Anita Loli - poesie inedite

20 Gennaio 2026

 

Queste poesie inedite di Anita Loli provengono da un progetto più ampio che non è possibile riprodurre qui per intero. La prima osservazione che ci sentiamo di fare riguarda lo stile caratteristico di questi testi che, se da un lato ricordano tutta quella serie di scritture poetiche "neometriche" (da Patrizia Valduga a Gabriele Frasca, o anche Edoardo Cacciatore), dall'altro se ne distaccano per via del pirncipale modello di riferimento. Loli infatti non non guarda alla poesia italiana medioevale delle origini, ma al primo Novecento: quello di Gozzano e Govoni, Corazzini e un primo Palazzeschi: ci sembra che anche solo questa costellazione "alternativa" per una poesia neometrica, che quindi si confronta con le forme chiuse e corre il rischio dell'inattualità e della maniera, sarebbe sufficiente motivo d'interesse. Ma una volta compiuta questa prima rilevazione, dobbiamo chiarirne le conseguenze: cosa comporta questa tradizione alle spalle di Loli? Sicuramente, un'attenzione privilegiata a oggetti essenziali e poco appariscenti (la pagnotta, il limone, la marmellata), che però non bengono banalizzata, ma anzi amplificati nei loro caratteri fondamentali, visti e restituiti al massimo nelle percezioni, a partire dai colori (e qui spunta il Govoni degli Aborti  e delle Fiale): la marmellata si realizza nel rosso sangue, il giallo del limone è quello di un sole in cui viene fatto tramontare il sole: ho visto tramontare il mio dolore / nel giallo acceso e perso del limone. Chiudiamo ricordando un altro dei possibili collegamenti tra questi poeti primonovecenteschi e la poesia di Loli, che sta nella consapevolezza dell'osicllazione fra morte e riso, il giocoliere e il becchino: un coreografia di gesti e visioni che stanno sul limite, e che per sopravvivere a se stessi scelgono di abitare il confine fra la farsa e la tragedia; il Guido protagonista di una serie di componimenti di Loli, e Il giardino di Govoni: L’ultimo fulmine, laggiù, / come un pagliaccio infarinato / su una scoppiante bicicletta / ha percorso / il taboga di vetro dell’arcobaleno / che ora precipita in frantumi sonorissimi / da un capo all’altro dell’orizzonte

 

 

 

Non ho mai saputo intrecciare

un cesto con le croste ricadute

dalla pelle dagli sguardi lì posati

riposati da quegli occhi che ho incontrato

che avesse delle anse così larghe

che potessi con le mani sollevare

le mie ansie, e porle in schiena, per volare.

Trascinata da quel peso fino a credere

che il moto sia qualcosa di inumano

ho finito per contare nella rete

tutte le voci che nella mia testa

battono i piedi e con corna d’ariete

mi sfondano il silenzio con la festa.

Potessi ritrovare il mio silenzio

allora deporrei già dal paniere

ad una ad una le ansie e le paure

e le anse mi sarebbero leggere;

così lo riempirei delle bellezze

che la vita qui mi fabbrica perfette;

e invece resto ancora con la schiena

piegata a terra e con le gambe lente.

 

 

*

 

 

Sono tornata coi bagagli dentro il petto

con le camicie già scordate alle cerniere:

una nuvola ombrosa pronta al pianto.

Le parole e le abitudini che abbiamo

digerito scambiandoci gli stomaci

hanno fenduto una voragine nuova

che subito hanno riempito con gli stracci

di intonaco cadente dalle mura

che ci hanno visto bimbi addormentati 

di paura. Ci guardavamo sapendo

che saremo poi stati più che niente

in fondo alla memoria degli orrori;

avremo popolato un corridoio

di sindoni scialbate ma più vive

di un fossile e il suo calco nella terra.

 

 

*

 

 

Il pane è duro tra le mani, un graffio

di coltello lo separa in due

e adagia dentro un po’ di marmellata

di pesca o fragola o mirtilli rossi.

Quella pagnotta è come un mio segreto

che stringo al petto con le mani in sangue,

e mi coloro in rosso giù l’addome

che non respira ma che cerca tregua.

Guardare gli altri ai tavoli vicini

col loro pane e con la loro frutta

è contare come teste di soldati

delle orde di un bambino in gioco.

Chissà tra noi chi svenirà per primo

perdendo il pane dalle mani a terra

che rotoli in vischiose traiettorie

e sia sua spoglia morta nella guerra.

Io sono sveglia e vedo una pagnotta

che si dimena da due mani e scende

nel pavimento fino ai piedi freddi:

lo raccolgo e ho tra le mani il cuore

del primo morto di questa merenda

che ha salutato gli infermieri e il sole

che entra a rivoli dai vetri rotti

e che ha deposto l’elmo e poi lo scudo.

