Morso e rimorso

Su "Danni marginali" di Luca Ballati
11 Settembre 2026

 

 

... ogni professore si spegne

con il suo candelabro

Milo De Angelis, Terra del viso (1985)

 

 

 

All'inizio del libro sembrava che avrebbe parlato di noi:

 

Era già tutto scritto nei loro cuori da leoni. Da un po'

stazionavano in cerca di un brivido

fuori dalla pizzeria.

L'idea era venuta a uno

dei tanti vice: stendersi

lunghi in mezzo alla strada, come a letto.

 

...

 

poco discosti in fondo dal marciapiede

un urlo, non sbuca

all'angolo una panda color notte

costretta a sterzare di colpo?

 

sani e salvi, rimproverati il giusto

dalla mamma di un altro

gli intoccabili.

 

perché i nostri cuori davvero volevano un brivido: noi veramente ci buttavamo per strada perché era come un modo di fare le prove della scomparsa, potendo anche sulla pelle di qualcun altro, ma senza dirlo, e portarsi dietro tutti sparendo. Quando uno si alzò dopo che l'auto aveva sterzato per non prenderlo all'ultimo scoprì che non era sparito lui, ma la sua stessa morte: aveva cacciato il fantasma di se stesso in avanti, e con il suo quello di tutti noi, perché nessuno era morto in quel momento, quindi non c'era proprio modo che quell'auto lo mettesse sotto in quel punto della strada a quell'ora, forse un altro punto, un'altra ora sì, ma quell'ora e quel punto erano salvi per sempre, e noi con loro, una nostra versione stupenda e migliore di tutte le altre possibili. Facendo però attenzione si capiva già, da come Umberto Fiori aveva detto che eravamo familiarissimi teppistelli da strapazzo nella prefazione, uno che siccome era stato professore poteva dire ne so, che anche Luca Ballati non credeva mica davvero che noi avessimo i cuori da leoni, e che non sapeva nulla di cosa volesse dire avercele scritte le cose nel cuore, che di scritto pensava al nome sul suo citofono che nessuno aveva davvero letto suonando dopo aver fatto rotolare il bidone del vetro giù per la salitona, perché quel bidone che avevamo tirato se fossimo poeti avremmo detto che era metafora, e noi suonando ai citofoni a caso eravamo anche a noi come la metafora del bidone, il dito che faceva suonare strisciando senza staccarsi tutti i citofoni del palazzo in una volta a caso nell'ordine in cui li trovava.

 

UN INCUBO

 

Stamane la mia mente può muoversi

tra due fotogrammi o poco più,

avanti e indietro, ma poi basta.

Dal corpo di Selene sbalzato in aria

arrivo, dopo qualche spasmo

(mio? della morta? del nastro?)

alla pozza di sangue. Mi è impossibile

risalire al mostro, al morso.

 

...

 

è, la Selene, quella

dell'ultimo banco a destra

del gruppo a cui ancora manca

il voto di italiano.

Oggi nulla: le fa male la pancia

(ieri la nuca, l'altro ieri la nonna)

 

E allora una volta fece questo sogno dove una di noi in classe che non si faceva interrogare dall'ultimo banco veniva investita da un'auto, ed era chiaro per come la metteva che questo sogno era un modo di controllarla quando non poteva farlo davvero, e il morso non era impossibile da raggiungere. Visto che non poteva interrogarla allora lei doveva morire. Voleva che quello che nella prima poesia della prima sezione non era stato messo sotto venisse invece investito nella prima poesia della seconda sezione. Ma questo morso si trasformò in doppio rimorso nell'ultima poesia, dopo che era stata abbandonata l'aula dove stavamo anche noi delle prime sezioni, e c'erano invece sogni dove anche lui faceva il teppistello rubando una locomotiva in un pezzo di strada senza nome, salendo su un bus che portava non si da dove, e le false partenze, che poteva andarsene via solo sognando, erano per alleggerirlo della responsabilità, perché faceva finta: il suo piano era che sperava che prima o poi queste cose dei sogni, che non erano successe, si accumulassero fino a far succedere qualcosa di simile a loro, o di meglio. Ma noi non eravamo spariti, perché il primo morso del libro, i primi veicoli, erano associati a noi, e noi eravamo stati più bravi perché non volevamo salirci, come invece lui sì, su questi veicoli che ti portano via dai problemi, e preferivamo farci mettere sotto dalle auto, o schivarle, o farne di nuovi con il bidone del vetro come li volevamo noi senza stare a sognarli. Lui in una poesia aveva detto che un anello è uno zero zincato, ed era questo ci sembra il problema più grande, l'ostacolo maggiore nel suo modo di scrivere le cose, perché l'anello non gioca a fare lo zero, è invece una singola linea continua che si chiude su se stessa, e si capisce perché preferisce essere circolare che non ovale come lo 0, ma tondo come una O, che fa più rumore dello zero, ed è il rumore che noi facevamo e che a lui riusciva molto facile azzerare trasformandoci in cose che stavano sullo stesso piano dei suoi sogni. Ma non aveva immaginato che al suo morso noi avremmo risposto col rimorso; che una volta fatto di noi fantasmi avremmo infestato qualsiasi altra cosa lui avrebbe mai provato a scrivere.