Nella profondità dell'ombra

Ariel Rosé - Poesie
21 Novembre 2023

 

DA "PÓŁNOC PRZYPOWIEŚCI (NORD PARABOLE), ZNAK, 2019

 

SIMONE WEIL

 

A volte immagino

che Simone Weil abiti

nel palazzo dietro l'angolo.

 

 

Di notte ascolta Erbarme dich

a voce bassa, per non svegliare

i vicini stanchi.

 

 

Lei stessa dorme poco, ha in fondo

molti doveri. Lavora nel vicino

ospedale psichiatrico. Accarezza

 

 

dei pazienti i pensieri e li legge

a voce alta, affinché sappiano che

ancora esistono. La verdura la compra

 

 

in piazza. Non mangia pesci,

tanto non possono lamentarsi.

I libri li compra su internet.

 

 

I frammenti più belli

li impara a memoria. Con vivo

interesse continuamente legge

 

 

Platone; in cose più nuove non

si addentra. In casa oltre la scrivania,

ha una sedia e una lampada. I libri

 

 

Ii rende poi alla locale

biblioteca. Non porta lenti

a contatto. Gli occhiali

 

 

sono come tra l'occhio

e il mondo. Mangia sempre troppo poco

e continuamente muore

d'amore.

 

Traduzione di Paulina Malicka e Lucia Pascale

 

 

CARILLON 

 

C'era la guerra nelle selvagge estremità della terra,

la guardavamo dalle poltrone, che con la perizia

dei maestri del massaggio orientale, accoglievano

tenere le stanche schiene.

 

 

Gli aerei volavano bassi, non cantavano gli uccelli.

Le nuvole roteavano come la ballerina

del carillon di porcellana, fino a

diradarsi nel celeste nulla.

 

 

I tiranni erano molto maleducati,

non ascoltavano i nostri saggi ordini

di andare a dormire presto. Sognavano

la terra incognita ad occhi aperti.

 

 

Guardavamo la guerra dalla distanza ottimale

come in una palla magica, da questa prospettiva

si vede meglio, basta scuotere forte

e cade la neve.

 

 

DA "MORZE NOCĄ JEST MIĘŚNIEM SERCA" (IL MARE DI NOTTE È UN MUSCOLO DEL CUORE), PIW, 2022

 

PS.

 

Per Adam Zagajewski, in memoriam

 

Il mondo, Adam, è a volte irridente,

ha occhi di capriolo, specchi veneziani, un mare nero.

Mille luci dall'altra sponda trasmettono un messaggio

segreto, che dice: "non essere mai

solo, essere umano", cioè "dimenticati di

te stesso". Il mondo ha baluginanti intervalli di bellezza,

che estraevi, coglievi per noi come dal fondo del mare

i pescatori di perle. Ma non è tutto,

 

 

vocavi subito, c'è ancora la melma, le alghe,

la tenebra e la paura. Ricordo come non

volevi andare in autunno a Chicago,

non c'è storia, lì, l'imputridito dermoide delle cattedrali,

c'era solo il sogno dell'Europa, che si

contraeva come l'uva passa. Leopoli si

trasformava in un punto visibile solo al

microscopio. E tuttavia continuava a pulsare

come il segno dello spazio sullo schermo. Leopoli

era il tuo orologio da polso, orologio che marciava

all'indietro.

 

 

Ci conoscemmo in un caffè, ovvero

stemmo seduti in silenzio per un'ora intera,

dopodiché t' invitammo a casa nostra, al che rispondesti:

Nonostante tutto?

 

Ci sono tante ore e tanto ardore di braci

che bisogna tenere in serbo

come il tè sullo scaffale nello studio

di via Pawlikowski. Le sue ali verdi

di pensieri dormienti sbocciavano piano

nell'acqua bollente. Leggevamo una poesia

 

 

di Gottfried Benn, medico di malattie

della pelle e dell'amore o anche di complicazioni

a lui connesse. Ci attorniavano

cariatidi di libri che sorreggevano

l'aria, sfrecciava fra di loro

una gattina, piccola spia a conoscenza degli itinerari

dei passeri nel giardino. Nell'ambiente entrava una luce

pallida come i volti dei santi nei quadri

di El Greco. L'ultima poesia di Benn,

la scrisse poco prima della morte nel 1956.

La leggesti prima in tedesco,

poi io in traduzione. Non riuscivamo

 

 

a capire, volevamo capire,

schlafe ein! addormèntati!, scrive alla fine.

 

 

traduzione di Marco Bruno

 

 

 

CHIAROSCURO. FLATFORD MILL 

 

Si trattava solo di questo, Maria, in ogni libro

riconoscere il paesaggio della propria coscienza:

la corteccia crepata del frassino, la dolce mora, la pietra

muscosa, la strada in salita, il fango e il cielo, che

domina su tutto.

 

 

Solo questo volevo dirti nella lingua

del vento, descrivere la storia delle nuvole, la profezia

nascosta nel mio passato: la casa sul fiume,

il ponte di legno, il vecchio barcone con cui trasportano

orzo e segale.