Quel cuore è esangue o perde marmellata

e io la saggio tra la lingua e il naso

e custodisco nelle carni l’uomo

che l’ha perduto o me l’ha dato in dono.

è questo l’essere pazienti

in psichiatria nelle torrette in ferro:

avere un cuore come un pane duro,

essere morto e insieme nascituro.

 

 

 

*

 

 

 

Senza pietà ritorno

a me stessa col fucile fabbricato

in un sogno da bambina con le spire

di un serpente attorno ai piedi e un orologio

fermo all’ora esatta della morte:

o la caccia o niente.

Fu lì che per la prima volta io per istinto

non tesi la bocca del fucile verso il mondo

ma lo puntai ritratto su me stessa:

dal quel giorno fuori il sogno sento un buco

nel petto che mi chiama ogni coltello che maneggio

che richiama ogni ringhiera e le sue punte.

La sua astinenza è la mia ansia.

Perché io viva lui non sarà sazio:

ed urla e vuole con i muscoli quel sangue

che gli ho tolto con la lingua del serpente

per nutrirlo e farlo lungo da abbracciarmi.

Vivo con il petto che è un cratere con la sete

di morire e ricucirsi con i denti la ferita.

Distogliere l’impulso della morte dalle mani

è quello che da sempre ho imparato essere vita.

 

 

*

 

 

Dalla serie di "Guido"

 

Si vorrebbe diverso a capriccio

nelle smorfie del volto e del ventre

per non martoriarsi nel sacrifizio

d’esser niente e anche uno nel mentre.

Radice qual nutra di sua linfa

di necessità la manifestazione

è certo menzogna piuttosto una ninfa

potrebbe chimera o un Anfitrione.

Divertente cambiare l’aspetto secondo

che il pungolo grida suo vizio improvviso

che la bile nera si sfoga nel mondo

tingere a tratti deformi ogni viso.

Il carnevale dei morti dissepolti

invaderà le piazze sovvertendo i calendari

si avranno visioni dagli squarci dei volti

cadrà il veleno a gocce dalle orecchie e dalle mani.

Ciascun potrà insinuarsi nell’intonaco a piacere

e restare lì nascosto senza farsi più vedere

forgiarsi ad arte il corpo con colori e con le cere

fino a quando lo vorrà poi uccidersi e cadere.

 

 

 

*

 

 

Ho portato un limone a Venezia

per perdonarmi di esistere al mondo

senza meraviglia del giorno.

Stanza numero quattro

– quattro e quattro, sedici. Credici:

è il momento più giusto per morire.

La lanterna è sorretta dal fumo

e le pareti gialle ci fanno il nido 

dall’ombra del buio che allaga

prendendosi quei muri che ci fanno la corte 

dalla finestra.

La stanza numero quattro sembra l’unica cosa viva nella città:

il limone, decorato sul mobilio 

e custodito tra le dita in questo viaggio,

è un piccolo sole che ammazza

non chi gli è vicino, ma chi non lo vede?

Vorrei amarti come quest’acqua schiava e padrona, 

che in prigione intimorisce il suo guardiano.

Non voglio essere come i passanti 

che aberro. I passanti non sanno

che noi non siamo tra loro, che mentre andiamo 

stiamo - a volo nell’ignoto.

Alla ferrovia si arriva senza guardare i passi.

Sono i muri a chiamarli, i muri forse

già conosciuti in sogno.

I gabbiani lamentano lo stagno e l’avvenire:

sono l’orchestra della mia navata da sposa

o l’organo che sputa la bava d’addio per il calco del mio feretro?

Non so sfilare in bianco, non so portare un fiore, 

ma crescerà un limone accanto 

alla lapide con il mio nome.

Le mie costole senza respiro 

saranno radici nuove

e quei frutti recheranno 

il tuo nome tra le foglie:

sarai il sole che non incenerisce,

mentre io già cenere 

ti nutrirò il colore.

Ho portato un limone a Venezia

e i tuoi occhi mi hanno detto:

«Finché neanche morte ci separi».

Con gli spari e i gabbiani sopra il tetto

ho visto tramontare il mio dolore

nel giallo acceso e perso del limone.

 

 

 

 

 

 

 

Anita Loli è nata a Marradi nel 1998. Laureata in Lettere Classiche presso l’Università di Firenze, è laureanda in Filologia, Letteratura e Tradizione Classica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. È in uscita il suo primo libro, Infermità letali. Angosce protese al sottobosco (Inactual, 2026), una raccolta di racconti brevi in prosimetro.