
Foto: Università Cattolica di Milano
La chiave principale di lettura per le poesie di Alberto Biscaldi è l’antropologia, nella doppia accezione della parola. Dire “antropologia” può farci venire in mente un barbuto signore tedesco che classifica schegge di crani, tibie e denti (quindi in chiave evolutiva), oppure l’antropologia contemporanea, con uno sguardo più attento alle dimensioni sociali e relazionali. Entrambe le accezioni sono valide per questi testi che oscillano fra una dimensione e l’altra. Se prendiamo la poesia La figlia e il fratello possiamo immaginarla come una scena che si svolge fra due figure in un giardino:
Nel giardino era estate
quando giocavamo. Le piante verdi
inimmaginabili. Ricordo il pesco
più alto di una casa, i tanti frutti
spinti a terra dal cielo. Esisteva
solo d’estate: prima
di essere cacciati, dell’obbligo
di lavorare, prima delle nevicate, del freddo
di non poter più stare nudi, della vergogna
di essere fratello e sorella, del mio debito
di venire da una tua costola. Giocavamo
finché il sole lo permetteva, era il tempo
dove la pioggia non c’era e buio
era solo una parola.
Il gioco
era nascondersi dietro alberi di specie
che vedevamo noi per primi (esistevo meno, io,
quando tu esistevi) contare fino a dieci
per dare all’altro il tempo di fuggire
giù fino in fondo al cortile;
la regola era semplice
e una sola:
chi scompariva meglio, vinceva.
Eppure, nel momento in cui cominciamo a leggere di costole e nudità, capiamo subito che c’è anche un altro piano di lettura: il giardino è quello dell’Eden, la costola è di Adamo e ne è venuta fuori Eva, compagna/sorella. Ma che fine hanno fatto i due personaggi iniziali del giardino? A testo chiuso, ci vorrebbe voglia di sovrascriverli con le nuove informazioni ricevute negli ultimi versi; ma qualcosa non funziona, e il modello di Adamo ed Eva non si adatta perfettamente alle prime fasi del testo. I bambini che giocano intorno al pesco resistono alla sovrapposizione col mito della Genesi, e così la scena iniziale difende la sua autonomia: non è un solo un gioco cifrato in funzione del reveal finale, ma esiste anche da sola, ha una sua realtà. Questo succede in tutte le poesie che troverete più sotto: i titoli (Habilis, l’Homo Abilis ovviamente, Lingua madre, Rito Maya) richiamano inevitabilmente la barbuta antropologia degli albori; ma in ogni poesia c’è sempre un elemento che sfugge a questa lettura, e ci rendiamo conto del fatto che dietro questi testi si intravede qualcosa al di là della storia che raccontano di facciata: un percorso quasi segreto, appena visibile, mascherato nella esecuzione apparentemente ineccepibile del singolo concept antropologico, che una volta svelato ci lascia intendere che la poesia va ricapita tutta dall’inizio, contando fino a dieci e poi stanandola nel doppio fondo del testo.
La mia storia è la storia di una stirpe
venire dal buio e ritornarci
toccarti e non toccarti con la pelle – le mani
contro le tue mani –
dai due lati opposti di reale.
Veniamo da una discendenza condivisa
– gemelli che uccidono i gemelli
fratelli che uccidono i fratelli –
da uno stesso fuoco che si sperde,
la fiamma che uccide l’altra fiamma
per il suo turno di respiro.
*
La figlia e il fratello
Nel giardino era estate
quando giocavamo. Le piante verdi
inimmaginabili. Ricordo il pesco
più alto di una casa, i tanti frutti
spinti a terra dal cielo. Esisteva
solo d’estate: prima
di essere cacciati, dell’obbligo
di lavorare, prima delle nevicate, del freddo
di non poter più stare nudi, della vergogna
di essere fratello e sorella, del mio debito
di venire da una tua costola. Giocavamo
finché il sole lo permetteva, era il tempo
dove la pioggia non c’era e buio
era solo una parola.
Il gioco
era nascondersi dietro alberi di specie
che vedevamo noi per primi (esistevo meno, io,
quando tu esistevi) contare fino a dieci
per dare all’altro il tempo di fuggire
giù fino in fondo al cortile;
la regola era semplice
e una sola:
chi scompariva meglio, vinceva.
*
Homo Habilis
Così è la vita
di chi non ha visto nulla. Le ombre
proiettate sul vetro della finestra sono
ombre proiettate sul vetro della finestra.
Potrebbero essere sagome umane, segnali
per chiedere aiuto; ma le ipotesi
non hanno a che fare col reale. Senti la vita
scorrerti nel corpo, dalle vene fino
a giù nel basso ventre. Questo fuoco
che ti scorre è fatto per esplodere, spandersi
in pezzi, un modo
per moltiplicarti. Non sai che tutto
finirà comunque; è reale
solo la terra asciutta, bagnata
quando c’è pioggia, l’odore
di erba umida che annuncia
la tempesta: non avrebbe senso per te
dire: “ti amo”, perché l’amore
non si tocca.
È facile vedere per chi non vede
sguardi. Non ci sono stati visi
nei tuoi occhi, ma sentieri, orme
che hai seguito solo per sopravvivenza.
Non conosci la forma
delle stelle, il cielo
che non finisce; puoi credere che il tuo cammino
sia tra la roccia
e l’erba: nella striscia di terra
che sta nel mezzo.
*
Lingua madre
Sapevo parlare poco. Mi dicevi
che ero un selvaggio.
Non conoscevo nulla delle parole
che sentivo dire per te. Tra cui: amore,
gratitudine, debito,
devozione. Conoscevo il mondo
per com’è in superficie. Sapevo dire cose
concrete: guerra, piante, campi
da coltivare. Cambiò
quando iniziai ad amarti. Amare
ciò che non si vede; la tua promessa
più convincente dei fatti.
Ma ciò che volevi era controllo: insegnarmi
l’amore solo per farti amare, restituirti
la materia ceduta per crearmi;
la tua lingua
ormai è la mia: esistita
prima del vento e prima
che lo spazio creasse
il tempo; non sapevo nemmeno
di amarti, finché tu non mi hai detto
questa parola.
*
Rito maya
Succederà nei giorni esatti in cui il buio equivale alla luce.
Il mondo è in pari, dice il Sole, scenderò tra di voi come serpente piumato
nei colori precisi del tramonto.
Brucia in un istante colui che sa ogni cosa, che chiude
il dare e l’avere nel suo veleno: forma arancione su ombre
blu profondo,
sarò tra di voi
il tempo di un attraversare di cielo,
l’avvicendarsi
di una generazione.
Alberto Biscaldi (Vigevano, 1999) vive a Milano. Sue poesie sono state pubblicate sulle maggiori riviste di poesia italiana, tra cui Poesia di Crocetti (n°33), Atelier, Gradiva. International Journal of Italian Poetry, Inverso, sul quotidiano La Repubblica, e sulla rivista svizzera Cenobio. Il suo primo La parte di buio è in uscita per Vallecchi nel 2027. Alcuni suoi testi sono apparsi in traduzione inglese su riviste internazionali. Fa parte della redazione di e scrive per diverse altre riviste letterarie. Traduce dall’inglese e dal francese. È dottorando in letteratura contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano e la Sorbona di Parigi.