 

 

Non ho potuto far niente di più che provare

a mostrare la verità, e non è un'arte facile da apprendere:

la luce sul fiume che ti porta via, l'acqua

cosi morbida, i rami si immergono

nella profondità dell'ombra.

 

 

traduzione di Giovanni Agnolon

 

 

RUTH

 

Ruth Maier, che proveniva da una famiglia ebraica laica di Vienna, fuggì in Norvegia nel 1939, prima della guerra. Venne arrestata il 26 novembre del 1942 e lo stesso giorno fu deportata sull'SS Donau. Non appena arrivata ad Auschwitz, il 1 dicembre del 1942, fu portata direttamente in una camera a gas.Visse ventidue anni.

 

Dalle finestre non si vedeva il bosco

con i sentieri che si intrecciavano

come narrazioni, in una c'è ancora

la guerra, gli ebrei di Vienna che si rifugiano

nell'Europa del Nord. Ruth Maier,

a differenza della sua famiglia, viene accolta

dall'ingegnere Strøm di Oslo, e la condanna le viene sospesa,

per qualche anno la guerra scompare, come in teatro dietro alle quinte

Ruth tiene un diario, Vorrei essere famosa!

e legge

legge moltissimo, Shakespeare, Le mille e una notte,

conosce Gunvor Hofmo, poetessa,

d'estate va con lei al nord, e là conosce

l'altro lato del tempo, la fodera d'estate

vanno al lago a fare il bagno

i corpi nudi e le piume del bosco

mai eran stati così dolci i lamponi

l'estate si fa autunno

la nave Donau si porta via Ruth

i capelli color del granito si fanno

granito

il fiordo apre la bocca e la inghiotte come Giona

Gunvor se ne rimane a riva ad aspettare Ruth

sempre, ogni giorno, nelle vie di Parigi, perché vuole

capire cos'è ch'è diverso

la vedo sempre, sprofonda in fondo alla poltrona

quand'è alla fine della vita, dei suoi decenni. È buio ormai

ritorno, all'ottavo piano a casa degli amici

ecco che trovo un album di Bach: The Best Of

Ich hatte viel Bekümmernis mi dice

la cantata, dalla finestra non si vede

niente, ma mi ricordo

lo spirito del bosco

 

 

TIZIANO TERZANI SCRIVE UNA LETTERA

 

Me ne vado che fa ancora buio. Lascio gli alberi

dietro la finestra, a proteggerti, con le loro foglie grosse e gli occhi

spalancati. Vado su, dove il rivolo della mia

vita scorre in giù, dall'altra parte.

Lo sento il suo dolce fruscio. Il mio cuore è un levriero

che ti caccia le storie in gola, e lo khmer rosso

dissoda il bosco di tutte quelle mani umane. No,

non dire che è tardi ormai, grazie, che della nostra storia

sei stata testimone. E così non smetto di scriverti una lettera,

o forse invece è un libro. E poi, quando avrò finito,

l'introduzione la scriverai tu.

 

 

 

TIRESIA CERCA UN ASSISTENTE

 

Se non c'è scampo, ha chiesto Odisseo,

io perderò l'amore? È brutto soli,

è un paradiso l'isola coi frutti

che scoppiano di succo. Dice no

 

 

Tiresia, invecchia Calipso, non posso

impicciarti, che sei sempre in viaggio,

ritornatene a casa che c'è lei,

guardate il mare, che poi è sempre quello.

 

Ma la mia casa e la mia narrazione

dice Odisseo mentre saluta i cani

guida di Tiresia, che vuol sapere

 

come finisce la sua storia. È a riva

Odisseo, è buio ormai e c'è la luna

che è un punto e virgola; ora vediamo.

 

Traduzione di Alessandro Achilli

 

 

ASCOLTANDO SU ZOOM IYA KIVA LEGGERE UNA POESIA SULLA GUERRA 

 

leri abbiamo ascoltato su Zoom Iya Kiva

leggere una poesia da Kiev, là dove le berrette

dorate delle chiese ortodosse non si sono nascoste nei rifugi,

abbiamo ascoltato, ognuno nel proprio

appartamento, quasi ognuno, abbiamo ascoltato,

eravamo solo occhi, come se non avessimo

nient altro, solo occhi, come se volessimo

proteggere lya con gli occhi, ne assorbivamo

ogni parola, intanto sullo sfondo Babij Jar bruciava,

la memoria però non brucia, confidiamo, la memoria è inossidabile,

la memoria aspetterà come una talpa, ibernata,

tutti volevamo, in mille su Zoom,

in duemila occhi, reggere su lya

un ombrello d'aria,

scudo del nostro guardare,

quando ha finito di leggere, ho alzato la testa

sul tavolo ad attendermi un libro della biblioteca

La tentation d'exister di Cioran

le colline tenevano Bergen sulle ginocchia,

sono fioriti i primi crocus, tutti

gioivano della primavera.

 

traduzione di Lucia Pascale