
In queste poesie ancora inedite, Giacomo Chiodi attraversa un luogo, il paese di Paitone, mettendolo a fuoco, come un obiettivo fotografico; ma anche a ferro e fuoco. Ogni testo è iconico: sia per la brevità e la memorabilità, ma anche per la scelta di concentrarsi su singole immagini del paese. Geograficamente, Paitone sembrerebbe essere quasi inesistente: sulla mappa geografica è assente / quasi, con il quasi che invece di riscattare l'insignificanza del paese sulla cartina la aggrava ulteriormente. Ma se Paitone sfugge allo sguardo controllante della carta geografica, Giacomo Chiodi propone una mappatura alternativa attraverso ogni poesia-icona, come le tappe di una stazione. I negozi chiusi che però, proprio in quanto chiusi, consentono un riflesso di chi passa, e dunque un incontro spettrale con se stessi; i monti intorno che digrignano i denti (un'altra versione del Resegone manzoniano); gli animatori della parrocchia aprono le porte ed esce un alito di morte, che nascondono d'estate per la caccia / al tesoro (l'indizio è sempre sotto il sasso). Anche queste poesie si comportano come si fossero indizi sotto i sassi: ogni testo comincia come una scena chiara, ma negli ultimi versi la pietra viene capovolta e si trova la chiusa epigrammatica. Non si tratta di umorismo (non viene da ridere), ma c'è la velocità della battuta, il tempismo perfetto che giustifica tutta la preparazione precedente e che fa venire voglia di rleggerla immediatamente, complice la sintassi, fatta tutta di interruzioni (punti, due punti) che però, invece di interrompere, mandano avanti la poesia verso il suo inesorabile finale. Questa idea regge anche la struttura della successione delle singole poesie: così come ogni frase è interrotta dalla sintassi parattattica (più coordinate che subordinate) e asintotica (più punteggiatura a separare le proposizioni che non congiunzioni), complici anche i versi spezzati dalle inarcature, anche i testi si comportano in un modo simile, avvicendandosi uno dopo l'altro. Si tratta di una regola, di un ritmo, che viene chiarito in una delle prime poesie, e che rende l'idea di come leggerle: bisbigliate con il rosario in mano / da snocciolare, ogni pallina è una storia.
Paitone, a metà tra il lago e il monte,
sulla mappa geografica è assente
quasi, un punto: un acino di fede.
***
Paitone è un paese morto.
Aleggia sempre nebbia ai piedi della collina
in cui si rifugia un santuario, uno dei tanti
luoghi di fede. A Paitone ci sono sei chiese
e poco meno di duemila abitanti,
tutti vecchi o soltanto di passaggio.
Paitone non esiste se non sulle cartine
perché se si cammina per le strade si va
incontro solo a se stessi nelle vetrine
dei pochi negozi chiusi o nelle finestre serrate.
Qui vige l'ombra dell’uomo e il lampo di dio.
***
Non credete a chi dice
che le chiese sono cinque
perché qui a Paitone
ogni casa è una chiesa.
Il tavolo è l’altare e ogni commensale
si nutre di un pettegolezzo
bisbigliato con il rosario in mano
da snocciolare, ogni pallina è una storia.
***
Il rintocco di San Rocco è muto
da tempo. È diroccata la chiesa:
il mantello strappato le è stato sottratto
da qualche infedele che si arrampicava
sugli alberi secchi. Osservava Paitone
vuoto di cose: solo cemento e chiese.
San Rocco è una meta
di gruppi di bambini. Gli animatori
aprono le porte ed esce un alito di morto.
Non restano che poche panche, un altare
impolverato e un crocifisso che osserva.
La predica non viene ascoltata
dai bambini che parlano sottovoce
con la mano davanti alla bocca,
ma il Cristo di gesso li vede dalla testa.
***
Ai margini di Paitone nasce un fiume:
il Rudone. La fonte è protetta in una rocca
di pietra a cielo aperto. Un piccolo ponte
di legno, un paio di panche e nessuno
che ci vada, solo i gruppi di bambini
con gli animatori d’estate per la caccia
al tesoro (l’indizio è sempre sotto il sasso).
***
Le signore parlano dai balconi
mentre stendono i panni.
Non importa che ci sia nebbia
o buio, i vestiti devono fumare
come il turibolo di domenica:
le omelie delle signore
scomunicano le persone.
***
I monti di Paitone sono denti
che digrignano sui corpi.
Uscire dal morso
è rischiare di spezzarsi, di
rimanerci per metà.
Giacomo Chiodi nasce a Paitone (BS) nel 2003. È laureato in Lettere Moderne presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna con una tesi su Sandro Penna e collabora con il Centro di Poesia Contemporanea dell'Università di Bologna.
