stringono il mondo verso l’alto,
un gioco a benedire l’istante
di tutto ciò che è mite,
questo declinare aggraziato
disperso a largo.
Tende ormai al cielo la scaletta
infranta da inverni sconosciuti,
l’impronta delle ultime note umide,
un dialogo con il noi che saremo,
ricordare il tempo a sé stesso.
*
I cimiteri sommergeranno le città
non con dialoghi senza voce
ma con scatoloni sigillati
residui essiccati di colla,
alfabeti di croste
dimenticate al muro e sulla pelle.
I morti lasciano la propria firma
nella lingua che inventa un ordine,
i viali larghi smaltiti a visite.
Lasci il loro tempo
farsi mappa e congedo.
Senza radici
gli angoli della stanza
circondano di polvere distanze minime,
è un margine di difetto
questo altare che celebra gli scarti,
i gusci di paguro sottratti al gioco.
Tornare indietro fino a non respirare.
Sai che le macchie diventano rosse
se non protette,
le casse non bruciano spinte a fondo.
Le date di inizio e fine –
la serie composta delle file
toglie peso al marmo.
Accoglie la scoperta di nuove zolle
al centro del pavimento,
ogni partenza docile contro il cielo
a rimanere isolata.
***
Nunzio Bellassai (Siracusa, 2000) è dottorando in Italianistica presso l’Università Sapienza di Roma, con un progetto di ricerca sul patrimonio epistolare di Vitaliano Brancati. È attualmente lecteur presso l'Université Sorbonne Nouvelle (Paris III). Vincitore del Premio “G. A. Borgese” 2025, sta curando il carteggio tra Borgese e Ugo Ojetti che uscirà nel 2026 per Palermo University Press. È docente di discipline letterarie presso il liceo artistico “Enzo Rossi” di Roma. Con la sua raccolta d’esordio Due tempi (Ensemble, 2021, prefazione di Maurizio Cucchi) ha ottenuto le menzioni speciali del Premio “Città di Latina” e del Premio “Portopalo Più a Sud di Tunisi”, oltre al terzo posto al Premio “Diana Nemorensis” di Nemi. Suoi componimenti sono stati selezionati per la Bottega di poesia de «La Repubblica», la rubrica “L’Angolo degli inediti” della casa editrice Stampa2009 e l’Ufficio Poesie Smarrite del «Corriere della Sera».
