Mikel Marini - poesie inedite

Ogni cosa, a proprio modo, / diventa una reliquia
30 Novembre 2023

 

La poesia di Mikel Marini, a un primo sguardo poco attento, potrebbe dare al lettore l’impressione di trovarsi in una wunderkammer, dove ogni scaffale è dedicato a una diversa bizzarria letteraria. Troviamo imitazioni agiografiche che raccontano la storia santi immaginari il cui martirio nel deserto li porta a deformarsi e a diventare più simili a mostri che uomini, i resti degli arti amputati dei principi protagonisti del sedicesimo canto dell’Adone del Marino, le corone vuote di sovrani del ciclo arturiano, uccisi dai propri figli nello scontro per regnare su una terra desolata, castelli di vetro e di terracotta, mantelli impreziositi da fossili appartenuti ad altri santi, tutti chiamati Giovanni, questa volta reali: Ogni cosa, a proprio modo, / diventa una reliquia. Emerge, in effetti, nella poesia di Mikel Marini, il carattere ossessivo del collezionista. Tuttavia, i riferimenti storici e letterari che fanno da sfondo ai testi qui presentati hanno un valore per lo più scenografico, poiché le scene raccontate dall’autore sono frutto di una fantasia che spesso procede nella direzione del morboso, ma non si perde mai. Da questa selezione, possiamo rilevare diversi temi: il deserto, da intendersi non tanto come luogo designato alla meditazione dell’eremita, ma come spazio vuoto, non proprio vuoto, dove avviene il cambiamento, vera e propria mutazione in altro- altro dall’umano, più vicino al divino, e per questo mostruoso, terrificante. Quello che sale scende, quello che scende sale- è uno dei principi fondamentali dell’alchimia: per trovare il proprio compimento ogni cosa deve distruggersi, disgregarsi: ogni personaggio attraversa il proprio stadio di nigredo, la propria tentazione (la figura di San Prescazio, patrono dei paleontologi inventato da Marini, ricorda quella di Sant’Antonio) intraprende un percorso di dissoluzione perché le parti si raggruppino secondo un nuovo ordine. Il filo conduttore della varietà di elementi che popolano il suo immaginario è quello della ricerca della perfezione (Ha cominciato allora ad essere perfetto). Tutti i protagonisti delle poesie di Marini aspirano alla perfezione, che si tratti di un truffatore destinato a diventare santo (ma non ancora santo, al tempo della storia) di un re che regna sul deserto, il cui cuore non è abbastanza nobile perché questi possa indossare la corona, di un principe che aspira al titolo di sovrano di Cipro, riservato solo all’uomo più bello fra tutti, o di Giovanni di Patmos chiamato a scrivere l’apocalisse, il compimento ultimo dell’intera umanità, la cui ispirazione si manifesta tanto nella visione quanto nella cura meticolosa che non può che riservare a un testo sacro, per lui prima di tutti. Pena la morte, perché quella è perfetta, senza spazio per l’errore; e non si è più se stessi, con tutti i propri difetti.

 

 

 

 

SAN PRESCAZIO E I DUE FUNAMBOLI

 

San Prescazio: santo immaginario che si auto-esilia nel deserto.

 

Tutto il tempo trascorso piantato sui piedi

senza muovere un passo o piegare il ginocchio

nella piccola cella che accoglie la notte

la stringe tra i muri e la chiude nel petto:

San Prescazio, facendo l'obelisco,

tenta di eludere

– non dondola –

la gravità, la spinta

vorticante della Terra che lo vuole contro il suolo,

e cerca nella grotta

a corto di finestre

il verso giusto in cui aspettare l'alba;

ma scende lungo un filo,

sospeso sopra il capo,

il ragno come un sole ad otto zampe

che si cala dal soffitto:

e allora i due sospesi

si incontrano nel vuoto,

lo spazio che separa

la fronte dall'inizio della ragnatela.

 

 

 

 

SAN PRESCAZIO E IL CRISTOSAURO

 

Cristosauro: nuovo fossile riassemblato da San Prescazio: la sua forma ricorda una croce. Questo bizzarro serpentello alato è valso a San Prescazio il patronato sui paleontologi, noti per un certa dose di cialtroneria e visione fuori dagli schemi, indispensabili ogniqualvolta ci sia bisogno di mettere insieme vari frammenti di ossa di insensate dimensioni.

 

San Prescazio allunga le falangi

che fanno pochi scoppi

insieme al resto

dello scheletro.

Tanto tempo stando fermo

dà il tempo a qualche antenna per mutargli

l'apparato dei polmoni in alveare;

le vipere che fanno un nido di spire

di uova, da gola a caviglie.

 

Scava allora dalla fossa,

trattiene le ossicina di serpenti

e mentre cerca nel petto

la cera di vespe nascoste

le incolla alla colonna vertebrale di un cerasta.

