Gloria Riggio - Poesie edite e inedite

Esistono abbracci che non ci è dato vedere
15 Maggio 2026

Foto di Alessia Addeo

 

 

RIFUGIO (da AVE MARIA PIENA DI RABBIA, Becco Giallo, 2025)

 

Hai visto come il sole galleggia in cielo, stamattina?

 

Dal rifugio ho sentito una donna piangere dalla bellezza
ché diceva spaventata di non capire più dove finiva:
non so più se intendesse sé stessa, o la natura.

 

Ho pensato ai fichi della mia campagna siciliana,
morti tutti in primavera, mangiati dai funghi:
mia nonna porta ancora il lutto, li piange come figli.

 

Ed avrei scritto parole di sola distruzione
su come le montagne diventino fornaci alimentate al sole,
e le piogge acide smussino le cime sino a renderle colline,
stabilienti sciistici dove a breve potere balneare. 

 

Avrei scritto: ho cambiato tutto di sano pianto;
le lacrime evaporando dalle falde mi hanno levigato il volto,
e non c'è neve artificiale che tenga, non ho più scorta,
sono esausta, sono in riserva.

 

Avrei scritto: adesso va meglio? Siamo soddisfatti?
Ci sentiamo più al sicuro?

 

Senza vette e senza dirupi, in questa piana sterminata di nulla,
senza fatiche e sollievi, senza declivi scoscesi, senza salite,
dopo tutto questo minuzioso asfaltare, perdere,
rendere uguale, di cosa finiremo col gioire?
A cosa spereremo di scampare?

 

Avrei scritto del pianto di resina degli abeti rossi, divorati dai bostrici,
dei boschi cimentati, erosi dall'erba dei campi da golf,
della rugiada che ancora la bagna
ultimo sangue della terra, ultima stilla di linfa.

Avrei scritto della trincea scavata nella pietra, di ciò che l'ha abitata,
delle missioni di quell'uomo diciotenne al militare,
sporto su questo panorama, di come deve aver avuto paura.

 

Avrei scritto un urlo grande, privato della voce,
avrei urlato un silenzio della peggior specie;
avrei scritto di quest'estate protratta che umetta il Natale,
delle vette aguzze levigate dal tepore,
avrei scritto che non sappiamo più devastare
quel che ci nutre. 

 

Questo avrei scritto.

 

Ma poi
             stamattina
                        ho visto l'alba

 

                        sorgere antica
             dentro tutta la sua
feroce tenerezza.

 

Ho pensato non ci sia umana miseria, o ingiustizia,
all'altezza di sporcarla.

 

Ci affanniamo nel tentativo di ridurne la potenza,
ma ci sovrasta, ci spoglia.

 

Esistono abbracci che non ci è dato vedere
ma ci prendono dentro come un mare,
ci reggono come radici sotterranee;

 

come questo cielo irreale, questo vento freddo al declinare,
quest'aria che bacia le guance alla terra, quest'erba insinuare la roccia.

 

Esistono abbracci che non ci è dato vedere
ma ci indorano, come luce obliqua filtrare dai vetri azzurri di una cattedrale. 

 

Esistono abbracci che non ci è dato vedere
ma ci scontornano, ci cuciono, ci conducono la pelle ad altre forme.

 

A guardare bene, nulla inizia e nulla finisce,
tutto ci precede, tutto ci trapassa, in diverse forme e 
uguale sostanza.

 

Hai visto come in cielo galleggia l'alba?

 

Dentro quest'aria che limpidifica il dolore

 

Anna siede accanto al cane, sporta sul frontone,
dice che esiste un silenzio diverso da quello comune,
un silenzio buono, dice: si mangia la disperazione.

