
Fotografia di Andrea Garzia
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(Parlano Litierse e Eracle).
Litierse Ecco il campo, straniero. Anche noi siamo ospitali come voialtri a casa vostra. Di qua non ti è possibile scampare, e come hai mangiato e bevuto con noi, la nostra terra si berrà il tuo sangue. Quest’altr’anno il Meandro vedrà un grano fitto e spesso piú di questo.
Eracle Molti ne avete uccisi in passato sul campo?
Litierse Abbastanza. Ma nessuno che avesse la tua forza o bastasse da solo. E sei rosso di pelo, hai le pupille come fiori — darai vigore a questa terra.
Eracle Chi vi ha insegnato quest’usanza?
Litierse Si è sempre fatto. Se non nutri la terra, come puoi chiederle che nutra te?
Eracle Già quest’anno il tuo grano mi sembra in rigoglio. Giunge alla spalla di chi miete. Chi avevate scannato?
Litierse Non ci venne nessun forestiero. Uccidemmo un vecchio servo e un caprone. Fu un sangue molle che la terra sentí appena. Vedi la spiga, com’è vana. Il corpo che noi laceriamo deve prima sudare, schiumare nel sole. Per questo ti faremo mietere, portare i covoni, grondare fatica, e soltanto alla fine, quando il tuo sangue ferverà vivo e schietto, sarà il momento di aprirti la gola. Tu sei giovane e forte.
(Da Dialoghi con Leucò, L'ospite, Cesare Pavese, 1947)
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Tutte le età del mondo sono sotto
le scapole. I corvi dietro la nuca,
sul cranio raso il pavone sgargiante.
Hai venticinque, quindici, trenta
o cinque anni: se al morto tagli il capo
resta la vite, il grano dell’orto.
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C’è poco grano: bisogna che arrivi
anche laggiù. Scaviamo
una fossa che rispecchi la volta
celeste. Ha precise misure,
un utero al contrario.
Per stasera sarà ricolma d’oro,
di qualche bestia, di un volontario.
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I vecchi di qui dicono che questa
è una terra amara, buona per l’uva,
le olive, poco altro. Riescono a me
le cose acidule e amare: le fave
(culle dei morti sgranate con loro),
il radicchio, la scarola in inverno,
pomodori a fiotti quand’è stagione.
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Se morte falcia il grano
ci sarà pane per chi sopravvive.
Una pappa di semi, come agli uccelli.
I fusti li daremo alle bestie oppure
saranno bruciati: ci copriremo
il capo e i campi di cenere.
Spargerete le nostre ossa-polvere
una manciata ciascuno, con cura
vi segnerete la fronte. Sapremo
chi siete dai nomi sgraziati,
torneremo nel pane: traccerete
una croce sopra l’impasto, lieviteremo.
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Estate: l’anagramma delle attese.
Meglio: attesa di attese, la Stagione
semplicemente la chiamano
qui in paese i vecchi i ragazzi.
Settembre un Capodanno senza
botti – che lo spavento c’è già
e non serve scantarlo – la vendemmia
in anticipo se fa troppo caldo.
Sopravvive indenne nel corpo
chi è fatto di bronzo, fabbro dell’afa,
a loro quando fiorisce e s’indora
il travaso del vino.
Siano lontane le donne leggere
cui il sangue macchia le cosce,
o sarà tutto aceto; urge
mischiare il mosto con la farina.
Saranno lividi seni, e minuti,
piccoli avamposti di pane
(pane duro per denti sghembi),
saranno focacce da offrire ai morti:
grattano le piante sotto la creta,
si dimenano scalzi e ossuti.
c’è bisogno di rassomigliarci.
zoppicare, romperci i piedi.
Daremo loro tutto – lo daremo
ai bambini – questo tutto che abbiamo
(tutto questo poco tutto che abbiamo).
Parleranno con la spiga tra un anno.
Daphne Grieco (1995), italo-ungherese, è assegnista di ricerca in Paleografia Latina alla Scuola Superiore Meridionale di Napoli, dove insegna. Suoi versi sono comparsi in diverse antologie e riviste; ha esordito nel 2025 con Amórgo (Bertoni).
