
Queste poesie inedite di Anita Loli provengono da un progetto più ampio che non è possibile riprodurre qui per intero. La prima osservazione che ci sentiamo di fare riguarda lo stile caratteristico di questi testi che, se da un lato ricordano tutta quella serie di scritture poetiche "neometriche" (da Patrizia Valduga a Gabriele Frasca, o anche Edoardo Cacciatore), dall'altro se ne distaccano per via del pirncipale modello di riferimento. Loli infatti non non guarda alla poesia italiana medioevale delle origini, ma al primo Novecento: quello di Gozzano e Govoni, Corazzini e un primo Palazzeschi: ci sembra che anche solo questa costellazione "alternativa" per una poesia neometrica, che quindi si confronta con le forme chiuse e corre il rischio dell'inattualità e della maniera, sarebbe sufficiente motivo d'interesse. Ma una volta compiuta questa prima rilevazione, dobbiamo chiarirne le conseguenze: cosa comporta questa tradizione alle spalle di Loli? Sicuramente, un'attenzione privilegiata a oggetti essenziali e poco appariscenti (la pagnotta, il limone, la marmellata), che però non bengono banalizzata, ma anzi amplificati nei loro caratteri fondamentali, visti e restituiti al massimo nelle percezioni, a partire dai colori (e qui spunta il Govoni degli Aborti e delle Fiale): la marmellata si realizza nel rosso sangue, il giallo del limone è quello di un sole in cui viene fatto tramontare il sole: ho visto tramontare il mio dolore / nel giallo acceso e perso del limone. Chiudiamo ricordando un altro dei possibili collegamenti tra questi poeti primonovecenteschi e la poesia di Loli, che sta nella consapevolezza dell'osicllazione fra morte e riso, il giocoliere e il becchino: un coreografia di gesti e visioni che stanno sul limite, e che per sopravvivere a se stessi scelgono di abitare il confine fra la farsa e la tragedia; il Guido protagonista di una serie di componimenti di Loli, e Il giardino di Govoni: L’ultimo fulmine, laggiù, / come un pagliaccio infarinato / su una scoppiante bicicletta / ha percorso / il taboga di vetro dell’arcobaleno / che ora precipita in frantumi sonorissimi / da un capo all’altro dell’orizzonte
Non ho mai saputo intrecciare
un cesto con le croste ricadute
dalla pelle dagli sguardi lì posati
riposati da quegli occhi che ho incontrato
che avesse delle anse così larghe
che potessi con le mani sollevare
le mie ansie, e porle in schiena, per volare.
Trascinata da quel peso fino a credere
che il moto sia qualcosa di inumano
ho finito per contare nella rete
tutte le voci che nella mia testa
battono i piedi e con corna d’ariete
mi sfondano il silenzio con la festa.
Potessi ritrovare il mio silenzio
allora deporrei già dal paniere
ad una ad una le ansie e le paure
e le anse mi sarebbero leggere;
così lo riempirei delle bellezze
che la vita qui mi fabbrica perfette;
e invece resto ancora con la schiena
piegata a terra e con le gambe lente.
*
Sono tornata coi bagagli dentro il petto
con le camicie già scordate alle cerniere:
una nuvola ombrosa pronta al pianto.
Le parole e le abitudini che abbiamo
digerito scambiandoci gli stomaci
hanno fenduto una voragine nuova
che subito hanno riempito con gli stracci
di intonaco cadente dalle mura
che ci hanno visto bimbi addormentati
di paura. Ci guardavamo sapendo
che saremo poi stati più che niente
in fondo alla memoria degli orrori;
avremo popolato un corridoio
di sindoni scialbate ma più vive
di un fossile e il suo calco nella terra.
*
Il pane è duro tra le mani, un graffio
di coltello lo separa in due
e adagia dentro un po’ di marmellata
di pesca o fragola o mirtilli rossi.
Quella pagnotta è come un mio segreto
che stringo al petto con le mani in sangue,
e mi coloro in rosso giù l’addome
che non respira ma che cerca tregua.
Guardare gli altri ai tavoli vicini
col loro pane e con la loro frutta
è contare come teste di soldati
delle orde di un bambino in gioco.
Chissà tra noi chi svenirà per primo
perdendo il pane dalle mani a terra
che rotoli in vischiose traiettorie
e sia sua spoglia morta nella guerra.
Io sono sveglia e vedo una pagnotta
che si dimena da due mani e scende
nel pavimento fino ai piedi freddi:
lo raccolgo e ho tra le mani il cuore
del primo morto di questa merenda
che ha salutato gli infermieri e il sole
che entra a rivoli dai vetri rotti
e che ha deposto l’elmo e poi lo scudo.