 

 

 

La poesia comincia con tre strofe che iniziano tutte con un verbo al passato prossimo, dall'appello al tu di chi legge (hai visto), per passare poi all'io di chi scrive (ho sentito), e con un passaggio poi che mantiene come soggetto sempre l'io, ma seguendo il percorso a ritroso verso una interiorità (ho pensato). La sequenza quindi è: tu-io percepisco-io penso, uno zoom dall'esterno verso l'interno. Quali sono le cose su cui ricadono questi tre verbi in sequenza, i loro complementi oggetti? Hai visto regg il sole, che non è paesaggisticamente gratuito, ma anticipa tematicamente l'aumento delle temperature che sta dietro alla quarta strofa; a questo punto della poesia, però chi legge non lo sa ancora, e si concentra sull'oggetto del secondo predicato, ho sentito una donna piangere; pianto per via di questo paesaggio, in cui però si perde smarrendo la percezione chiara dei confini fra soggetto e oggetto: diceva spaventata di non capire più dove finiva: / non so più se intedesse sé stessa, o la natura. Anche l'io fa esperienza del diluirsi di questo confine, dal momento che, pensando ai fichi (il terzo oggetto per il terzo predicato) a questa donna viene accostata mia nonna che porta ancora il lutto per i fichi, li piange come figli. Sintatticamente, il periodo qui si complica, e prepara la svolta alla poesia, che finora aveva proceduto in maniera lineare. Ci sono alcune cose da notare in questi tre versi:

 

Ho pensato ai fichi della mia campagna siciliana,
morti tutti in primavera, mangiati dai funghi:
mia nonna porta ancora il lutto, li piange come figli.

 

Come abbiamo detto, i fichi sono l'oggetto di ho pensato; invece, mia nonna non è più oggetto di questo verbo, anche se riproduce la struttura (i fichi morti tutti in primavera, mangiati dai funghi, due elementi separati dalla virgolala nonna che porta ancora il lutto, li piange come figli, altri due termini separati dalla virgola), e contemporaneamente, dato che piange, è collegata alla donna che prima è stata vista piangere. Il punto cruciale qui è il cambio di tempo: finisce il predominio del passato, operante nel primo verso (ho pensato), implicito nel secondo verso (morti, mangiati, participi) e assente nel terzo verso, dove invece irrompe il presente (porta, piange). Il tempo del lutto che è ancora in corso collide col presente parallelo e lo rimescola; è come se nemmeno l'io avesse più chiaro quale pianto si riferisca a quale; si esce dal passato (il tempo classico della narrazione, del racconto) e grazie all'incontro con il presente si entra in un adesso. Ma il presente non si impone completamente sul passato narrativo: invece di sostituirlo, instaura con lui un rapporto dialettico e ne viene fuori il condizionale delle due strofe successive (avrei scritto, avrei scritto). Da un lato, prosegue la struttura anaforica del verbo con participio a inizio strofa; dall'altro, insieme al cambiamento di modo verbale (il condizionale ci porta in una sfumatura del desiderio, o di qualcosa che potrebbe realizzarsi sono in certe condizioni), c'è anche una inversione del movimento (vedere, sentire, pensare) che viene rilanciato verso il tu: a chi avrei scritto, se non a chi sta leggendo in questo momento? Da qui la poesia prosegue con la nuova anafora; ma una volta esauritasi, arrivando a una disposizione grafica del testo che, mentre parla dell'alba, cerca di evocare il sole che spunta fuori, la poesia fa un passo indietro, e ritorna all'anafora al passato prossimo, un nuovo ho pensato. Ma dopo questo punto, la poesia viene di nuovo rilanciata: viene abbandonato il focus dell'io, che percepisce, pensa, o vorrebbe scrivere mentre scrive altro, e si passa a un esistono abbracci che non ci è dato vedere, oltre la percezione quindi, e fuori dal sistema costruito finora dalla poesia:

 

Esistono abbracci che non ci è dato vedere
ma ci prendono dentro come un mare,
ci reggono come radici sotterranee;

 

come questo cielo irreale, questo vento freddo al declinare,
quest'aria che bacia le guance alla terra, quest'erba insinuare la roccia.

 

Esistono abbracci che non ci è dato vedere
ma ci indorano, come luce obliqua filtrare dai vetri azzurri di una cattedrale. 

