Come una spugna nera efficace / così la pupilla

Emilio Fiore - poesie inedite
14 Giugno 2026

 

Ci si può chiedere in quale modo possano risultare utili a un poeta d’oggi gli studi classici, se solo queste fossero domande che qualcuno si pone. È noto, d’altra parte, che le memorie dei nostri tempi si sono indebolite e pensarsi – anche solo idealmente – continuatori di tanto antichi maestri potrebbe apparire come un discorso da re dei pazzi. Eppure, i classici ancora parlano e la loro voce non vuole affievolirsi: con persistenza, infatti, negli ultimi decenni il mito classico ha abitato le scritture dei contemporanei, come dimostrano recenti riletture in chiave pop (dal cinema al fumetto al romance) di elementi mitologiche e le numerose pubblicazioni di saggi, raccolte di poesie e romanzi che si sono susseguite negli scaffali delle librerie. Quando si leggono i primi testi di Emilio Fiore, dottore in Filologia Classica, i riferimenti al mondo antico sembrano in effetti essere molto più che erudite o dissimulate reminiscenze. Il classicismo di Fiore, se così può essere definito, è un classicismo al tempo stesso lessicale e metaforico: i titoli, i personaggi e i riferimenti dell’antichità non costituiscono il tema delle sue poesie, ma costituiscono in maniera abbastanza evidente il tramite tra il suo sguardo e il mondo circostante. Solo così gli ulivi sacri ad Atena possono essere accostati alle odierne pale eoliche (Genesi), solo così Osci e Picentini divengono nozioni da dimenticare, sebbene siano infine oggetti irremovibili nella biologia del soggetto poetico, prima che quest’ultimo s’imbarchi nel mare del mondo (Geografia clinica, un titolo stupendo) e solo così, infine, la bucolica età dell’oro si fa riflesso di uno sguardo in cui ci s’imbatte quasi per caso e che conduce altrove, in un gioco di occhi e specchi, come se venissimo catturati in un paretaio di memoria e futuro.

 

 

 

 

GENESI

 

 

Ho posto un sigillo al mio ricordo

cosicché nessun altro possa privarmene:

vedo negli occhi

la forma dell’iride e

un cardiogramma di monti

separare le due grandi acque,

in alto il cielo libero dalla rete di stelle

in basso il mare rilassarsi silenzioso,

sembra aleggiare una leggera foschia

come un soffio vitale dar vita

papaveri, ulivi, pale eoliche.

Ho posto un sigillo al mio ricordo

è la genesi

perfetta del giorno,

fino a quando due occhi umani

non la succhiarono.

 

 

 

GEOGRAFIA CLINICA

 

 

Partissi io per il mondo

dimenticherei

gli occhi e gli scherni degli Osci,

i Picentini, guardiani delle idee,

e il loro gelido soffio,

che scende

dalla fronte ai talloni,

e trattiene la terra.

 

Dimenticherei

finalmente

la morsa delle catene,

ma l’abbraccio dei monti

conosce

il seno di mia madre

e il posto in cui riposa

il mio debole cuore

che non capisce.

 

 

 

L'ETÀ DELL'ORO

 

 

Esiste un tempo della vita

in cui gli antichi mori cedono

e il do ut des si spezza e

                                        cade.

I segreti occhi dei vecchi

custodiscono

l’età dell’oro

che scalcia il baratto:

la grande tavola a quadri

il vino imbottigliato da sé

un piatto

e basta.

Come una spugna nera efficace

così la pupilla,

è lì che entro

e più scura diventa, gratuita,

la sclera di Lina,

il sacro lenzuolo bianco

traccia su traccia

delle mie inquietudini.

 

Noi,

è un unico piano affollato.

Perché non hanno fatto

tante alte e schiette scale

per i miei calli

per i lividi dei miei fratelli

per le lacrime di mia sorella,

per tutto il denaro regalato al contrappasso.

Morirò,

e con me il mio sogno,

sarò anch’io tavola imbastita

e il mio sangue vino nostrano

ai vermi

condannati a divorarsi a vicenda.

Un albero nascerà,

forse un fiore,

che possa godere

il frutto e il sole

del vicino che per caso calpesta il piede

alla radice.

 

 

 

GLI UCCELLI

 

Conoscevi il modo con cui nascono i cirri

e me lo raccontavi

in un rituale di voce misterica:

dai rivoli di fumo racchiusi in gomitoli

alle capriole eoliche che salgono mattone mattone

alla fiamma rossa gamma quella nata

dal soffio scirocco delle labbra di tua mamma.

Quanto ti premeva parlarmi dell’importanza

degli uccelli raccomignolati

e dei loro artigli ipotermici,

quando l’ultimo sbuffo di fumo che spegne

il fuoco li mette in moto

e radunano le ceneri sparse dei Lari

in forma di veli panàcei

per la cura degli occhi grassi

e di sere stanchi: i cirri.

Gli uccelli che conoscono solo il caldo buono

gli uccelli che imparano le note ore di sonno

gli uccelli che cantano solo alla fine del sogno.

 

 

***

 

Emilio Fiore è nato a Pollena Trocchia (Napoli) il 16 marzo 2001 e vive ad Avellino. Si è laureato in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Salerno e in Filologia Classica presso l’Università di Bologna. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati sul «Corriere dell’Irpinia» e in un articolo del collettivo «Libera Poesia Contemporanea». Ha ricevuto diversi riconoscimenti letterari, tra cui il Premio Speciale della Giuria al concorso nazionale di poesia inedita «Ossi di Seppia» di Arma di Taggia.