Quanta grazia, quanto spreco,

dare sempre, ad ogni costo,

ad ogni cosa un paio d'ali.

 

 

 

 

LAMENTO DI DORÌN , FIGLIO DEL RE DELLA TERRA DESERTA

Dorìn: figlio di Claudàs (si legga: Clodàs), re della Terra Deserta, oggi Bourges. Questi è un personaggio abbastanza ricorrente nelle avventure che si svolgono attorno alla figura di Re Artù, del quale è nemico, ma con una certa ammirazione. Usurpatore di terre bretoni in Gallia, non è abbastanza nobile di cuore per indossarne le corone, che preferisce lasciare a un apposito sostegno. Viene ricordato per il brutto vizio di rompere o aggirare i giuramenti e per un grande senso di devota religiosità, che spesso difetta di una applicazione pratica. Invece, il figlio Dorìn, ucciso dai legittimi eredi dei territori presi da Claudàs, non viene proprio ricordato: non si guadagna neanche un posto in una delle novecento voci del Dizionario del Ciclo di Re Artù di Carlos Alvàr. È importante tenere a mente anche la fortuita combustione che dalla sabbia porta al vetro.

 

Coi tronchi morti aperti in mezzo ai sassi
e la cenere
che piove
sulla paglia secca dando cibo solo
al fuoco pronto a prendere carbone
da ogni forma viva sotto l'aria
ci viene fatto il dono da Uterpandragone
di una terra resa il feudo del deserto.

 

Tu non fidarti delle mappe:
qui, dove tutto ha preso forma,
quella sottile e folle della sabbia,
i morti avvolti dalle bende, che conserva
dentro anfore e vasetti le interiora,
Claudás ci illustra il culto dei relitti
dei corpi degli uomini più santi.

 

Ogni cosa, a proprio modo,
diventa una reliquia
che sta ferma, resta esposta
e ben si presta ai giuramenti:
e se anche tu, regnante sul tuo corpo,
non vesti la corona,
ma la lasci a un manichino
che supplisce a una mancanza del tuo cuore,
ricordati Claudás,
che si consuma al suolo,
che dentro una lettiga ha posto il figlio
rendendolo a Deserta,
la capitale posta al centro delle dune,
dove le torri stanno in basso,
le mura dei castelli sono vetro:
grazie al soffio dell'incendio, tutto è reso trasparente.

 

 

 

 

CLORILLO RE DI CIRENE, DOPO AVER PERSO IL CONCORSO DI BELLEZZA PER IL DIRITTO ALLA CORONA DI CIPRO, ISOLA DI VENERE, PER VIA DI UN DIFETTO DELLA SUA MANO, RITENUTA DAL SAGGIO SENORRE TROPPO GROSSA E ROZZA (FONTE: ADONE XVI), SI SISTEMA

 

Clorillo sulla mola

che allenta le sue dita,

le trita lungo il disco mentre spazza

coi piedi

fini resti di polpa che ha impanato con polvere

d'ossa, sparsa, per terra: "La mano

è troppo grossa:

se non errò Senorre,

se questa è per te stesso come specchio,

dall'unghia al metacarpo tutto un grappolo di calli,

limarsi non si limita alle nocche:

precisamente sai che c'è un confine 

oltre il quale la finezza si trasforma in un finale

stupendo, senza stacchi o falangi,

ma unico e omogeneo, una gemma compatta

che manca di riflessi" si ripete

Clorillo dando di pedale sulla mola; quindi

smeriglia la sua mano in un rubizzo corindone,

carbonchio dentro a cui è sparito il pugno,

ha cominciato allora a essere perfetto.

 

 

 

 

SAN GIOVANNI A PATMOS

 

«E allora ho abitato al riparo del deserto

che accorcia la distanza

tra il velo del miraggio e la visione

dove tremo in un gioiello e poi mi lasciano volare:

sarà ammassata ancora la farina delle ossa,

dovrò anch’io risalire dalla pietra

tirandomi la terra in un mantello impreziosito

dai fossili che vibrano e riprendono a girare.»

 

 

 

 

 

 

 

Mikel Marini Doughty è nato a Bilbao nel 2000, è trilingue (inglese, italiano, spagnolo). Ha studiato Lettere moderne all’università Alma Mater Studiorum di Bologna, dove si è laureato in letteratura del rinascimento con una tesi su Giovanni Filoteo Achillini, letterato bolognese attivo nei primi anni del 1500. Ha partecipato a diversi progetti nell’ambito artistico, come la serie di plaquette Overdose, in collaborazione con Giovanni Turria e uscita per Ronzani Editore, e Pandemia Art. Lavora con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna, per il quale ha curato alcuni incontri della rassegna Border:line - linee di confine; parallelamente porta avanti una ricerca pedagogica e drammaturgica dedicata all’infanzia.