 

Esistono abbracci che non ci è dato vedere
ma ci scontornano, ci cuciono, ci conducono la pelle ad altre forme.

 

Come prima, anche in questo punto chiave c'è un passaggio sintattico che colpisce: in queste strofe l'uso dell'infinito è assolutamente insolito. Si va da "vedere", retto da è dato, quindi chiaro, fino a questo vento freddo al declinare (in rima pure con mare), un infinito sostantivato quasi, che non ha soggetto e che non ha bisogno di essere retto grammaticalmente da nulla (si regge da sé stesso), per poi imbattersi in quest'aria che bacia le guance alla terra, quest'erba insinuare la roccia. Provateci a capire da dove viene fuori questo insinuare. Il soggetto, chiaramente, è l'erba: ma la frase quest'erba insinuare la roccia dovrebbe essere retta da un altro verbo. Ci aspetteremmo: guardo quest'erba insinuare la roccia, ma non è così: non c'è nel periodo sintattico di questa frase un verbo del genere. Come risultato, la proposizione quest'erba insinuare la roccia sta fuori dal tempo (il tempo che è tale solo se percepito) di tuto il resto del discorso: esiste con una indifferenza totale di tutto il resto della testo, come un essere vivente autonomo dentro la poesia. Non è un errore di Riggio, dal momento che la stessa cosa viene ripetuta anche nella strofa successiva:

 

Esistono abbracci che non ci è dato vedere
ma ci indorano, come luce obliqua filtrare dai vetri azzurri di una cattedrale. 

 

Qui capiamo meglio che il senso di questo infinito è vicino a una relativa implicita; più che a sostituire un verbo di percezione (guardo questa cosa succedere), il senso è più del tipo: "quest'erba che insinua la roccia; come luce obliqua che filtra dai vetri azzurri di una cattedrale". Potrebbe anche essere un infinito con una sfumatura ottativa, di desiderio (come luce obliqua filtrare dai vetri azzurri di una cattedrale sarebbe bello); in ogni caso, chi legge con attenzione questa poesia non può fare a meno di fermarsi su questo punto, esaminarlo e prendere una decisione; chi la legge al volo non si sofferma per forza ma fa comunque esperienza di questa rarefazione pronunciando gli infiniti. Qui il testo tocca il suo punto massimo di alterità rispetto a chi sta leggendo; e anche se tutti i conti vengono fatti tornare (il ritorno dell'invocazione "tu", con l'alba al posto del sole, il nome Anna e non una donna anonima, tutte cose che ci fanno capire che c'è stato un processo di conoscenza del mondo: finita questa poesia sappiamo qualcosa che all'inizio non sapevamo), per me il punto più ecologico della poesia sta in questo infinito che non vuole appartenere a chi la legge; un indizio che allude a un sistema di radici e ci consente di fare esperienza di un silenzio diverso da quello comune, / un silenzio buono, dice: si mangia la disperazione, qualcosa che resiste alla lettura e sta solo nella scrittura. 
Mi sembra utile riproporre questa poesia che abbiamo appena commentato, Rifugio, per introdurre due poesie inedite di Gloria Riggio, dal momento che la prima delle due, Medicamenta, essenzialmente riprende le mosse da Rifugio (che era l'ultimo testo di Ave Maria piena di rabbia). Se Rifugio finiva con "quest'aria verticale che limpidifica il dolore", Medicamenta inizia con: "Si presenta infine il giorno della fine del dolore, / in questo suo d’aria farsi dolce e di campane"; in Rifugio: "A guardare bene, nulla inizia e nulla finisce"; in Medicamenta: "Dunque ci rincontreremo al delta dell'inizio nella fine". Il discorso quindi riparte esattamente da dov'era stato interrotto: la guida resta la sintassi ramificata, che in questi testi più brevi è più strutturale, e una capacità e cura ritmica ancora più nette. Basta prendere i primi due versi "Si presenta infine il giorno della fine del dolore, / in questo suo d’aria farsi dolce e di campane", che iniziano per strade metricamente diverse ma che si chiudono entrambi con un ottonario (del-la-fi-ne-del-do-lo-re; far-si.dol-cee-di-cam-pa-ne), con un rimando sonoro fra dolce-dolore (dolore che chiude la seconda metà del primo ottonario di chiusura, dolce che chiude la prima metà del secondo ottonario di chiusura, quindi con un chiasmo, incrocio) che replica sia il bisticcio del primo verso infine-fine che la risonanza farsi d'aria nel secondo verso; tutti effetti sonori che rispecchiano le campane che chiudono il distico (il loro din-don doppio che risuona). Il ci (noi) di Ave Maria piena di rabbia rimane, ma passa da designare una collettività a due persone che interagiscono; tuttavia, anche se è vero che bastano due persone per un fatto plitico, non bisogna farsi ingannare da questo noi che, anche se per referente grammaticale ha questa coppia, in realtà include la terza persona che sta leggendo, con l'effetto illusionistico più strutturale della poesia lirica: parole chi vengono dette da qualcuno/a che ti dà le spalle, che le sta rivolgendo a qualcun altro, ma solo per raggiungerti meglio una volta che avrai abbassato la guardia credendoti fuori dal gioco.

