a cura di Filippo Tonti
Quando, la scorsa estate, pensavo di aver preso la decisione di curare un’antologia di poesia italiana - la prima in lingua araba dedicata a poeti contemporanei - immaginavo di compiere un gesto editoriale maturato dopo molti anni di studi e lavoro. Da tempo traduco poeti italiani su riviste e in volumi arabi, e l’idea di un’antologia sembrava il naturale punto d’arrivo di questo percorso.
Eppure, guardandolo oggi, quel gesto appare parte di una trama più ampia, quasi inevitabile, come se fosse stato scritto da tempo e attendesse soltanto il momento di realizzarsi.
Ho iniziato a lavorarci subito dopo aver terminato di scrivere I boccioli del mandorlo, un romanzo nato all’ombra del dolore di Gaza. Al cuore della trama si intrecciano il conflitto iraniano-israeliano e la guerra con Hezbollah in Libano. Eppure Gaza si percepisce come una forza sotterranea, una gravità morale che attraversa ogni pagina e accompagna silenziosa la storia. Alcuni luoghi del mondo, quando entrano nella coscienza del nostro tempo, smettono di essere soltanto luoghi, diventano simboli, ferite aperte nella geografia della storia.
Per questo non ho avuto dubbi quando ho scelto il filo rosso dell’antologia: doveva essere Gaza. Volevo che fosse Gaza a guidare il respiro poetico del libro. Negli ultimi due anni avevo assistito a una vera fioritura di poesia in lingua italiana ispirata da Gaza, un fenomeno che avevo osservato e raccontato anche in diversi articoli pubblicati su Al Jazeera. Poeti italiani - provenienti da tradizioni e generazioni diverse - lasciavano che la ferita di Gaza entrasse nelle loro parole.
Mi sembrava profondamente significativo tradurre in arabo le parole dell’“altro”, la voce di un occidentale cresciuto nella tradizione cattolica o laica, capace di riconoscere, nella sofferenza di Gaza, qualcosa che lo riguarda e lo interpella.
Forse era anche la naturale prosecuzione di un movimento interiore già compiuto nei I boccioli del mandorlo, dove avevo cercato di abitare lo sguardo di un “altro” che sembrava ancora più distante, un israeliano ebreo che, a suo modo, si specchiava anch’esso nella sofferenza di Gaza. Scrivere e tradurre diventavano così due movimenti speculari, attraversare lo sguardo dell’altro per riconoscere, dentro di esso, la stessa inquietudine.
Per il romanzo ho scelto Vallecchi, una casa editrice storica che ha segnato la cultura letteraria del Novecento pubblicando autori fondamentali della tradizione italiana. Pubblicare qui una narrazione che intrecciava arabi ed ebrei e rifletteva su Gaza mi è sembrato un gesto di ascolto radicale dell’angoscia del mondo, Angst, nel senso heideggeriano; quell’angoscia che non appartiene a un individuo, ma a un’epoca intera.
Per l’antologia poetica, invece, la scelta è caduta su una casa editrice di Beirut, diretta da un amico poeta libanese che, nel giro di due anni, aveva pubblicato sei libri dedicati a Gaza curati da scrittori arabi e palestinesi. Quando gli ho parlato dell’idea di un’antologia italiana per Gaza, l’ha accolta con una generosità immediata. Come se anche lui avesse intuito che quel libro non era soltanto un libro.
Il volume doveva uscire a marzo.
«Lo facciamo uscire il 21 marzo, nella Giornata Mondiale della Poesia?» mi disse Mahmoud. Non ricordo se risposi inshallah, ma ricordo una convinzione luminosa, sarebbe stata un’antologia speciale. Settantatré voci italiane - poeti affermati e giovani, uomini e donne, una pluralità di generazioni e sensibilità - che levavano, ciascuna con il proprio accento, un canto di giustizia, libertà e dignità.
Proprio nel momento in cui quelle voci stavano per farsi carezza per i lettori arabi, la Storia ha reclamato il suo passo. Attraverso il mistero di al-Maktūb, la parola si è fatta varco nel disegno eterno, sfiorando il destino prima ancora del suo compiersi.
Beirut, come Gaza respira oggi sotto il peso di un cielo ferito. Tra il dolore di chi resta e lo smarrimento di chi fugge, le minacce si rincorrono. Smotrich promette alla Dahiyeh di Beirut lo stesso velo di polvere che già copre Khan Younis a Gaza. È qui che al-Maktūb svela la sua trama più amara. Tra le pagine de I boccioli del mandorlo, Khan Younis era già cenere; oggi la Dahiyeh non fa che specchiarsi in quelle rovine…
Tutto era già scritto; la letteratura è stata solo la prima a leggerlo.
E anche la poesia italiana, tradotta per essere carezza, ha smesso di vibrare, soffocata dal rumore del ferro, messa a tacere dai raid aerei israeliani. La casa editrice libanese ha annunciato la sua attesa con un gesto pudico: un post nero sui social, poche parole delicate, come un lume che si spegne lentamente in attesa che torni, un giorno, il tempo di ricominciare a leggere.
«Resta tuttavia viva la speranza che questa guerra giunga presto alla fine… Possa la pace tornare a fiorire, e possano le vostre parole continuare a testimoniare la forza della vita». Ho scritto ai poeti italiani dell’antologia. E mentre lo facevo pensavo che forse è proprio questo il destino della poesia: apparire fragile davanti alla Storia e, nondimeno, continuare ostinatamente a sopravvivere.
In arabo la parola per questo è proprio al-maktūb, che significa sia “ciò che è scritto” sia “destino”. Una parola che porta con sé l’inevitabile, ciò che, una volta tracciato, entra nell’ordine delle cose e non può essere cancellato. La guerra può ritardare i libri, fermare le tipografie, spegnere le luci delle case editrici… ma ciò che è stato scritto - come il destino - non può essere sfidato, non può essere negato, non può morire. Perché, in fondo, anche la poesia appartiene all’ordine di al-maktūb: una volta scritta, vive per sempre.
