Anima che scendi dalle scale e mi saluti

Matteo Fantuzzi - poesie
9 Giugno 2026

Foto di Daniele Ferroni

 

 

Da Kobarid (Raffaelli, 2008)

 

 

Lo sai si può partire

andare e basta, senza spiegazioni

fogli, né un’attesa

 

e a noi a quel punto

resta solo il volto sul cuscino

come una sindone, un’impronta:

restano i momenti mai voluti,

gli episodi. E resta

 

come squarcio la domanda

sempre feroce, sempre sanguinante:

“ho delle colpe ?” ed “ha capito ?”

 

Lei ha capito che mi manca ?

 

 

*

 

È quando i portici si fanno più vicini

e le colonne non contengono la folla

che questa come per reazione sembra che ti parli:

e se è da tempo che la cosa non ti accade

che puoi restare incerto sul da farsi,

quasi ebete, e per assurdo capita alle volte

che questi a te divengano stranieri, barbari

mentre ti chiedono un contatto, solo un’interazione

e tu nemmeno sai di che si tratti.

 

 

*

 

Da La stazione di Bologna (Feltrinelli, 2017)

 

 

ORA CHE QUI SOTTO SIAMO VERAMENTE SOLI 

 

Ora che qui sotto siamo veramente soli,

                                        così soli

da rimanere assieme come una famiglia vera:

io ti cerco e avanzo un poco con il braccio,

trovo la tua mano e l'accarezzo ancora.

Sta in tutto questo un suono, un fremito

come fa l'aria che si incastra tra le lamiere

e nella pelle asciuga. Siamo nella nostra vita

l'ultima cosa apparsa come eravamo stati allora

che prima di conoscerci non c'era il senso

nelle cose, nessuna condizione per definire

quello che alla fine invece in questo modo è stato.

 

 

*

 

 

 

TE NE SEI ANDATA UN GIORNO

           

                                                       Sarai tu per me

                                       qualsiasi cosa. Qualsiasi

 

Te ne sai andata un giorno

proprio come sei arrivata qui nel parco

di fronte alle altalene, qui tra le panchine

e il viale e tutto ancora ti riguarda:

queste pareti, questa stanza, ogni gradino

passo dopo passo fino alla soglia

e fino a che c'è terra.

Anima che scendi dalle scale e mi saluti

prendi le valigie e guardi in fondo,

io che non rispondo, che non ti parlo

lascio che si stacchi il filo che ci tiene uniti

nemmeno un cenno, adesso che non so

nemmeno più per cosa quel disastro

adesso che tu sei rimasta solo negli oggetti,

nelle foto. Adesso che sarebbe tutto solo

un trattenerti: le ossa, il volto, gli arti

tutto un ricomporti, le gite assieme,

i pranzi la domenica, la voce portata via

per prima dai ricordi, tutta una vita

tutta e scusami se sono ancora vivo

se il coraggio non mi taglia i polsi

scusami ancora per quei giorni scusami

ora che non è più possibile il ritorno.

 

 

*

 

 

 

 

RICOSTRUIRE LA CITTÀ

 

Ricostruire la città partendo

dai cantieri, coprire con le mani

polvere e sudore, tirare via l'amianto.

Dare una stanza ai figli che di là

ti guardano come se non esistesse

altro a questo mondo. Nel cuore

della notte gli stabilimenti

industriali continuano a rimuovere

le macchine. Se ne va un tempo

e già si aspetta che ne nasca un altro.

Così indifeso, fragile si affaccia al vetro,

dice due parole appena, respira piano

eppure cresce. Cresce ancora.