 

 

 

 

MEDICAMENTA

 

 

Si presenta infine il giorno della fine del dolore,

in questo suo d’aria farsi dolce e di campane.

 

Dunque ci rincontreremo al delta dell’inizio nella fine,

nel solco del cerchio che ancora origina e si chiude.

 

La vita che lastrica il respiro in altra vita

è un dormiveglia: dalla sua soglia

ciò che abbiamo d’un reciproco inferto male taciuto

tutto, condonando, lo diremo nell’ultimo sorriso.

 

Ma adesso ancora vago in uno stormire di betulle

e tu sei il dattero che mangio sul fondo della notte

per curare la mia nausea.

 

 

 

THE END - CINEMATOGRAFO

 

 

Ogni cosa intima diventa col linguaggio estranea.

 

La domenica dentro un cinema diradava in sera

sulla testa degli ultimi rimasti oltre i titoli di coda.

 

Così, la vita non muore, s’invola in altra vita

 

resta a dire la sua ultima parola

a chi non s’alza se lo schermo già scolora,

sussurra la sua parte oltre la tela, e lo consola:

 

fa un cameo nel bacio degli amanti in sala.

 

 

 

 

 

 

 

 

Gloria Riggio (Agrigento, 2000) è autrice, performer e dottoressa in Studi storici e filologico-letterari. Prima donna e più giovane campionessa italiana di poetry slam (2023), si è esibita al Consiglio Europeo di Strasburgo con le sue performance poetiche e ha rappresentato l'Italia alla Coppa del Mondo di Parigi arrivando in finale. 

 Legata alla spoken music, alle discipline dell'oralità e alla poesia civile ha collaborato con artisti come Giovanni Truppi, Cristina Donà, e  il Collettivo Canta fino a dieci in una ricerca legata alla soglia che intesse poesia orale e cantautorato. È autrice del libro AVE MARIA PIENA DI RABBIA (2025, BeccoGiallo, Fandango) e dello spettacolo “Periodi ipotetici” , in scena in tutta Italia, che ha debuttato al Teatro India di Roma nel giugno del 2025, in collaborazione con il cantautore Fabio Schember. 

Specializzanda in Drammaturgia  all'Accademia d’Arte Drammatica Silvio D'Amico, si occupa di scrittura per il teatro e per il cinema. Nel 2026 ha lavorato come assistente alla regia per lo spettacolo “Stato contro Nolan”, diretto da Alessandro Gassmann, scritto da Stefano Massini e prodotto dal Teatro Bellini di Napoli (2026). È inoltre direttrice artistica del festival delle arti orali “Muta Muta” ad Agrigento in collaborazione con il Parco Archeologico della Valle dei Templi e Local Impact, curatrice per la Fondazione Alfonso Gatto e redattrice della rivista Inverso - Giornale di poesia.

Link utili: https://linktr.ee/gloriariggio