Quel cuore è esangue o perde marmellata
e io la saggio tra la lingua e il naso
e custodisco nelle carni l’uomo
che l’ha perduto o me l’ha dato in dono.
è questo l’essere pazienti
in psichiatria nelle torrette in ferro:
avere un cuore come un pane duro,
essere morto e insieme nascituro.
*
Senza pietà ritorno
a me stessa col fucile fabbricato
in un sogno da bambina con le spire
di un serpente attorno ai piedi e un orologio
fermo all’ora esatta della morte:
o la caccia o niente.
Fu lì che per la prima volta io per istinto
non tesi la bocca del fucile verso il mondo
ma lo puntai ritratto su me stessa:
dal quel giorno fuori il sogno sento un buco
nel petto che mi chiama ogni coltello che maneggio
che richiama ogni ringhiera e le sue punte.
La sua astinenza è la mia ansia.
Perché io viva lui non sarà sazio:
ed urla e vuole con i muscoli quel sangue
che gli ho tolto con la lingua del serpente
per nutrirlo e farlo lungo da abbracciarmi.
Vivo con il petto che è un cratere con la sete
di morire e ricucirsi con i denti la ferita.
Distogliere l’impulso della morte dalle mani
è quello che da sempre ho imparato essere vita.
*
Dalla serie di "Guido"
Si vorrebbe diverso a capriccio
nelle smorfie del volto e del ventre
per non martoriarsi nel sacrifizio
d’esser niente e anche uno nel mentre.
Radice qual nutra di sua linfa
di necessità la manifestazione
è certo menzogna piuttosto una ninfa
potrebbe chimera o un Anfitrione.
Divertente cambiare l’aspetto secondo
che il pungolo grida suo vizio improvviso
che la bile nera si sfoga nel mondo
tingere a tratti deformi ogni viso.
Il carnevale dei morti dissepolti
invaderà le piazze sovvertendo i calendari
si avranno visioni dagli squarci dei volti
cadrà il veleno a gocce dalle orecchie e dalle mani.
Ciascun potrà insinuarsi nell’intonaco a piacere
e restare lì nascosto senza farsi più vedere
forgiarsi ad arte il corpo con colori e con le cere
fino a quando lo vorrà poi uccidersi e cadere.
*
Ho portato un limone a Venezia
per perdonarmi di esistere al mondo
senza meraviglia del giorno.
Stanza numero quattro
– quattro e quattro, sedici. Credici:
è il momento più giusto per morire.
La lanterna è sorretta dal fumo
e le pareti gialle ci fanno il nido
dall’ombra del buio che allaga
prendendosi quei muri che ci fanno la corte
dalla finestra.
La stanza numero quattro sembra l’unica cosa viva nella città:
il limone, decorato sul mobilio
e custodito tra le dita in questo viaggio,
è un piccolo sole che ammazza
non chi gli è vicino, ma chi non lo vede?
Vorrei amarti come quest’acqua schiava e padrona,
che in prigione intimorisce il suo guardiano.
Non voglio essere come i passanti
che aberro. I passanti non sanno
che noi non siamo tra loro, che mentre andiamo
stiamo - a volo nell’ignoto.
Alla ferrovia si arriva senza guardare i passi.
Sono i muri a chiamarli, i muri forse
già conosciuti in sogno.
I gabbiani lamentano lo stagno e l’avvenire:
sono l’orchestra della mia navata da sposa
o l’organo che sputa la bava d’addio per il calco del mio feretro?
Non so sfilare in bianco, non so portare un fiore,
ma crescerà un limone accanto
alla lapide con il mio nome.
Le mie costole senza respiro
saranno radici nuove
e quei frutti recheranno
il tuo nome tra le foglie:
sarai il sole che non incenerisce,
mentre io già cenere
ti nutrirò il colore.
Ho portato un limone a Venezia
e i tuoi occhi mi hanno detto:
«Finché neanche morte ci separi».
Con gli spari e i gabbiani sopra il tetto
ho visto tramontare il mio dolore
nel giallo acceso e perso del limone.
Anita Loli è nata a Marradi nel 1998. Laureata in Lettere Classiche presso l’Università di Firenze, è laureanda in Filologia, Letteratura e Tradizione Classica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. È in uscita il suo primo libro, Infermità letali. Angosce protese al sottobosco (Inactual, 2026), una raccolta di racconti brevi in prosimetro.
